08/21/2026 | News release | Distributed by Public on 08/21/2026 09:30
Iolanda Tortù è comandante della polizia penitenziaria nell'Ipm di Beccaria di Milano. Un istituto che conosce bene: per 20 anni ci ha lavorato da agente. Da ispettrice si è trasferita a Bollate, ma nel carcere minorile ci è ritornata da commissario capo. "In realtà non sarei mai andata via", dice intervenendo al convegno "La vita oltre il muro, come far fiorire la speranza in carcere", durante il Meeting di Rimini. È la prima volta che un appartenente al Corpo sale sul palco dell'evento organizzato da Comunione e liberazione.
La speranza. Tortù ricorda il motto della polizia penitenziaria, troppo spesso dimenticato: despondere spem munus nostrum. "Garantire la speranza è il nostro compito. Faccio tesoro di questo motto, e non potrebbe essere altrimenti. Quando i ragazzi arrivano - racconta la comandante - sono disperati, non solo in termini economici, materiali. È nella loro testa che hanno fallito, sono in carcere e non vedono una prospettiva futura".
Il lavoro del personale di polizia penitenziaria è diverso da quello di qualsiasi appartenente alle forze dell'ordine. Non si tratta di un arresto - estemporaneo per definizione - ma di una vera e propria convivenza con le persone da 'custodire'. E quindi, è necessario che detenenti e detenuti instaurino una relazione. "Noi della polizia penitenziaria ci distinguiamo per questo: a volte siamo costretti a denunciare i ragazzi perché compiono dei reati in istituto - racconta Tortù -; eppure, avendo creato una relazione, siamo in grado di ricostruire il rapporto con loro. Si riparte lì, da quell'errore".
Non è facile avere a che fare con giovani detenuti. Commettendo un reato, molti vogliono dimostrare qualcosa a se stessi. E l'essere scoperti, arrestati e portati in carcere, rappresenta un fallimento. "Falliscono anche nel loro primario obiettivo, che è quello di delinquere. Anche in quello non sono stati bravi", spiega Tortù. "Oppure c'è il fallimento di chi rientra una seconda, una terza volta perché non riesce a stare in comunità", aggiunge.
Perché una relazione funzioni, servono dei limiti. "I ragazzi hanno bisogno di argini e confini - sottolinea la comandante. E i primi argini e confini siamo sicuramente noi della polizia penitenziaria: hanno bisogno di adulti che siano onesti, coerenti, presenti. La maggior parte di loro è cresciuta con adulti assenti, e hanno trovato la loro via per diventare adulti a loro volta". È con questa relazione quotidiana che alcuni giovani, pian piano, possono ripartire.
Tortù parla anche di come sia importante dare fiducia ai ragazzi. A prescindere da quante volte possano deluderti - succede anche in carcere, un po' come nel rapporto genitori-figli. "Non molto tempo fa - racconta la comandante del Beccaria - è rientrato un ragazzo in istituto, dopo un anno e mezzo che era uscito, non per un nuovo delitto, ma per un vecchio reato da scontare. Era disperato perché aveva perso la mamma sei mesi prima, già orfano di padre. Gli ho detto: 'Questo tempo lo dobbiamo far fruttare'. Lui mi ha risposto: 'La prima cosa che voglio fare è prendere la terza media'".
Ed ecco il potere della prospettiva, che solo l'istruzione e il lavoro possono dare. Nel Beccaria, oltre ai corsi scolastici, ci sono diversi laboratori: di falegnameria, di pasticceria. "Luoghi dove viene coltivata la speranza per questi ragazzi - dice Tortù -, perché danno loro un'immagine di sé diversa, una prospettiva per il futuro".