02/03/2026 | Press release | Distributed by Public on 02/03/2026 10:19
In un mondo governato dai rapporti di forza, l'unico modo per l'Europa di non soccombere è federarsi: è il monito lanciato ieri dall'ex presidente del Consiglio italiano, già presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, in occasione della cerimonia per il dottorato honoris causa che gli ha conferito l'Università di Lovanio, in Belgio. Nell'attuale contesto internazionale, l'Europa rischia di diventare "subordinata, divisa e deindustrializzata" e "un'Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori", ha detto Draghi, in un discorso in cui ha dichiarato "defunto" il vecchio ordine mondiale, sottolineando subito dopo che "il crollo di questo ordine non è di per sé una minaccia: la minaccia è ciò che potrebbe sostituirlo". In particolare, ha affermato che l'Europa si trova di fronte a degli Stati Uniti che "enfatizzano i costi sostenuti ignorando i benefici ottenuti" nel corso dei decenni, e a una Cina che "controlla i nodi critici delle catene di approvvigionamento globali ed è disposta a sfruttare tale leva, […] costringendo gli altri a sopportare il costo dei propri squilibri". Per questo, "per preservare i suoi valori" e stili di vita, l'Europa non ha altra scelta: deve diventare una potenza. E per farlo è necessario che passi "da una confederazione a una federazione di Stati". Un imperativo, secondo Draghi, inconfutabile: "Laddove l'Europa si è federata - sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria - siamo rispettati come potenza e negoziamo come un unico soggetto" sottolinea l'ex presidente della Bce, aggiungendo che "dove invece non si è federata, l'Unione europea è percepita come un'assemblea eterogenea di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza".
Proprio il mercato unico, indicato da Draghi come uno dei pochi ambiti in cui l'Europa ha saputo comportarsi da soggetto federale, figura oggi tra i punti di debolezza dell'integrazione dei 27. Il monito dell'ex presidente della Bce è anche frutto dell'inerzia che ha finora bloccato l'attuazione delle raccomandazioni economiche contenute nel suo rapporto sulla competitività, salutato come una "bussola" da Ursula von der Leyen per il suo secondo mandato come presidente della Commissione ma rimasto in larga parte inattuato. Poco o nulla è stato fatto in settori come la riduzione dei costi dell'energia, la concentrazione delle risorse per far crescere le imprese, gli investimenti nell'intelligenza artificiale o la realizzazione di un vero mercato unico dei capitali. A certificare questo stallo è stata, di recente, la stessa Commissione europea nel Rapporto 2026 sul Mercato Unico e la Competitività , che riconosce come quello che un tempo era il principale motore dell'integrazione sia oggi rallentato da ostacoli nazionali, applicazioni disomogenee delle regole e barriere interne. La libera circolazione funziona sempre meno, il commercio intra-Ue è in calo e gli Stati membri, invece di rimuovere gli ostacoli, tendono a moltiplicarli. Il risultato è un freno alla capacità di fare impresa che pesa quanto, se non più, dei dazi. Per le imprese, significa meno convenienza a espandersi nel mercato interno e più difficoltà a raggiungere dimensioni competitive a livello globale.
È in questo contesto che va letto l'appuntamento del 12 febbraio, quando i capi di Stato e di governo si riuniranno in un vertice informale sulla competitività convocato dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa. L'obiettivo è fissare una roadmap economica sul modello di quella sulla difesa adottata nel 2025 per rilanciare il settore. E nelle prossime settimane sono attesi annunci e iniziative, a partire dal summit con le imprese ad Anversa annunciato dalla stessa Commissione. Il dossier forse più simbolico è quello sul cosiddetto '28° regime', ribattezzato da Ursula von der Leyen 'EU Inc.': un insieme di regole societarie, fiscali e del lavoro valide a livello europeo e operanti in parallelo nei 27 ordinamenti nazionali, pensato per superare la frammentazione che ostacola la competitività europea. "I nostri imprenditori potranno registrare una società in qualsiasi Stato membro entro 48 ore completamente online - ha spiegato Von der Leyen al World Economic Forum da Davos - e godranno dello stesso regime patrimoniale in tutta l'Ue". Il potenziale è dirompente ma il campo di applicazione sarà probabilmente limitato e il rischio è che diventi un'operazione simbolica laddove servirebbe una riforma strutturale.
Alla vigilia del vertice informale dei 27, il discorso di Draghi tiene insieme le diverse dimensioni delle sfide che l'Europa è chiamata ad affrontare: politiche, economiche e strategiche. Più che introdurre elementi nuovi, l'ex presidente della Bce mette a fuoco il punto rimasto finora sullo sfondo del dibattito: la questione federale, sistematicamente rimossa dal dibattito europeo. Un federalismo evocato nei trattati ma politicamente accantonato, ma che nel mondo di Trump, Putin e Xi Jinping, offre la chiave di volta per affrontare insieme i grandi nodi sulla competitività, la sicurezza e l'autonomia strategica del continente. "Costruire forza collettiva non sarà semplice. L'integrazione europea è diversa da quella di Stati Uniti e Cina: non fondata sulla forza o sulla subordinazione, ma sulla volontà comune e sul beneficio condiviso - ha spiegato Draghi - È un'integrazione senza dominio, preferibile, ma più difficile. Questo richiede un approccio diverso, che ho definito "federalismo pragmatico": pragmatico perché procede con i passi oggi possibili; federale perché orientato a una destinazione chiara". I leader europei risponderanno all'appello o, ancora una volta, loderanno le intenzioni rinviando le decisioni per metterle in pratica?
Il commento
Di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca ISPI
"L'Unione europea è oggi inadeguata. Come affermato da Draghi, contiamo nei campi in cui assomigliamo a uno Stato (moneta e commercio) e siamo quasi ininfluenti in quelli in cui non lo siamo proprio (politica estera e difesa). Nel concreto questa distinzione rischia peraltro di non valere: se vogliamo l'ombrello di sicurezza Usa dobbiamo cedere anche sul commercio. Per non essere più ricattabili ben venga quindi l'invito di Draghi di puntare a un 'federalismo pragmatico': federati dove serve e con chi ci sta. Ma bisogna fare in fretta per evitare che la nostra inadeguatezza ci arrechi altro danno e che forze anti-europee vadano al governo anche in fondamentali paesi Ue. Se tra 'chi ci sta' non ci fossero Francia e Germania, la prospettiva federale sarebbe del tutto inutile."