03/06/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/06/2026 11:07
La chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transita il 17% del petrolio e il 20% del GNL del mondo, sta mettendo sotto pressione l'economia globale. Ma c'è chi da questa situazione trarrà un sicuro vantaggio: la Russia di Putin.
C'erano voluti anni, ma finalmente l'effetto combinato delle sanzioni occidentali e, soprattutto, della lenta ma costante discesa dei prezzi di petrolio e gas naturale aveva cominciato a comprimere le entrate russe. Nel 2022, le entrate derivanti dalla vendita di idrocarburi avevano fatto segnare il loro record storico: 400 miliardi di euro ai valori odierni. Nel 2026, se le cose fossero andate come nei primi due mesi dell'anno, nelle casse di Mosca sarebbero entrati "solo" 170 miliardi di euro (di cui 115 da petrolio e derivati, 40 da gas naturale e 15 da carbone), appena più di quanto incassato ogni anno nel decennio precedente l'invasione dell'Ucraina.
Adesso, invece, la chiusura dello Stretto riporterà verso l'alto le entrate di Mosca. Se Hormuz restasse chiuso per tre mesi, l'effetto sui prezzi sarebbe non solo immediato (già lo è), ma ancora più marcato di quello attuale. Il petrolio russo Urals, che prima della guerra si muoveva attorno ai 55 dollari al barile (con uno sconto di 10-15 dollari rispetto al Brent), potrebbe toccare i 120 dollari nel corso di quel trimestre, per poi ridiscendere verso i 70 dollari nel resto dell'anno. Nel frattempo, anche il gas naturale seguirebbe una dinamica simile, ma ancora più drastica, dato il ruolo che il Qatar svolge per le forniture mondiali di GNL: nei mercati europeo e asiatico, principali destinazioni del gas russo, i prezzi potrebbero triplicare passando da 30 a circa 90 €/MWh.
Il risultato sarebbe un aumento netto delle entrate energetiche russe: da circa 170 a 240 miliardi di euro nell'arco dell'anno. In altre parole, nel giro di pochi mesi Mosca recupererebbe gran parte delle perdite accumulate negli ultimi anni.
Se invece la chiusura dello Stretto si prolungasse per sei mesi, lo shock sarebbe ancora più violento. In questo scenario, il prezzo dell'Urals potrebbe aggirarsi intorno ai 150 dollari al barile per metà anno, prima di scendere e stabilizzarsi attorno ai 70 dollari. Parallelamente, il prezzo del gas naturale in Europa e Asia potrebbe quadruplicare fino a circa 120 €/MWh.
A quel punto le entrate russe derivanti dalla vendita di idrocarburi esploderebbero fino a circa 340 miliardi di euro, tornando quasi al record storico registrato nel 2022. In sostanza, sei mesi di prolungata instabilità nel Golfo e, di conseguenza, di prezzi energetici fuori scala basterebbero a ricostituire gran parte della rendita energetica russa che negli ultimi anni era stata erosa da sanzioni e calo dei prezzi.
Non serve aggiungere che il risultato sarebbe paradossale. Dall'invasione russa dell'Ucraina a oggi, l'Europa ha faticosamente ridotto la propria dipendenza dagli idrocarburi russi senza far esplodere i prezzi, anzi riportandoli a livelli prossimi a quelli pre-2022, grazie a una combinazione di risparmi energetici (in parte indotti dalla stessa crisi industriale scatenata dalla crisi energetica), nuove infrastrutture di importazione e, soprattutto, all'afflusso massiccio di GNL americano che ha stabilizzato il mercato globale del gas.
Una crisi prolungata nel Golfo rischia invece di ribaltare questo equilibrio. Dopo anni trascorsi a cercare di ridurre le rendite energetiche di Mosca, l'Occidente rischia oggi di ottenere l'effetto opposto: permetterle di ricostituirle.