07/08/2026 | Press release | Distributed by Public on 07/08/2026 07:08
(Arv) Venezia, 8 luglio 2026
La consigliera regionale Chiara Luisetto (Partito Democratico) ha presentato oggi, a Venezia, nella sala stampa "Oriana Fallaci" di palazzo Ferro Fini, sede dell'assemblea legislativa veneta, il romanzo di Loris Giuriatti "Il silenzio degli altopiani", edito da Rizzoli.
"Loris Giuriatti non ha bisogno di presentazioni - ha ricordato la consigliera Luisetto - perché la sua figura e la sua penna sono ormai consolidate e sono quelle di un autore che sa raccontare non solo un territorio, ma anche storie di persone e di ambienti che ci sono familiari, dal monte Grappa alla pianura, dalla passione per la bicicletta a una serie di tematiche che hanno attraversato la vita del bassanese e del territorio veneto per decenni. "Il silenzio degli altopiani" è l'ultima fatica letteraria di Giuriatti, autore che abbiamo ospitato lo scorso anno per la presentazione di un altro suo libro, "La tormenta di San Giovanni" e che ci aveva promesso di raccontare il suo ultimo libro, un testo molto intimo che narra in maniera romanzata la storia di un pezzo di famiglia di Loris".
La vicenda prende avvio nel giugno del 1940, quando il passato torna a bussare alla porta di Ceo Gonda, nelle vesti del maresciallo Zancanaro e di una busta che contiene poche carte, sufficienti a riaprire una storia rimasta sepolta per anni. Da quel momento si apre un lungo viaggio nella memoria, raccontato in prima persona, tra i sentieri del Pasubio durante la Grande Guerra, la durezza della prigionia, l'amicizia profonda, l'emigrazione verso l'America e il difficile ritorno a casa. È anche una storia di segreti custoditi per anni, di promesse, di sacrifici e di scelte che continuano a influenzare il presente.
"Il silenzio degli altopiani è un lavoro che racconta le vicende del mio nonno materno, un anziano silenzioso che in paese tutti chiamavano "l'Americano". Di lui mancava un pezzo della Guera Granda, come la chiamavamo in casa: la prigionia. Il nonno era un alpino del Monte Berico, fatto prigioniero nel maggio 1916 sul Col Santo, combattendo una guerra in cui i soldati non si conoscono, ma che, tolta la divisa, si ritrovano uguali, cosa temutissima dai vertici militari. Il ritorno dalla prigionia per un soldato è sempre drammatico, in particolare, per i prigionieri della Prima guerra mondiale, perché furono prima considerati traditori da Cadorna e poi dimenticati da Diaz. Il ritorno comportava obbligo di rientrare in caserma, peraltro, per non passare da disertori: e in caserma si ritrovarono solo in quattro, in un contesto totalmente trasformato. Alcuni, soprattutto tra i monti, iniziano l'attività di recuperanti per cercare ciò che era necessario, ma altri se ne vanno, oltre il "mare oceano". E il protagonista, per un periodo, emigra: dopo un lungo viaggio, una traversata di quaranta giorni in nave con il mare agitato, nei dormitori comuni di terza classe, dopo lo sbarco a Ellis Island, arriva a Chicago, in America, e scopre che il lavoro che lo aspetta è quello di minatore di carbone. C'è anche il ricordo dell'epoca fascista, in particolare del fascismo di campagna, di cui ho scoperto le diversità rispetto a quello "romano". La campagna di cui parlo, peraltro, esiste ancora, è quella dei miei parenti, dei miei zii in particolare, ed è quella che oggi lavoro io. Anche dal punto di vista linguistico, la scelta di utilizzare in certi momenti il dialetto aiuta a dare maggiore profondità e incisività alle storie che racconto nel romanzo. Il libro mi ha insegnato tanto di mio nonno: il rispetto dei tempi della natura, ad esempio, ma anche che nel corso del tempo le idee si possono cambiare: serve coraggio, e magari ammettere di aver sbagliato".
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