01/02/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/02/2026 10:28
Una nuova ondata di proteste attraversa l'Iran stretto nella morsa della stagnazione e della crisi economica. Per il quinto giorno consecutivo, i manifestanti sono scesi in piazza paralizzando diverse città del paese protestando contro il carovita e scontrandosi con le forze dell'ordine. Secondo un primo bilancio, i disordini avrebbero causato almeno sei morti e centinaia di feriti. I media iraniani riferiscono inoltre di decine di arresti. Pur non avendone raggiunto le dimensioni, si tratta della mobilitazione più significativa verificatasi nella Repubblica islamica dai tempi della rivolta del 2022. Allora ad infiammare le piazze con lo slogan "Donna, vita, libertà" era stata la notizia della morte di Mahsa Jina Amini, una studentessa 22enne accusata di non aver indossato correttamente il velo e deceduta mentre era sotto custodia della polizia. Stavolta, a innescare la scintilla è stato il malessere economico di un Paese martoriato da anni di cattiva gestione governativa, una corruzione endemica e il perdurare delle sanzioni internazionali. Secondo Le monde, "negli ultimi 9 mesi il prezzo del formaggio è aumentato del 140%, quello del pane sangak - una varietà locale - del 250%, mentre il prezzo del latte è aumentato del 50% in soli due mesi e quello della carne macinata del 20% in un mese". Con il potere d'acquisto che si dissolve, cresce rapidamente il numero di persone che sentono di non avere più nulla da perdere. E il senso di impotenza e frustrazione della classe media minaccia di innescare una rivolta che, come già accaduto in passato, punta il dito contro il fallimento di un intero sistema.
La crisi in atto minaccia di assumere anche una dimensione internazionale più ampia dopo che Donald Trump ha affermato che gli Stati Uniti interverranno in "difesa" dei manifestanti se Teheran risponderà con violenza alle proteste. In un post su Truth Social il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato: "Se l'Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso. Siamo armati e pronti a partire". In risposta alla minaccia di intervento di Trump, Ali Shamkhani, consigliere della guida suprema, ayatollah Ali Khameini, ha avvertito che la sicurezza nazionale dell'Iran è "una linea rossa, non materiale per tweet avventurosi" aggiungendo che "qualsiasi tentativo di intervento che minacci la sicurezza dell'Iran verrà bloccato con una risposta che indurrà al rimpianto". Le minacce giungono pochi giorni dopo che Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero colpire l'Iran qualora emergesse che Teheran sta ricostruendo il suo programma nucleare, aumentando ulteriormente le tensioni tra i due Paesi.
Al centro delle proteste resta tuttavia la crisi economica interna. L'Iran, sottoposto a pesanti sanzioni statunitensi, ha visto negli ultimi anni un drastico peggioramento delle condizioni di vita. Il crollo della valuta nazionale, il rial, e un'inflazione che a dicembre ha superato il 40% hanno eroso salari e risparmi. Questa tendenza si è ulteriormente aggravata dopo la guerra di dodici giorni con Israele dello scorso giugno, alla quale hanno partecipato brevemente anche gli Stati Uniti. Non è un caso infatti che i disordini siano iniziati nel quartiere degli affari di Teheran, simbolo della crisi valutaria, per poi estendersi alle università e ad altre città. Il presidente Masoud Pezeshkian, salito al potere circa diciotto mesi fa promettendo riforme economiche e maggiore attenzione al disagio sociale, si trova ora di fronte a un test cruciale. Riconoscendo le "legittime rivendicazioni" dei manifestanti, il governo ha annunciato alcune misure tampone, tra cui incontri con i leader del mondo imprenditoriale e nominando un nuovo governatore della Banca Centrale nel tentativo di ristabilire una fragile "stabilità economica".
Accanto ai segnali di apertura, però, le autorità hanno ribadito la linea dura contro quelli che definiscono "gruppi ostili" intenzionati a trasformare le proteste in violenza. La risposta repressiva appare in contrasto con la retorica più conciliatoria dello stesso Pezeshkian, che ha ammesso: "Se le persone non sono contente di noi, la colpa è nostra". Tuttavia, l'intensificarsi della repressione suggerisce che l'apparato di potere tema una possibile saldatura tra protesta economica e contestazione politica. I video circolati online mostrano infatti slogan sempre più radicali, cori di "morte al dittatore" e persino richiami alla monarchia deposta nel 1979. Negli ultimi giorni il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie ha riaffermato che reagirà con fermezza a qualsiasi "sedizione" o ingerenza straniera. In questa cornice, Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ha accusato Stati Uniti e Israele di aver avuto un ruolo nelle manifestazioni, avvertendo che un intervento americano porterebbe alla destabilizzazione dell'intera regione e metterebbe a rischio gli interessi e la sicurezza dei soldati statunitensi. Il rischio, per Teheran, è che una crisi nata dal carovita si trasformi in una sfida più ampia alla legittimità del regime, mentre sullo sfondo si riaccende il confronto con Washington e nuove tensioni regionali si addensano all'orizzonte.
Il commento
Di Luigi Toninelli, Junior Research Fellow, Osservatorio MENA, ISPI
"Le proteste in Iran si stanno ampliando, ma restano lontane dall'ampiezza dei movimenti del 2019 e del 2022. I manifestanti faticano a mobilitare ampi strati della popolazione e a esprimere rivendicazioni realmente condivise. Oggi le istanze si articolano su tre filoni principali: la contestazione delle riforme economiche e del deprezzamento della moneta, la richiesta di porre fine alla Repubblica islamica e, in misura minore, il ritorno della monarchia. In questo quadro, appare difficile che l'attuale mobilitazione possa produrre un cambiamento radicale, soprattutto finché gli apparati di sicurezza e lo stato profondo si mostreranno compatti nel difendere il sistema costituito. Nonostante le crescenti difficoltà, Ali Khamenei e l'assetto politico-istituzionale da lui plasmato sembrano ancora saldamente al comando; senza un cambio di passo, le proteste rischiano di ottenere come unico risultato l'indebolimento del fragile governo riformista e mettere ancor più in mostra l'incapacità dell'istituzioni nel far fronte alle molteplici crisi che affliggono il paese".