01/20/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/19/2026 16:21
A un anno dall'inizio del suo secondo mandato Trump è il presidente più impopolare di sempre, con una sola eccezione: sé stesso durante il primo mandato, e solo di un punto percentuale (36% oggi contro il 35% di allora). Conta naturalmente anche il livello di consenso di partenza, che per Trump era già sotto il 50% al momento dell'insediamento. In questo senso, la rapidità di erosione del consenso è paragonabile a quella di Biden nel suo primo anno (-13% per Biden, -11% per il Trump II). Da notare, inoltre, che dopo il primo mandato di George W. Bush (caso anomalo per via del "rally 'round the flag" successivo agli attentati dell'11 settembre 2001), tutti i presidenti USA recenti hanno sempre perso consenso nel corso del loro primo anno di mandato.
Trump ha vinto le elezioni brandendo lo slogan "America First" e promettendo la fine dell'interventismo americano: non sarebbe più spettato agli Stati Uniti garantire la sicurezza globale. Una narrazione costruita cavalcando il malumore della base MAGA per i costi economici e politici delle operazioni militari oltreoceano.
Al netto dei proclami del presidente, che rivendica di aver risolto 8 conflitti (confondendosi talvolta anche sui paesi coinvolti), il primo anno di Trump è stato tutt'altro che lineare. Oltre alle minacce di annessione mosse al Canada e ora alla Groenlandia, e alla cattura del presidente venezuelano Maduro, gli Stati Uniti hanno condotto numerose operazioni in Africa e Medio Oriente, sostenendo l'offensiva israeliana nei confronti dell'Iran, conducendo operazioni dirette contro gli Houthi in Yemen, e arrivando persino a bombardare il nordovest della Nigeria.
A tutto questo si aggiunge la conversione del Dipartimento della difesa in Dipartimento della guerra. Una decisione forse solo simbolica, ma simbolica potrebbe non essere la promessa di aumentare del 50% il bilancio per la difesa.
Se gli interventi militari si sono limitati a un numero relativamente ristretto di paesi, dal suo insediamento Trump ha dichiarato guerra commerciale a tutto il mondo: nel corso del 2025 gli Stati Uniti sono passati dall'essere gli alfieri del libero commercio all'utilizzare i dazi come principale strumento coercitivo in politica estera. L'attuale disputa sulla Groenlandia non ne è che l'ennesima conferma.
Il dazio medio verso il mondo è aumentato di cinque volte, passando da circa il 2% a quasi l'11%, con alcuni casi speciali come il Brasile e l'India dove il dazio effettivo (che supera addirittura oltre il 20%) è cresciuto più per motivi politici che economici. L'unico paese che in questi mesi ha tenuto testa agli Stati Uniti è la Cina: dopo un'escalation che aveva portato il dazio reciproco tra i due paesi oltre il 100%, Pechino ha utilizzato il suo controllo delle terre rare prima per ottenere la sospensione di diversi dazi americani e poi per sedersi al tavolo negoziale da una posizione di forza.
Altri partner, invece, sono stati costretti a scendere a patti con Trump, mentre c'è chi sta esplorando in maniera più decisa mercati di sbocco alternativi per ridurre la dipendenza commerciale dagli Stati Uniti. Come dimostrato dal recente accordo commerciale tra UE e Mercosur, o le nuove intese tra Canada e Cina.
Per Trump, quella sulla gestione dell'immigrazione irregolare negli Stati Uniti è una promessa mantenuta. Anche a causa di politiche di confine estremamente aggressive, gli arrivi di migranti irregolari alla frontiera USA-Messico sono crollati dai massimi storici (oltre 2,5 milioni nel 2023) a meno di 200.000 negli ultimi dodici mesi. Va detto che il calo era cominciato già verso la fine della presidenza Biden, con arrivi che nella seconda metà del 2024 erano sostanzialmente dimezzati rispetto all'anno precedente. Ma l'ingresso di Trump alla Casa Bianca ha prodotto un vero e proprio crollo, che a distanza di un anno non mostra ancora segnali di inversione.
La decisa stretta, tuttavia, non si è limitata al confine o alle zone immediatamente circostanti. Nell'ultimo anno sono infatti triplicati gli arresti dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione, che sono spesso il primo passo per l'espulsione della persona dal territorio americano. L'aumento ha coinvolto in massima parte persone incensurate: mentre in precedenza l'ICE arrestava quasi esclusivamente individui con condanne penali o accuse penalmente rilevanti, oggi il 53% delle circa 73.000 persone detenute non ha capi d'imputazione pendenti. Inoltre, l'accelerazione degli arresti è coincisa con un aumento della violenza da parte dell'agenzia: nell'ultimo anno, almeno 36 persone sono morte mentre si trovavano in custodia dell'ICE, il dato più alto degli ultimi vent'anni.
Un altro leitmotiv dell'anno da presidente di Trump è stato il suo continuo scontro con il governatore della Banca centrale americana (Federal Reserve). Secondo Trump, Jerome Powell sarebbe infatti colpevole di non aver tagliato i tassi di riferimento abbastanza velocemente, e in questo modo di non aver stimolato a sufficienza l'economia. Tra le ragioni dell'insofferenza del presidente ci sono probabilmente gli scarsi risultati del mercato del lavoro: a dicembre il tasso di disoccupazione era al 4,4%, contro il 4,1% dell'anno precedente.
Trump ha ragione? Se da un lato l'inflazione negli Stati Uniti sta rallentando, tra dazi in aumento, spesa pubblica in crescita e stretta sull'immigrazione, non mancano fattori che possono essere considerati "inflazionistici". Fattori che evidentemente hanno fatto prevalere all'interno del board della Fed il partito della cautela.
La scorsa settimana il Dipartimento di Giustizia statunitense ha annunciato l'apertura di una nuova indagine nei confronti di Powell. Oltre a generare un'ondata di solidarietà da parte dei banchieri centrali del resto del mondo, la mossa ha gettato ulteriori ombre sull'atteggiamento dell'amministrazione, causando tensione sui mercati. L'indipendenza delle banche centrali è infatti considerata un pilastro delle economie moderne, nonché una garanzia fondamentale per la stabilità dell'economia e dei conti pubblici.
Durante i primi mesi di amministrazione ha fatto molto discutere il "DOGE", l'ormai defunto il Dipartimento per l'efficienza governativa. Guidato da Elon Musk e con poteri che sembravano illimitati, il dipartimento avrebbe dovuto tagliaregli sprechi della pubblica amministrazione americana, liberando miliardi di dollari e restituendo solidità fiscale agli Stati Uniti.
Oggi il DOGE avrebbe compiuto un anno di vita, ma il suo percorso si è concluso anzitempo, non per i risultati raggiunti ma per la frattura tra Trump e lo stesso Musk quando si è trattato di approvare il One Big Beautiful Bill Act (OBBBA), ovvero il bilancio statunitense per il 2026. Al contrario di quanto promesso in precedenza, infatti, la legge prevedeva un'espansione del deficit federale, portando il debito su una traiettoria non semplicemente in crescita, ma anche difficile da controllare.
In teoria, le entrate da dazi avrebbero dovuto compensare almeno in parte le maggiori spese previste dall'OBBBA ma, nonostante siano già triplicate rispetto al 2024, lasciano scoperta oltre metà degli aumenti di spesa previsti.
A dispetto delle promesse, insomma, Trump sembra attribuire un ruolo decisamente secondario alla disciplina fiscale. Ciò non può che alimentare il nervosismo sui mercati, dove l'egemonia del dollaro è messa in discussione e, soprattutto, i titoli del tesoro statunitensi non sono più percepiti come beni rifugio. Un potenziale cambio di paradigma che, se dovesse concretizzarsi, metterebbe in seria discussione la capacità americana di rifinanziare il proprio debito federale.
Trump ha trascorso buona parte del suo primo anno di presidenza criticando i paesi NATO che spendevano troppo poco per la difesa, fino a spingerli a giugno a dichiarare un obiettivo di spese per la difesa (irragionevole e quasi certamente irraggiungibile) del 5% del PIL entro il 2035. Nelle ultime settimane, tuttavia, il presidente ha cambiato marcia su due fronti.
Da un lato ha irrigidito la retorica sulla necessità per gli Stati Uniti di "possedere" la Groenlandia, oggi territorio della Danimarca, arrivando implicitamente a minacciare un intervento militare diretto contro un paese NATO. Dall'altro Trump ha proposto un considerevole aumento delle spese per la difesa americane, che a suo avviso dovrebbero salire dagli attuali 1.000 miliardi di dollari (già +13% rispetto all'anno scorso) a 1.500 miliardi entro la fine dell'anno prossimo. Per il momento il presidente si è limitato a un annuncio sui social media; anche perché le risorse per finanziare questo aumento di spesa (che Trump ha falsamente sostenuto possa essere coperto dai maggiori introiti derivanti dai dazi) non sembrano esserci.