03/06/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/06/2026 04:05
Per l'Arabia Saudita e le monarchie del Golfo sono giorni molto difficili. Dopo l'intervento preventivo congiunto di Israele e degli Stati Uniti contro l'Iran, la Repubblica Islamica sta attuando una ritorsione senza limiti contro le monarchie della regione, colpendo non soltanto le basi americane lì ospitate - come negli scenari da manuale - ma anche le infrastrutture civili, come nei peggiori scenari asimmetrici.
Aeroporti, porti, impianti energetici, data center, edifici residenziali e turistici: la connettività aerea, marittima, persino digitale del Golfo è sotto attacco, così come la sicurezza economica di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein, Kuwait, Oman, da giorni sotto i colpi dei missili e dei droni di Teheran.
Minacce - la cui frequenza sta diminuendo da un paio di giorni - spesso intercettate dai costosi sistemi di difesa aerea di fabbricazione soprattutto americana (missili Patriot o il Terminal High Altitude Area Defense-THAAD in dotazione solo a Riyadh e Abu Dhabi), ma anche europea e, in misura minore, israeliana (il sistema Barak-8 in dotazione agli Emirati), coreana (Cheongung II per gli Emirati) cinese (i sistemi laser Silent Hunter per i droni a bassa quota acquistati dall'Arabia; i sistemi portatili, MANPADS, FN-6 in dotazione al Qatar) e russa (i MANPADS Igla per Emirati, Qatar e Bahrein; Pantsir S1 per gli Emirati). Sistemi che, tuttavia, non possono prevenire l'impatto al suolo dei pericolosi detriti.
Sicurezza economica ora sotto attacco, che si compone di energia, di commercio e di trasporti marittimi e aerei, di mobilità e turismo. Sono i punti di forza delle capitali arabe del Golfo, trasformatisi - mai come ora - in fattori di vulnerabilità. Con questa ritorsione senza regole, l'Iran punta a massimizzare i danni regionali e globali della guerra per condizionarne l'evoluzione: alzare il prezzo dello scontro per tutti, nel tentativo di fermarlo.: alzare il prezzo dello scontro per tutti, nel tentativo di fermarlo.
In tale quadro, il fattore tempo sarà fondamentale per valutare i reali danni economici della guerra sulle economie della regione e non solo. Più la ritorsione iraniana e il conflitto si prolungheranno, più le capitali arabe del Golfo subiranno un impatto significativo in termini di commercio, investimenti diretti esteri, mobilità e turismo.
C'è però un altro fattore, non quantificabile ma prezioso: quello emotivo e d'immagine. Le monarchie dell'area, da sempre oasi di stabilità in un Medio Oriente incerto, sono - loro malgrado - diventate una zona di attività militare. Una percezione nuova che rimarrà - seppur sottotraccia - nelle esperienze e nei ragionamenti politici ed economici, quando la fase acuta del conflitto sarà cessata.
Ancor di più che durante la guerra dei dodici giorni tra Israele e Iran del giugno scorso, le monarchie del Golfo stanno monitorando con particolare attenzione tre rischi di sicurezza: ambientale, idrica e alimentare. Sicurezza ambientale e idrica sono strettamente collegate. L'eventuale fuoriuscita di materiale radioattivo da Bushehr, l'unico reattore nucleare attivo in Iran, potrebbe contaminare l'aria nonché le acque del Golfo: le monarchie utilizzano queste ultime, mediante impianti di desalinizzazione, per l'acqua potabile e di uso domestico, agricolo e industriale. Il rischio di contaminazione paralizzerebbe il settore della pesca, e potrebbe coinvolgere - nella sua massima gravità - i circa 60 milioni di abitanti totali dei paesi delle sei monarchie.
Mesi fa, il primo ministro del Qatar Mohammed Al-Thani aveva dichiarato in un'intervista che - nella peggiore delle ipotesi - l'esplosione di Bushehr avrebbe privato le monarchie del Golfo d'acqua entro tre giorni, nonostante i piani d'emergenza predisposti e le riserve d'acqua accumulate. Gli impianti di desalinizzazione, situati sulle coste, sono dunque fortemente esposti a rischi ambientali: il Qatar dipende al 100% dall'acqua desalinizzata, l'Arabia Saudita per il 50% (al 2023), gli Emirati Arabi per l'80% dell'acqua potabile a disposizione.
Dal punto di vista della sicurezza alimentare, gli Emirati Arabi hanno precisato in questi giorni di avere disponibilità di beni essenziali per 4/6 mesi, invitando cittadini e residenti a non fare scorte eccessive e rassicurando circa la stabilità dei prezzi. In questo senso, il modello è il Qatar, che dal 2017 - quando fu improvvisamente sottoposto a embargo e boicottaggio da parte dei vicini - ha accelerato sulla National Food Security Strategy 2030, con l'obiettivo di coltivare e produrre localmente i beni alimentari primari.
Sono bastati pochi giorni di guerra per spingere Stati e compagnie a scrutare rotte alternative allo Stretto di Hormuz, il più temuto dei choke-points globali. Da subito, però, il re-routing intorno alla regione del Golfo e della Penisola Arabica è apparso un esercizio estremamente complicato. Infatti, le rotte alternative si stanno rivelando rischiose: anche i percorsi e le infrastrutture "oltre Hormuz" sono bersaglio di attacchi, seppur in misura minore.
In Oman, il paese che ha mediato fino all'ultimo fra Iran e Stati Uniti, il porto di Duqm è stato colpito due volte (1° marzo e 3 marzo, quando un deposito di carburante ha preso fuoco ), con droni che sono caduti anche in prossimità del porto di Salalah, senza danni significativi (3 marzo). I porti omaniti di Duqm e Salalah, che hanno a tratti sospeso in via precauzionale le operazioni, si affacciano sull'Oceano Indiano, non sul Golfo; anche le operazioni al terminal di Fujairah, l'unico dei sette Emirati Arabi situato a est di Hormuz, sono state fermate dopo che il detrito di un drone ha provocato un incendio nella zona industriale. Una petroliera è stata poi colpita al largo di Fujairah (4 marzo). Pertanto, davanti a una guerra così intensa e diffusa, anche queste infrastrutture civili presentano rischi.
L'altra rotta alternativa è il Mar Rosso. La compagnia petrolifera Saudi Aramco si detta intenzionata a esportare di più tramite il terminal di Yanbu in direzione Asia, quindi tramite lo Stretto del Bab el-Mandeb. Il traffico commerciale nello stretto è in ripresa rispetto ai mesi acuti della crisi della navigazione seguita agli attacchi degli Houthi yemeniti (ma è ancora lontano dai livelli pre-crisi del 2023) e ha registrato un'ulteriore discesa nel mese di gennaio 2026 (il 2% in meno di dicembre), anche a causa delle tensioni che crescevano tra Stati Uniti e Iran.
Rimane tuttavia l'incognita Houthi: riprenderanno gli attacchi alle navi ora che Israele e Stati Uniti bombardano l'Iran, rendendo di nuovo pericoloso il Mar Rosso? Il movimento armato yemenita ha interrotto i lanci di droni e missili contro Israele e le navi commerciali dopo la firma del cessate il fuoco a Gaza, e quelli contro le navi americane dopo la campagna aerea e poi il cessate il fuoco con Washington. Tempo fa gli Houthi avevano annunciato che sarebbero tornati all'offensiva marittima qualora l'Iran fosse stato attaccato: per ora, il gruppo guidato da Abdel Malek Al-Houthi sembra però prendere tempo. Forse aspettando un'altra fase della guerra. Alleati e non "burattini" di Teheran, gli Houthi decideranno in base ai propri interessi strategici. In questo senso, il ritorno agli attacchi contro Israele potrebbe essere l'opzione più verosimile, utile a rinfocolare la propaganda interna e alleggerire la pressione militare su Hezbollah in Libano senza, però, compromettere la tacita tregua con i sauditi.
Con il Qatar che ha sospeso per force majeure la produzione di gas e l'Arabia Saudita che ha temporaneamente sospeso l'attività della raffineria di Ras Tanura, il tema - ancor prima delle rotte commerciali- sta però diventando quello della produzione energetica.
E qualche importatore comincia a guardarsi intorno. L'Indonesia (285 milioni di abitanti), il più grande paese islamico del mondo, ha annunciato che importerà più petrolio dagli Stati Uniti per ridurre l'import dal Golfo: Jakarta importa il 20% di greggio dall'Arabia Saudita.
Se la guerra nel Golfo dovesse protrarsi per settimane, o mesi, l'Arabia Saudita e le monarchie rischierebbero di perdere quote di mercato energetico, soprattutto petrolifero? Ora che la guerra di Stati Uniti e Israele all'Iran paralizza il Golfo, sarebbe una beffa ulteriore se, alla fine, fosse l'alleato Washington a riempire i vuoti energetici lasciati dai sauditi e dalle monarchie vicine. Anche questo scenario, però, è strettamente legato al fattore tempo.