10/14/2025 | Press release | Distributed by Public on 10/14/2025 10:29
Ci sono voluti due anni per liberare gli ultimi ostaggi israeliani ancora detenuti nella Striscia di Gaza e ripristinare un cessate il fuoco che sembrava impossibile da raggiungere. Ma è ora, all'indomani del vertice di Sharm El-Sheikh, che inizia la parte più difficile. Ieri Donald Trump, i presidenti di Egitto e Turchia e l'emiro del Qatar - tutti paesi mediatori nel difficile negoziato tra Israele e Hamas - hanno firmato il testo dell'accordo di pace in 20 punti proposto dal presidente americano in una sfarzosa cerimonia nella località balneare del Sinai, alla presenza di circa due dozzine di capi di Stato. "Ci sono voluti 3mila anni per arrivare a questo punto", ha detto Trump, mostrando la pagina con le firme. Ma la cerimonia aveva in particolare lo scopo di confermare che l'accordo gode del sostegno internazionale, soprattutto in vista di quella che sarà probabilmente una seconda fase complessa e delicatissima. Ma almeno nella serata di ieri, i buoni auspici dei leader riuniti da Trump e Abdel Fattah Al-Sisi a Sharm El-Sheikh sono stati ricompensati da una giornata storica: Hamas ha restituito i 20 ostaggi ancora in vita e le spoglie di alcuni di quelli deceduti in cambio di quasi 2mila prigionieri palestinesi. "La Fase 2 è iniziata", ha affermato Trump, aggiungendo che "tutti dicevano che non era possibile, e invece la pace in Medio Oriente si farà". Entusiasmi a parte, però, gli analisti evidenziano le numerose lacune del progetto, sottolineando che con le attuali premesse non si può escludere che i colloqui si possano arenare.
Gli ostacoli per trasformare la tregua in una pace duratura sono noti: ottenere che Hamas rinunci alle armi e smilitarizzare la Striscia di Gaza - prerequisiti fondamentali perché Israele possa ritirarsi completamente, come hanno ribadito sia il presidente Trump che il primo ministro Benjamin Netanyahu - sarà tutt'altro che facile. E nel limbo attuale "basta una provocazione di Hamas e una reazione israeliana sproporzionata, e si può scatenare una spirale" osserva Nimrod Novik, ex inviato israeliano e membro dell'Israel Policy Forum, aggiungendo che "spetterà al Qatar, alla Turchia e all'Egitto, fare pressione su Hamas affinché non provochi". Poi ci sono le altre questioni in sospeso, che riguardano la governance e la sicurezza nella Striscia. Come l'istituzione di una forza internazionale per contribuire a mantenere la stabilità nel territorio, la ricostruzione dell'economia e delle infrastrutture e la creazione di un comitato di governo palestinese temporaneo, supervisionato da un comitato internazionale i cui unici membri noti, al momento, sarebbero Donald Trump e l'ex premier britannico Tony Blair. Che sia tutto così aleatorio non è un caso: durante i colloqui che hanno portato al cessate il fuoco, le disposizioni sul "giorno dopo" la fine della guerra sono state tra le più complicate e spinose, tanto che alla fine sono state escluse e rimandate alla seconda fase di negoziati.
Le incognite e gli ostacoli, per quanto ben visibili, non significano però che la Fase 2 sia inevitabilmente destinata al fallimento. Secondo un portavoce del ministero degli Esteri del Cairo sarebbero stati scelti i 15 membri del Comitato palestinese che amministrerà Gaza. L'elenco dei nomi, che non sono stati ancora divulgati, sarebbe già stato approvato da tutte le fazioni palestinesi, compresa Hamas, e controllato da Israele. "Dobbiamo schierarli per prendersi cura della vita quotidiana della popolazione di Gaza, e il Consiglio per la Pace dovrebbe sostenere e supervisionare il flusso di finanziamenti e denaro che arriveranno per la ricostruzione di Gaza", ha affermato Ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty, riferendosi al consiglio che governerà Gaza e sarà presieduto da Trump. Tuttavia, anche sul 'Board of Peace' i negoziati sarebbero in corso: il nome di Tony Blair avanzato nei giorni scorsi, sarebbe sgradito ai più. Già inviato del Quartetto negli anni Dieci, l'ex primo ministro britannico è inviso a Hamas e ai palestinesi: non lo vorrebbero. "A me piace Blair, ma vediamo se tutti lo vogliono", avrebbe detto Trump a bordo dell'Air Force One che lo ha riportato a Washington. Ma per sostituirlo - e ringraziarlo per il ruolo svolto nella crisi - avrebbe aggiunto alla lista quello del leader egiziano Al-Sisi.
Intanto funzionari israeliani hanno dichiarato che il valico di Rafah, al confine tra la Striscia e l'Egitto, rimarrà chiuso oggi e domani e che il flusso di aiuti all'enclave sarà ridotto. La disposizione è una rappresaglia contro Hamas per aver consegnato solo 4 dei 28 corpi degli ostaggi deceduti mentre erano nella Striscia. Il Forum delle famiglie degli ostaggi accusa il gruppo islamista di aver violato l'accordo e ha chiesto a Trump di non lasciare nulla di intentato nell'esortare "Hamas a rispettare la sua parte nell'accordo". "Ciò che temevamo sta accadendo ora davanti ai nostri occhi" scrivono: "Solo i corpi di quattro ostaggi morti stanno tornando a casa. Solo quattro famiglie potranno dare ai loro cari la degna sepoltura che meritano". Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), tuttavia, afferma che ci vorrà del tempo prima di riuscire a recuperare le spoglie di tutti gli ostaggi uccisi come previsto dall'accordo, definendo l'operazione "una sfida enorme" data la difficoltà di trovare i resti tra le macerie dell'enclave palestinese. "È una sfida ancora più grande del rilascio delle persone vive. È una sfida enorme", ha dichiarato il portavoce del CICR, Christian Cardon, aggiungendo che potrebbero volerci giorni o settimane e non ha escluso la possibilità che alcuni resti non vengano mai ritrovati.
Il commento
Di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre
"Un indubbio successo per Donald Trump, che finalmente ha messo in campo tutte le leve a sua disposizione per giungere al cessate il fuoco a Gaza e alla liberazione degli ostaggi. Ma il percorso verso la pace in Medio Oriente rimane lungo, difficile e carico di incognite. E perché Trump sia davvero il 'presidente della pace' servirà un costante impegno suo e della sua amministrazione in una regione in cui gli Stati Uniti hanno cercato, negli ultimi anni, di ridurre il proprio coinvolgimento".