ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

02/13/2026 | Press release | Distributed by Public on 02/13/2026 11:53

Asean, India e Stati Uniti: le nuove traiettorie degli accordi commerciali e le loro conseguenze strategiche

Nel contesto di una crescente instabilità geopolitica globale, le politiche commerciali adottate dall'amministrazione statunitense guidata da Donald Trump hanno contribuito ad aumentare l'incertezza economica nel continente asiatico. Dopo una fase iniziale caratterizzata dall'introduzione di dazi nei confronti di numerosi partner commerciali, la strategia di Washington sembra essersi orientata verso una fase negoziale. Particolarmente rilevanti risultano i casi dei paesi membri dell'Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) e dell'India, economie che hanno subito un impatto significativo dalle nuove misure commerciali statunitensi, pur rimanendo partner di primaria importanza per Washington.

L'Asean e i nuovi accordi commerciali

Nel 2024 l'Asean ha rappresentato il quarto partner commerciale degli Stati Uniti (Usa) per volume di beni e servizi scambiati, con un valore complessivo attorno ai $571,7 miliardi, registrando un importante aumento del 13,4% rispetto al 2023[1]. A destare particolare preoccupazione a Washington è, però, il disavanzo commerciale nel settore dei beni, ovvero la differenza tra importazioni ed esportazioni di merci tra Usa e Asean. Il disquilibrio è stato di $228,5 miliardi nel 2024, in aumento rispetto al 2023. Dal lato dei servizi, Washington ha invece registrato un avanzo commerciale di $26 miliardi nel 2024, ma con una pericolosa diminuzione del 5,1% rispetto all'anno precedente[2]. Inoltre, gli Usa guardano con particolare interesse alla stipula di accordi per l'approvvigionamento di terre rare e minerali critici, poiché l'Asean rappresenta una delle principali alternative all'attuale monopolio cinese.

Il 47º vertice Asean, tenutosi a Kuala Lumpur dal 26 al 28 ottobre 2025, rappresentava quindi un crocevia importante sia per le sorti delle relazioni commerciali tra Asean e Usa, che per il blocco asiatico stesso, chiamato ad affrontare sfide cruciali in ambito politico ed economico per salvaguardare la propria unità di intenti e scongiurare future crisi di legittimità. Nonostante il multilateralismo che, per definizione, caratterizza l'Asean, in questa occasione diversi paesi hanno deciso di trattare direttamente con Washington, preferendo quindi la via delle negoziazioni bilaterali. Nello specifico, sono stati raggiunti nuovi accordi commerciali reciproci e impegni sull'accesso ai mercati con il Vietnam, la Cambogia, la Thailandia e la Malaysia; questi ultimi tre paesi hanno inoltre stipulato, o stanno per stipulare, accordi chiave in tema di sfruttamento ed esportazione di terre rare e minerali critici. In particolare, la Malaysia ha acconsentito a non imporre divieti né quote alle esportazioni verso gli Usa di minerali considerati critici[3], mentre la Cambogia si è impegnata a facilitare gli investimenti statunitensi sul suo territorio per tutta la filiera della lavorazione delle terre rare, dall'estrazione alla raffinazione e distribuzione[4].

A generare particolare clamore, però, sono state alcune clausole imposte dalla Casa Bianca riguardo "la cooperazione sul controllo delle esportazioni". Questi nuovi accordi, seppure con dettagli diversi, obbligano in modo più esplicito la Malaysia e la Cambogia a cooperare con gli Usa nei confronti di specifici paesi terzi - con probabile riferimento alla Repubblica popolare cinese (Rpc) in primis - in aree come la vigilanza degli investimenti, l'elusione tariffaria ed appunto il controllo delle esportazioni. Anche il memorandum d'intesa con la Thailandia sembra andare in questa direzione, rinnovando l'impegno dei due paesi a collaborare sul controllo delle esportazioni, sulla sicurezza degli investimenti e sul contrasto all'elusione dei dazi[5]. Nel loro insieme, questi accordi rendono più chiara la strategia di Trump, evidenziandone l'intento di diversificare le catene di approvvigionamento dei minerali critici e delle terre rare, alla luce del quasi monopolio della Rpc come produttore e raffinatore mondiale. A esacerbare ulteriormente il quadro ha contribuito la stessa Cina, che negli ultimi anni ha imposto controlli all'esportazione sempre più severi sulle proprie tecnologie e richiesto permessi di approvazione all'export provenienti direttamente dal governo[6].

La clausola sul "transshipment" come strumento di politica commerciale

Gli accordi di Kuala Lumpur non hanno interessato soltanto il settore delle terre rare e dei minerali critici: Vietnam, Malaysia, Cambogia e Thailandia si sono infatti impegnati a ridurre o eliminare i dazi sui prodotti statunitensi. Disposizioni aggiuntive includono l'impegno del Vietnam ad acquistare aeromobili e prodotti agricoli statunitensi, e l'accesso preferenziale della Malaysia ai prodotti agricoli della Casa Bianca[7]. Tuttavia, gli Usa mantengono tariffe del 19% in Cambogia, Thailandia e Malaysia, con il Vietnam fermo al 20%, mentre sono previsti limitati casi di esenzioni tariffarie per specifici prodotti provenienti dai suddetti paesi, quali componenti e parti per aeromobili civili, alcuni farmaci generici, nonché determinati prodotti agricoli, come caffè, tè o cacao.

Tali accordi, inoltre, restano vincolati a quelle che potremmo definire "clausole anti-transshipment". Il fenomeno del transshipment si riferisce a una certificazione fraudolenta dell'origine dei beni oggetto della transazione. In altre parole, alla dogana viene dichiarato, ad esempio, che una merce provenga direttamente dal Vietnam, quando in realtà è stata prodotta originariamente nella Rpc. Il riferimento non è casuale, in quanto i paesi dell'Asean sono divenuti, soprattutto dopo la guerra dei dazi del 2018 tra Cina e Stati Uniti, snodi chiave per la circolazione di merci di origine cinese verso il mercato statunitense, consentendo di aggirare tariffe e dazi che si applicherebbero qualora tali beni fossero esportati direttamente dalla Rpc.

In questo contesto, l'amministrazione Trump ha imposto dazi del 40% qualora ci fosse il sospetto che i beni provenissero dalla Rpc tramite i paesi Asean, sebbene non sia stato definito con chiarezza che cosa costituisca per Washington transshipment, lasciando spazio a differenti interpretazioni[8]. Questa indeterminatezza rende la clausola potenzialmente punitiva, nonché costituisce uno strumento di sottomissione pericoloso per i membri dell'Asean, proprio per la vaghezza nella definizione di tale pratica da parte degli Usa. Queste clausole rischiano infatti di mettere in discussione il modello di crescita orientato all'export che caratterizza i paesi della regione, colpendo principalmente i produttori che basano parte della propria competitività sugli investimenti, sui beni capitali e sugli input e semi-lavorati provenienti dalla Rpc. Un improvviso ridimensionamento di tale relazione produttiva, infatti, renderebbe complesso per l'Asean adattarsi e affidarsi in modo prevalente, o esclusivo, all'economia e alla politica tariffaria degli Stati Uniti.

Nel contesto dei rapporti commerciali tra Asean e Usa, particolarmente sorprendente è stata l'iniziale presa di posizione dell'Indonesia. Già nel luglio 2025 Jakarta e Washington avevano siglato un accordo commerciale, entrato in vigore nel settembre dello stesso anno, che ha ridotto le tariffe applicate all'Indonesia dal 32% al 19%, prevedendo possibili ulteriori riduzioni per le materie prime non prodotte internamente negli Stati Uniti. In cambio, il gigante asiatico si è impegnato a eliminare circa il 99% dei dazi sui prodotti industriali, alimentari e agricoli degli Stati Uniti così come tutte le barriere non tariffarie per le sue imprese[9].

Nonostante le concessioni, l'Indonesia avrebbe respinto la richiesta di Trump di applicare una clausola simile a quelle già utilizzate negli accordi con Malaysia e Cambogia per il "coordinamento del controllo delle esportazioni". Per Jakarta, la clausola sarebbe una limitazione eccessiva della libertà politica ed economica della nazione, nel timore di poter perdere la propria autonomia in ambito di relazioni commerciali con altri paesi[10]. L'economia più grande del Sud-est asiatico, infatti, non vuole rischiare di rovinare i rapporti con uno dei maggiori partner esteri, la Cina, che negli ultimi tempi ha portato avanti grandi investimenti nel settore dell'estrazione del nickel, ma anche in opere pubbliche come la costruzione della ferrovia che connette Jakarta a Bandung[11]. Tuttavia. la necessità di assicurare che le negoziazioni tariffarie con gli Usa vadano a buon fine ha ammorbidito la posizione di Jakarta, che ha tenuto a specificare successivamente come tali dinamiche siano solo una richiesta di armonizzazione linguistica negli accordi. Ricordiamo infatti che la Casa Bianca è un attore chiave nelle esportazioni nei settori tessili, calzaturieri e dell'olio di palma dell'Indonesia. L'Indonesia ha accelerato i negoziati tariffari con gli Stati Uniti con l'obiettivo di completare le fasi tecniche e di revisione legale dell'accordo entro gennaio 2026, dopo che la scadenza iniziale fissata per la fine del 2025 non era stata rispettata[12].

Fig. 7 - La situazione dei dazi Usa nei paesi dell'Indo-Pacifico, a un anno dall'insediamento di Donald Trump

Il paradosso del principio di non-interferenza

Il quadro commerciale appena descritto tra i paesi Asean e gli Stati Uniti evidenzia immediatamente un paradosso che fonda le sue radici in uno dei principi fondamentali dell'Asean, ovvero la non interferenza. Tale principio lascia ampi spazi di discrezionalità agli stati membri, sancendo il pieno rispetto delle singole sovranità nazionali mediante l'astensione da ingerenze dirette o indirette negli affari interni degli altri membri. Sebbene tale principio sia formalmente valido solo per gli stati membri dell'Asean, appare dunque paradossale che Malaysia e Cambogia abbiano accettato limitazioni in ambito commerciale imposte da un attore esterno come dagli Usa, così come Thailandia e Indonesia sembrano avviate verso un epilogo negoziale analogo.

Tale paradosso si riflette fortemente sull'assetto dell'intero blocco, mettendo in risalto significative fragilità strutturali. Il principio di non interferenza, infatti, si è dimostrato spesso un impedimento alla realizzazione di piani comunitari strategici - sia di natura economica che politica - e alla risoluzione di vicende di natura transnazionale, limitando fortemente la possibilità di intervenire in tensioni all'interno e all'esterno del blocco. L'attuale contesto commerciale nei rapporti con gli Stati Uniti ha messo in luce, ancora una volta, la propensione dell'Asean a una frammentazione interna su questioni economico-politiche che richiederebbero, almeno in teoria, una risposta unitaria. In questo quadro, paesi come la Malaysia, per i quali Washington costituisce un partner commerciale fondamentale nei comparti petrolifero e tecnologico, si sono trovati in una posizione di particolare vulnerabilità, accettando condizioni negoziali complessivamente sfavorevoli.

La guerra dei dazi ha inoltre evidenziato come l'uso di barriere tariffare possa accentuare la competizione intra-Asean, contribuendo a indebolire la coesione del blocco e a compromettere la credibilità delle posizioni strategiche collettive. La Malaysia, ad esempio, prima degli accordi di ottobre, era soggetta a tariffe doganali statunitensi all'importazione pari a circa il 25% - a fronte del 20% del Vietnam e del 19% dell'Indonesia - con il rischio concreto di perdere il ruolo di primo piano conquistato nel tempo all'interno delle catene di approvvigionamento del settore tecnologico. Allo stesso modo, paesi come il Laos, attualmente gravati da tariffe fino al 46%, risultano di fatto esclusi dalla possibilità di partecipare in modo competitivo agli accordi commerciali con gli Stati Uniti, collocandosi ai margini del blocco.

I rapporti commerciali tra Usa e India

Di diversa portata, sia in termini di volume sia di risonanza nel contesto geopolitico regionale, è invece la relazione commerciale tra Usa e India. Nel 2024, il commercio di beni e servizi tra i due paesi ha raggiunto un valore complessivo di $212,3 miliardi, registrando un aumento dell'8,3% rispetto al 2023[13]. Nello stesso anno, il disavanzo commerciale statunitense nei beni nei confronti dell'India è stato pari a $45,8 miliardi, in crescita del 5,9% su base annua; mentre l'avanzo statunitense nei servizi ha raggiunto i $102 milioni, a fronte di un disavanzo di $76 milioni nel 2023[14]. Nonostante tali valori siano particolarmente significativi, le negoziazioni in seguito all'imposizione di dazi su Nuova Dehli con il governo di Narendra Modi sembrano, almeno per il momento, essere passate in secondo piano nel quadro delle priorità commerciali statunitensi.

La politica tariffaria dell'amministrazione Trump, infatti, non ha interessato esclusivamente i paesi dell'Asean; in questo contesto, l'India rischia di configurarsi come il principale nodo irrisolto negli equilibri commerciali e geopolitici regionali. Il governo di Nuova Delhi si è visto applicare tariffe del 27% ad aprile 2025, poi messe in pausa dalla stessa Casa Bianca - per 90 giorni -, con l'applicazione di dazi base del 10%[15]. Nell'agosto successivo, tuttavia, Washington ha quasi raddoppiato il dazio precedentemente annunciato, portandolo al 50% e interrompendo di fatto lo sviluppo di una partnership strategica più profonda tra i due paesi[16]. La motivazione di tale decisione è riconducibile agli acquisti di petrolio russo da parte dell'India, effettuati nonostante i molteplici pacchetti di sanzioni verso Mosca sostenuti e promossi dagli Usa. A tale manovra si aggiunge anche l'applicazione di dazi fino al 50%, tra i più elevati imposti dagli Stati Uniti, su beni quali capi d'abbigliamento, gemme e gioielli, calzature, articoli sportivi, mobili e prodotti chimici. Tali dinamiche hanno determinato, nell'ottobre 2025, un crollo del 9% delle esportazioni indiane verso gli Usa rispetto allo stesso mese dell'anno precedente[17].

L'India, dunque, è sottoposta a un regime tariffario particolarmente severo, al pari di paesi come la Rpc, principale rivale commerciale degli Usa sotto le ultime amministrazioni. È inoltre paradossale che, alla luce degli scambi commerciali con la Russia, l'aumento dei dazi abbia colpito, tra i principali attori asiatici, esclusivamente l'India, mentre nei confronti della Cina il tycoon abbia adottato un atteggiamento decisamente più prudente. Tale cautela è stata dettata dalla consapevolezza del quasi monopolio cinese sulle terre rare e, di conseguenza, del controllo esercitato da Pechino su uno snodo cruciale per lo sviluppo del settore tecnologico statunitense. Nonostante ciò, questi rapporti commerciali piuttosto conflittuali sembrano indirizzati a una risoluzione, con la fine dei negoziati stimata per marzo 2026. Washington stessa spinge alla conclusione di tali accordi nel più breve tempo possibile, puntando a un abbassamento dei dazi e a una maggiore apertura del mercato agricolo indiano, oggi fortemente protetto da tariffe elevate e restrizioni regolatorie ai prodotti statunitensi.

Tra presente e futuro

L'Asean ha sprecato probabilmente un'importante occasione per mostrare al mondo la sua forza come blocco, non essendo stata in grado di produrre una risposta coerente e unitaria all'attuale situazione geopolitica con gli Usa. Ancora una volta, le priorità nazionali dei singoli paesi hanno prevalso sull'unità dell'associazione, spingendo l'Asean a negoziazioni bilaterali con la Casa Bianca in una posizione complessivamente svantaggiosa, tanto sul piano politico quanto su quello commerciale. Il margine di manovra politico del blocco Asean appare a oggi ridotto drasticamente; al tempo stesso però, l'attuale situazione ha confermato come il sud-est asiatico sia al centro dei dibattiti e della competizione globale, dando comunque alla regione un ruolo strategico non indifferente in virtù della disponibilità di risorse chiave come le terre rare, i minerali critici, il nickel, il rame e l'oro nascosti nel sottosuolo.

L'India, invece, si trova in un limbo commerciale con Washington di particolare rilievo, caratterizzato da negoziati avviati ma destinati a svilupparsi con tempistiche piuttosto lunghe e che rischiano di creare un rallentamento non indifferente nello sviluppo commerciale del paese. È evidente che, almeno in questa fase, le negoziazioni tra Trump e Modi siano in qualche modo passate in secondo piano per Washington, ma tale atteggiamento appare coerente con una valutazione geopolitica più ampia. L'India è infatti considerata dalla Casa Bianca un mercato non ancora pienamente maturo e un paese con una base industriale di rilievo, ma non pienamente competitiva. Queste valutazioni collocano l'India come un'alternativa alla Rpc sul medio-lungo periodo e, di conseguenza, non come una priorità immediata. La concessione immediata di forti riduzioni dei dazi, infatti, avrebbe potuto ridurre la leva negoziale degli Usa, che con questa strategia attendista mirano a mantenere una pressione costante su un partner geopolitico importante ma che attualmente non rappresenta un attore chiave nel settore tecnologico - ambito considerato prioritario dall'amministrazione Trump per la crescita economica statunitense.

L'attuale contesto delinea quindi uno schema politico-commerciale in cui l'Asean emerge come partner manifatturiero immediato e cruciale nella strategia statunitense di emancipazione dalla Cina nel campo dello sviluppo tecnologico, mentre l'India si configura come partner strategico di lungo periodo. Questa differenziazione di trattamento riflette la volontà degli Usa di costruire un ecosistema regionale complementare, evitando un'eccessiva concentrazione di potere economico in capo a un singolo attore.

[1] Office of the United States Trade Representative, "Association of Southeast Asian Nations (ASEAN)", ultimo accesso effettuato: gennaio 2026.

[2] Ibidem.

[3] The White House,"Agreement Between the United States of America and Malaysia on Reciprocal Trade", 26 ottobre 2025.

[4] The White House, "Agreement Between the United States of America and the Kingdom of Cambodia on Reciprocal Trade", 26 ottobre 2025.

[5] The White House, "Memorandum of Understanding Between the Government of the United States of America and the Government of the Kingdom of Thailand Concerning Cooperation to Diversify Global Critical Minerals Supply Chains and Promote Investments", 26 ottobre 2025.

[6] "Trump strikes deals on trade, critical minerals in Southeast Asia", Reuters, 27 ottobre2025; P. Hoskins e L. Bicker, "China tightens export rules for crucial rare earths", Reuters, 9 ottobre 2025.

[7] The White House, "Joint Statement on a United States-Vietnam Framework for an Agreement on Reciprocal, Fair, and Balanced Trade", 26 ottobre 2025.

[8] A. Mobeen et al., " Transshipment: Outlook and implications for ASEAN", S&P Global Market Intelligence, 2 ottobre 2025.

[9] The White House, "Joint Statement on Framework for United States-Indonesia Agreement on Reciprocal Trade", 22 luglio 2025.

[10] Indonesia resists US trade deal 'poison pill', Financial Times, 28 November 2025.

[11] A. Home, "China built Indonesia's nickel boom but could yet bust it", Reuters, 1 dicembre 2025; B.H. Berger, "The Jakarta-Bandung High-Speed Railway: Indonesia's Lessons Learned", The Diplomat, 11 novembre 2025.

[12] "Indonesia Speeds Up Tariff Negotiations With the US", Antara News, 8 gennaio 2026; "Indonesia expects to complete tariff negotiations with the US by year-end: official", Reuters, 12 dicembre 2025.

[13] Office of the United States Trade Representative, "India", ultimo accesso effettuato: gennaio 2026.

[14] Ibidem.

[15] A. Ahmed, M. Kumar e S. Batra, "India says studying impact of 27% US tariff, vows to push trade deal", Reuters, 3 aprile 2025.

[16] D. Lawder e M. Kumar, "Trump's doubling of tariffs hits India, damaging ties", Reuters, 27 agosto 2025.

[17] R.D. Mishra, "Trump tariffs drag down India's US exports by 9% in October" The Indian Express, 18 novembre 2025.

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