ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

03/18/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/18/2026 04:13

Petrolio, sanzioni e spesa militare: quanto può reggere l’economia russa

La Russia è davvero la principale vincitrice del conflitto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran? Il ritorno che Mosca potrebbe trarre da un aumento globale del prezzo del petrolio e da un allentamento delle sanzioni statunitensi su altri Paesi che acquistano petrolio e prodotti petroliferi russi - misura volta a contenere l'impatto economico della guerra - sembrano in realtà beneficiare Mosca sul breve termine piuttosto che risolvere i problemi strutturali e congiunturali dell'economia russa. Per quanto riguarda il settore petrolifero, Mosca si scontra non solo con sanzioni che limitano il prezzo a cui può vendere il suo greggio (oil price cap) ma anche con restrizioni all'uso di tecnologie occidentali esplorative ed estrattive. E, più in generale, l'economia russa - già scarsamente diversificata e in stagnazione prima del 2022 - presenta dei segnali preoccupanti.

Come sta l'economia russa?

È difficile valutare con precisione lo stato dell'economia russa, nondimeno per la "guerra dei dati" che è iniziata con la guerra su larga scala contro l'Ucraina. Dal 2022, infatti, Mosca ha oscurato gran parte dei dati economici e statistici, informazioni su commercio estero, riserve e produzione petrolifera, mentre quasi 600 dataset, inclusi dati storici su salari pubblici, appalti e migrazione, sono stati rimossi dai siti governativi, alimentando dubbi sulla trasparenza e sull'affidabilità delle informazioni ancora disponibili. Rosstat, l'agenzia statistica russa, ha anche smesso di pubblicare dati demografici: con il tasso di natalità scendeva a minimi storici, l'agenzia ha sospeso la pubblicazione di tutti i dati mensili su nascite, decessi (dato chiave nell'elaborazione di statistiche sulla mortalità dei soldati), matrimoni e divorzi, così come delle statistiche demografiche regionali.

Tuttavia, dalle informazioni di cui disponiamo è possibile inferire che l'economia russa, nonostante non sia sull'orlo di un crollo, come spesso si sente dire, sta comunque pagando il prezzo della guerra e delle sanzioni occidentali.

Dopo una crescita intorno al 4% nel 2023 e 2024, nel 2025 l'economia ha rallentato all'1%. Pesano il calo delle entrate pubbliche, la carenza di manodopera e l'inflazione. In particolare, le entrate da petrolio e gas si sono fortemente ridotte: rispetto a gennaio 2025, a gennaio del 2026 si sono quasi dimezzate, scendendo a poco meno di 400 miliardi di rubli (circa €4,4 miliardi). A settembre 2025 rappresentavano circa il 25% delle entrate statali, contro oltre il 40% prima della guerra.

Allo stesso tempo, la spesa militare ha superato il 7% del PIL - rispetto al 3,6% del 2021. Proprio per questo aumento esponenziale delle spese militari, oggi la Russia è definita economia di guerra. Questo da un lato sostiene la produzione industriale e mantiene in moto l'economia, ma dall'altro alimenta l'inflazione e sottrae risorse ai settori civili: una scelta che nel lungo periodo può rallentare lo sviluppo complessivo del Paese. Questo ha anche aumentato il deficit, che nel 2025 è salito a 5.6 trilioni di rubli ovvero il 2.6% del PIL. Per compensare le perdite, la Russia ha aumentato l'IVA dal 20% al 22%, imponendo ai cittadini un costo maggiore per la guerra.

Resilienza economica di Mosca, ma per quanto?

Nel complesso, nonostante la crescita stia rallentando, la Russia sembra in grado di sostenere il conflitto nel breve periodo. L'inasprimento fiscale, un maggiore ricorso all'indebitamento interno - e potenzialmente anche verso la Cina - oltre all'utilizzo di strumenti di finanziamento del debito ancora disponibili (emissione di obbligazioni e riserve del fondo sovrano), potrebbero infatti permettere al governo di coprire le spese. È nel lungo periodo, però, che il Paese rischia di subire gli effetti più pesanti delle attuali scelte economiche e delle sanzioni occidentali. Infatti, anche nel caso di pace in Ucraina, la Russia difficilmente tornerebbe ai ritmi di crescita prebellici, penalizzata dall'isolamento tecnologico, dalla fuga di cervelli, dagli investimenti limitati e dalle fragilità demografiche, che in ultimo si riversa sulla mancanza di manodopera.

In ultimo, la crisi in Medio Oriente offre benefici temporanei per la Russia, con un leggero sollievo per le casse pubbliche sotto pressione - Mosca starebbe guadagnando fino a 150 milioni di dollari al giorno in entrate straordinarie dal petrolio, secondo calcoli del Financial Times; eppure, non possiamo sapere quanto questa "bonanza" durerà. La Russia, inoltre, corre rischi geopolitici ed economici importanti. La potenziale perdita dell'alleato iraniano potrebbe portare a nuovi equilibri regionali e una concorrenza energetica più intensa, che a loro volta potrebbero ridurre la competitività del petrolio russo anche nei mercati non occidentali.

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