ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

02/17/2026 | Press release | Distributed by Public on 02/17/2026 08:54

USA-Iran: nucleare al centro del negoziato

Il secondo round di negoziati tra USA e Iran tenutosi oggi a Ginevra, sotto la mediazione dell'Oman, si è concluso senza progressi concreti. Il presidente statunitense Donald Trump era possibilista sulla possibilità di arrivare a una qualche forma di accordo. Dal canto suo, il regime degli ayatollah gli fa indirettamente eco, sostenendo che Teheran rimane pronto a negoziare un accordo dal quale "Washington dovrebbe trarre benefici finanziari". Al termine dei colloqui odierni, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato: "Ci sono stati buoni sviluppi rispetto all'ultimo round". Per poi precisare: "Le parti lavoreranno su eventuali documenti di accordo e se li scambieranno. Questo non significa che raggiungeremo un accordo presto, ma il percorso è iniziato". Lunedì, il capo della diplomazia di Teheran si trovava già nella città svizzera, dove ha tenuto un incontro con l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) "per discussioni tecniche approfondite". Il confronto attesterebbe la flessibilità di Teheran e la possibilità di negoziare un'intesa garantendo una diminuzione dei livelli di arricchimento dell'uranio inferiori persino a quanto concordato nel 2015. Teheran sarebbe poi pronta ad accogliere gli ispettori internazionali, concedendo pieno accesso all'AIEA per monitorare i propri impianti nucleari e, in una certa misura, mostrare flessibilità riguardo alla spedizione delle scorte di uranio già arricchito verso altri paesi. Araghchi ha ribadito di "non cercare né di produrre né di acquisire armi nucleari, che non trovano alcun posto nella dottrina della sicurezza nazionale dell'Iran". Nessuna possibilità di negoziare, invece, sull'arsenale di missili di cui dispone Teheran, punto su cui Israele preme sugli alleati statunitensi. La Repubblica Islamica spera che la flessibilità dimostrata sul programma nucleare possa essere ricambiata con un alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di una parte significativa dei consistenti beni iraniani congelati all'estero.

Diplomazia o guerra?

Mentre le delegazioni viaggiavano verso la Svizzera, i rispettivi eserciti mantenevano alta l'allerta militare. Se da un lato, infatti, l'Iran si dice pronto a un compromesso, dall'altro rimane altrettanto pronto a uno scenario bellico. Alla vigilia del secondo round di negoziati, Teheran ha lanciato una massiccia esercitazione navale nello Stretto di Hormuz, assicurando "una piena supremazia di intelligence 24 ore su 24" e di poter chiudere il passaggio alle navi se questo venisse richiesto. Una dimostrazione di forza che prescinde dalla dimensione bilaterale della situazione e che riguarda tutta la regione, dal momento che lo Stretto di Hormuz è uno dei più importanti snodi strategici al mondo per il transito di petrolio commerciato dai produttori del Golfo Persico. A loro volta, gli USA mantengono la portaerei USS Abraham Lincoln a 700 chilometri dalle coste iraniane, come verificato dalla BBC, mentre all'"armada" si starebbe aggiungendo la più grande portaerei al mondo, la USS Gerald R Ford, che necessiterebbe di almeno altre due settimane per raggiungere la regione. La predisposizione al dialogo scongiurerebbe l'escalation immediata, ma al contempo non eliminerebbe la pressione diplomatica sull'Iran, le cui possibili concessioni nucleari sono controbilanciate dal netto rifiuto di trattare sull'arsenale missilistico a disposizione del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRCG), considerato una linea rossa da non oltrepassare.

Agenda israeliana?

L'inclusione del programma missilistico iraniano nei negoziati è un punto fermo di Israele, che li percepisce come una delle principali minacce regionali alla sua sicurezza. Un punto ribadito anche giovedì scorso in occasione della visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu a Washington. A questo, inoltre, Tel Aviv aggiunge la fine del sostegno fornito da Teheran alle milizie proxy - in primis Hamas, Hezbollah e Houthi - che hanno partecipato alla guerra iniziata il 7 ottobre 2023. "Non semplicemente fermare il processo di arricchimento, ma smantellare le attrezzature e le infrastrutture che consentono di arricchire fin dall'inizio", ha dichiarato Netanyahu intervenendo alla Conferenza annuale dei Presidenti delle Principali Organizzazioni Ebraiche Americane. Netanyahu ha aggiunto di essere "scettico" sul fatto che l'Iran rispetterebbe un eventuale accordo con gli USA. Israele esercita quindi pressioni dirette sulla diplomazia statunitense affinché questa favorisca la propria agenda regionale. Una dinamica che potrebbe portare a nuove escalation, come accaduto nel giugno 2025, quando Israele lanciò un'offensiva scatenando la cosiddetta Guerra dei 12 giorni con l'Iran, interrompendo di fatto il processo negoziale tra Washington e Teheran. Quella guerra fu giustificata da Tel Aviv dal presunto sviluppo di armi nucleari in Iran, sebbene questa informazione non sia mai stata provata. In quella guerra, gli USA colpirono massicciamente tre siti strategici per il programma nucleare iraniano.

Cresce la pressione interna?

I negoziati tra USA e Iran hanno rilevanza anche dal punto di vista interno. In Iran ricorrono i 40 giorni da quando, lo scorso 8 gennaio, la protesta si è trasformata in un bagno di sangue in cui - secondo le stime interne - sarebbero state uccise più di 3mila persone, sebbene alcune testimonianze incrociate sostengano possano essere almeno dieci volte tanto. Le IRGC hanno dichiarato che "il quarantesimo giorno di commemorazione degli incidenti dell'8-9 gennaio non rappresenta una semplice ricorrenza di calendario, ma un momento strategico che riflette la fermezza della nazione iraniana contro quello che ha definito un complesso complotto statunitense-israeliano volto a destabilizzare il paese". E ad alimentare il dissenso, da Monaco - dove nel weekend scorso si è tenuta la Munich Security Conference - il figlio dell'ultimo scià Reza Pahlavi ha invitato gli iraniani a continuare a protestare. L'erede al trono si è anche detto pronto a guidare una transizione democratica. Dal punto di vista statunitense, invece, il presidente Trump necessita di vittorie diplomatiche da rivendicare prima delle elezioni di Midterm previste per novembre. Al momento, infatti, la Casa Bianca è sotto forti pressioni: le uccisioni extragiudiziali dell'ICE, le rivelazioni contenute negli Epstein files e la graduale erosione degli standard di vita stanno minando la base del sostegno di Trump.

Il commento

Di Luigi Toninelli, ISPI MENA Centre

"Al netto dei 408 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, che Teheran si è detta disposta a diluire in caso di un accordo che preveda l'allentamento della morsa sanzionatoria, il dossier nucleare resta il più semplice da risolvere. La distruzione dei siti di Fordow, Natanz e Isfahan, avvenuta per mano statunitense lo scorso 22 giugno, ha pesantemente danneggiato le infrastrutture nucleari iraniane e allontanato la minaccia di un Iran a latenza nucleare. Per questo motivo non è difficile credere che Teheran sia disposta a fare concessioni su questo fronte. L'idea stessa di un accordo più ampio, che includa intese commerciali, è allettante sia per Washington sia per Teheran; tuttavia, è sul programma missilistico - ancor più che sul sostegno agli alleati regionali - che si misurerà la solidità della mediazione omanita. Al momento le parti sembrano avere visioni opposte e la Repubblica islamica non può cedere sulla sua sicurezza nazionale. Inoltre, Israele continua a premere affinché gli Stati Uniti non facciano concessioni su questo dossier. La mediazione prosegue, i negoziatori si dicono soddisfatti ma anche a giugno si dialogava. Fu in quel contesto che Tel Aviv attaccò, due giorni prima di un round negoziale già in programma".

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