01/09/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/09/2026 08:23
Il documento sulla National Security Strategy, diramato dalla Casa Bianca ai primi di dicembre, conferma che l'obiettivo primario resta la conservazione e il rafforzamento del primato mondiale degli Stati Uniti, i quali devono restare il Paese più forte, ricco, potente e di successo al mondo per i decenni a venire. Non però per mirare al dominio permanente sul mondo, che sarà perseguito solo nei limiti richiesti dall'interesse del Paese, che diventa quindi l'unico scopo del primato americano. America First. Viene sancito pertanto il definitivo abbandono dell'unilateralismo, tentato nel primo periodo dopo la Guerra Fredda, per abbracciare un multilateralismo basato sui rapporti di forza e sempre meno sul diritto e sui valori. Gli Stati Uniti non intendono più governare il mondo esportando democrazia, ma utilizzare il primato nel loro esclusivo interesse, attenendosi a tale criterio in tutte le relazioni internazionali, incluse quelle con gli alleati.
Il primo passo è il rilancio rafforzato e aggressivo della Dottrina Monroe ("L'America agli americani"). Un corollario Trump ne estende l'applicazione dal concetto di America a quello di Emisfero Occidentale, in modo da includervi tutti gli obiettivi di espansione annunciati, e ne amplia l'esercizio a tutti i poteri e le prerogative necessari a ripristinare la preminenza USA per la salvaguardia dei propri interessi nel "cortile di casa", ove tali interessi devono essere prioritari. "Vogliamo un emisfero - scandisce il documento strategico - che rimanga libero da incursioni straniere ostili o dal controllo di beni strategici e che sostenga le catene di approvvigionamento critiche; e vogliamo garantire il nostro accesso continuo a luoghi strategici chiave. […] Negheremo ai concorrenti non appartenenti all'emisfero la possibilità di posizionare forze o altre capacità minacciose, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali nel nostro emisfero". Gli interessi USA saranno promossi coinvolgendogli amici consolidati nel loro perseguimento ed espandendol'acquisizione di nuovi partners dovunque richiesto dal controllo dei loro territori.
Alle parole sono seguiti i fatti, peraltro predisposti accuratamente da tempo. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio una imponente forza aereo-navale statunitense ha attaccato la capitale del Venezuela, Caracas, neutralizzato le sue difese, fatti prigionieri e tradotti in carcere a Brooklyn il presidente Nicolàs Maduro e la moglie con l'accusa di narcotraffico, corruzione e altri reati. Su Maduro grava, inoltre, l'accusa di aver ottenuto il rinnovo del mandato con brogli elettorali e di aver governato in modo autoritario e arbitrario, infierendo sugli oppositori. Ma l'attacco al Venezuela e la cattura di Maduro, pur gestiti contenendo il numero delle vittime, costituiscono un'aperta violazione del diritto internazionale e un pericoloso precedente, che potrebbe essere invocato dalla Russia nei confronti dell'Ucraina e dalla Cina nei confronti di Taiwan (per quanto la Cina continui a considerarla una provincia ribelle e non uno stato sovrano). Tanto più che il vero motivo dell'attacco è un cambio di regime che assicuri agli USA il controllo dei ricchissimi giacimenti petroliferi del Venezuela (primo al mondo con una quota del 17%) e degli altri minerali, sottraendoli all'influenza russa e cinese conseguente alla loro alleanza con Maduro. Un contributo essenziale al rafforzamento del dominioenergeticoUSA, indicato quale "priorità strategica fondamentale" nel documento strategico, come dimostrato anche dall'impegno in Medio Oriente, e perseguito costringendo all'impotenza per la seconda volta in pochi mesi Russia e Cina, inducendole a non intervenire in difesa dei loro alleati, in Iran prima e in Venezuela oggi.
Scacco subito in attesa di rivincita o astensione concordata con promessa di compensazioni? Lo capiremo presto, a partire dalla prossima riunione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. In ogni caso, Ucraina ed Europa ne escono ulteriormente indebolite. Danimarca ed Europa, in particolare, devono affrontare una grave minaccia perché Trump ha già annunciato che, a parte il regolamento di conti con Cuba, Colombia, Messico e altri Paesi latino-americani poco entusiasti di sottomettersi ai voleri della Casa Bianca, il prossimo obiettivo è la Groenlandia, il cui controllo sarebbe indispensabile agli USA per garantire la propria sicurezza (e beneficiare dei preziosi giacimenti di cui dispone). Nel frattempo, ha avvertito la vicepresidente del Venezuela Delcy Rodriguez, la quale ha temporaneamente assunto i poteri presidenziali, che, se non si atterrà alle direttive di Washington, farà una fine peggiore di quella del suo predecessore. Problema che riguarda pure l'Europa, non solo sotto l'aspetto geopolitico, ma anche per i suoi rapporti commerciali con il Venezuela, in particolare nel settore petrolifero.
A fronte della pretesa USA di imporre agli altri Paesi dell'Emisfero Occidentale, anche interferendo sulla nomina e sui programmi dei rispettivi governi, comportamenti in linea con i propri interessi, nonché di limitare e regolare a tal fine le possibilità di accesso dei Paesi non appartenenti all'Emisfero, nei confronti del resto del mondo Washington si aspetta piena e totale libertà di navigazione, di commercio e di accesso a materiali critici, pronta a difenderla con la sua potenza, che evidentemente giustifica tale asimmetria. Si aspetta, inoltre, che la tecnologia e gli standard statunitensi, in particolare nell'ambito dell'intelligenza artificiale, delle biotecnologie e dell'informatica quantistica, guidino il progresso mondiale. Sul piano geopolitico, gli Stati Uniti - pur rifiutando il concetto fallimentare di dominio globale per sé stessi - si impegneranno per impedire che il dominio globale, e in alcuni casi anche regionale, venga acquisito da altri. Non permetteranno quindi che alcuna nazione diventi così dominante da minacciare i propri interessi, collaborando con alleati e partner per mantenere l'equilibrio di potereglobale e regionale. Impediranno, in particolare, che una potenza avversaria domini il Medio Oriente, con le sue riserve di idrocarburi e i punti nevralgici di transito delle principali rotte.
Particolarmente pesanti sono le critiche che il documento strategico rivolge all'Europa e, in particolare, all'Unione Europea. La quota del PIL dell'Europa continentale sul totale mondiale è diminuita dal 25% del 1990 al 14% attuale, in parte a causa delle normative nazionali e transnazionali che minano la creatività e l'operosità, mentre i tassi di natalità sono crollati. Sono problemi a noi ben noti, dovuti peraltro a cause diverse da quelle indicate. "Ma questo declino economico - continua il documento - è eclissato dalla prospettiva reale e più grave della cancellazione della civiltà . Le questioni più importanti che l'Europa deve affrontare includono le attività dell'Unione Europea e di altri organismi internazionali che minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell'opposizione politica, … la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi." Sono affermazioni che riecheggiano l'intervento di inizio mandato del Vice Presidente Vance a Monaco, talmente assurde e infondate da non meritare di essere commentate se non per gli indirizzi operativi che ne conseguono. "Siamo a favore dei diritti sovrani delle nazioni, contro le incursioni delle organizzazioni transnazionali più invadenti che minano la sovranità, e a favore della riforma di tali istituzioni affinché assistano, anziché ostacolare, la sovranità individuale e promuovano gli interessi americani". A tal fine gli Stati Uniti sosterranno le nazioni e i partiti contrari al processo di integrazione europea, al quale si opporranno essi stessi nelle loro relazioni con gli stati membri. Chi vorrà collaborare potrà farlo su base bilaterale, allineandosi alle direttive USA.
Quanto alla difesa, "gli alleati europei godono di un significativo vantaggio in termini di potere militare rispetto alla Russia sotto quasi tutti gli aspetti, ad eccezione delle armi nucleari." In questa affermazione sta la chiave per comprendere la vera posizione strategica USA verso l'Europa. L'Europa può difendere il suo fronte orientale sul piano convenzionale, quale avamposto dell'Occidente, anche restando divisa e quindi senza bisogno di diventare potenza indipendenteattraverso la sua integrazione politica. In tal modo resterà dipendente da Washington e soggetta alla sua governance a partire dalla politica estera, dal momento che sarà la diplomazia USA, secondo il documento, a ristabilizzare (secondo i propri interessi) i rapporti dell'Europa con la Russia. Non nascerà un nuovo soggetto politico con il quale dover negoziare (a differenza della Russia, in considerazione del suo arsenale nucleare), ma si realizzerà un rafforzamento del leader, che non intende certo disinteressarsidel Vecchio Continente, ma rinegoziarea proprio favore con gli alleati un'ampia ridistribuzione di oneri, garanzie e poteri. Del resto non si parla di basi militari né di revisioni NATO, di cui il documento si compiace per il forte aumento dei contributi ottenuto dagli alleati, sorvolando sui vistosi conflitti di interesse che si stanno manifestando e che metterebbero definitivamente in crisi il Trattato Nord Atlantico, ove continuasse l'attacco alla Groenlandia.
È quindi evidente il carattere strumentale dell'attacco all'Unione Europea. In realtà, nella visione effettiva della Casa Bianca, ricostruibile sulla base delle specifiche affermazioni e prescrizioni prescindendo dalle roboanti dichiarazioni programmatiche ("Promuovere la grandezza dell'Europa"), gli Stati europei non devono unirsi in una entità autonoma titolare di propri interessi e strategie, anche se alleata degli USA, ma devono restare divisi, deboli e quindi costretti alla dipendenza dalla potenza egemone alle condizioni da essa imposte, facendo propri i suoi interessi. Non è una strategia del tutto nuova, in quanto il "divide et impera" non è mai stato estraneo all'approccio di Washington alle relazioni transatlantiche. Finora, tuttavia, l'egemonia USA aveva lasciato spazio, pur non favorendolo, al processo di integrazione europea, consentendogli di proseguire nel suo faticoso cammino. Ora, invece, lo spazio si è ristretto e gli europei dovranno scegliere se restare divisi e dipendenti dagli USA, alle nuove gravose condizioni, o se perseguire l'indipendenza attraverso l'unità politica.
All'attacco della Casa Bianca ha risposto indirettamente il Consiglio Europeo, convocato il 18-19 dicembre per approvare il finanziamento della difesa ucraina 2026-27. Pur non autorizzando per il momento l'utilizzo degli asset russi, il Consiglio ha approvato all'unanimità un prestito all'Ucraina di 90 miliardi di euro finanziato con debito comune garantito dal bilancio UE e da rimborsare con il provento del risarcimento russo all'Ucraina dei danni di guerra. Tale decisione non solo conferma la volontà dell'Europa di continuare il sostegno dell'Ucraina nonostante l'incertezza di Washington, mettendola quindi in condizione di resistere agli attacchi russi per costringerla alla resa, ma attesta anche la fiducia dei Paesi europei nell'Unione e la loro volontà di utilizzarne gli strumenti (eurobond) per proseguire nel processo di integrazione.
Si tratta solo di un primo passo, peraltro da non sottovalutare in quanto non scontato, che dovrà essere consolidato con una coerente politica di rafforzamento della capacità di difesa europea nel quadro di una crescente integrazione politica, rivolta anche a sostenere sviluppo e benessere riportando l'Europa al rango di potenza in grado di difendere i suoi valori e i suoi interessi sul piano geopolitico. È una strategia diametralmente opposta a quella proposta dalla Casa Bianca, che, come abbiamo visto, prevede l'abbandono del processo di integrazione europea per riattribuire, secondo la ricetta sovranista, tutte le funzioni agli Stati nazionali. Fortunatamente il processo di integrazione economica è avanzato a tal punto che rimuovere quanto già fatto non sarebbe semplice, oltre che estremamente costoso per la perdita dei benefici che indubbiamente comporta. Ma anche per le realizzazioni da fare, in particolare per la difesa, sarebbe praticamente impossibile procedere frammentandone interventi e gestione a livello di 27 Stati nazionali senza una governance unitaria. Se tale funzione non venisse svolta in termini trasparenti e democratici da un autogoverno federale, non potrebbe che continuare a essere svolta, pena la diaspora, da una potenza egemone quale gli Stati Uniti, in una logica peraltro sempre più di potere che di convergenza di interessi, scesa al momento al suo minimo storico.
Nel secondo dopoguerra e durante la Guerra Fredda abbiamo beneficiato a lungo dell'ombrello difensivo americano, accettando di buon grado la dipendenza che comportava. Ma ora tale rapporto è entrato in crisi e, prima di riprenderlo alle ben più gravose condizioni che ci vengono proposte, dobbiamo chiederci perché preferirlo al modello di governance con cui dovrebbe logicamente concludersi il processo di integrazione europea. Perché dovremmo continuare a subire la condizione di sudditanza che ci viene imposta, restando fuori dalla porta mentre la Casa Bianca discute con il Cremlino della sicurezza dei nostri confini e della sorte dei nostri alleati, quando il soft power di cui disponiamo ci consentirebbe di dotarci della difesa comune necessaria per tornare ad essere, collettivamente, una potenzain grado di difendere direttamente i propri diritti e interessi al tavolo della geopolitica? Perché non riappropriarci di una politica estera che, fermo il mantenimento di buoni rapporti transatlantici, ci consenta di ristabilire un rapporto diretto con la Russia, di ricompattare sull'Europa il resto del mondo occidentale bistrattato dal primatismo a stelle e strisce, di dare impulso alle nostre relazioni con il Sud Globale e di rinormalizzare i rapporti con la Cina? Perché non metterci in grado di realizzare una politica della difesa che si traduca nel rafforzamento della nostra base industriale, nel conseguimento di adeguati livelli di innovazione e autonomia tecnologica, nel controllo dell'approvvigionamento delle materie prime energetiche e strategiche? Nessuno si può illudere che tutto ciò possa essere realizzato con un leader che ritiene tali politiche di propria competenza e si accinge a gestirle nel suo esclusivo interesse, che si aspetta venga anteposto al proprio anche dagli alleati.
Scegliere la via dell'unità politica e dell'indipendenza europea non è imposto solo dalla dignità e dalla conservazione della nostra identità e dei nostri valori, ma anche dalla tutela dei nostri interessi, messi sempre più a rischio dall'aggressiva revisione degli assetti geopolitici avviata dagli Stati Uniti, dalla quale l'Europa non solo è esclusa, ma è considerata terra di conquista. Dopo la prova di forza in Venezuela, riportato sotto controllo USA con i suoi preziosi giacimenti petroliferi e minerari, è ora la volta della Groenlandia, di cui Trump reclama l'annessione o almeno l'assoggettamento per ragioni di sicurezza, in quanto controlla bracci di mare che il disgelo sta rendendo strategici per le rotte marittime, ma in realtà anche per i suoi ricchissimi giacimenti minerari, in particolare di terre rare. La Groenlandia è soggetta alla sovranità della Danimarca, Stato membro della UE (oltre che della NATO), con limitati poteri di autogoverno concessi ai circa 55.000 residenti in gran parte nativi. Pare che gli USA mirino ad acquisire la Groenlandia scavalcando la Danimarca (e l'UE) e trattando direttamente con i residenti, di cui potrebbe non essere difficile ottenere il consenso. Danimarca e paesi europei si oppongono, ma non è chiaro se tutti lo fanno per bloccare effettivamente l'attacco, contestando il diritto dei residenti a disporre del territorio. La necessità di confermare l'obiettivo dell'unità politica europea e dell'assetto federale richiesto per realizzarla è quindi sempre più urgente. Per come il progetto potrebbe essere avviato e gestito nell'immediato per anticiparne gli effetti, rinvio a precedenti articoli scritti per l'ISPI e in particolare all'ultimo pubblicato il 4 dicembre scorso.