05/12/2026 | Press release | Distributed by Public on 05/12/2026 01:54
Amnesty International ha dichiarato oggi che la distruzione illegale e indiscriminata di edifici civili nella Striscia di Gaza da parte di Israele continua ad avere conseguenze devastanti per le famiglie palestinesi sfollate. La ricostruzione resta un obiettivo lontano nel contesto del genocidio e dei bombardamenti aerei tuttora in corso, nonostante il cosiddetto cessate il fuoco dell'ottobre 2025.
Per illustrare la gravità della distruzione indiscriminata provocata dalle forze israeliane, Amnesty International ha realizzato un'indagine sulla demolizione di almeno 13 edifici residenziali e commerciali (le "torri") della Striscia di Gaza tra settembre e ottobre del 2025. L'organizzazione ha rilevato che l'esercito israeliano ha gravemente danneggiato e distrutto le torri di Gaza, che ospitavano migliaia di persone - molte delle quali sfollate - sganciando numerose bombe su ciascun edificio dopo aver costretto le persone residenti a evacuare con pochissimo preavviso. Amnesty International chiede che tali attacchi siano indagati come crimini di guerra di distruzione indiscriminata, punizione collettiva e attacchi diretti contro beni civili.
Le dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano Israel Katz, rilasciate immediatamente dopo alcuni di quegli attacchi, costituiscono ulteriori prove del fatto che gli edifici non sono stati distrutti per motivi di inderogabile necessità militare, bensì per infliggere una punizione collettiva e una devastazione diffusa alla popolazione civile, come mezzo di pressione politica su Hamas e nell'ambito di una campagna di sfollamento forzato di massa.
"Nel mese che ha preceduto il cosiddetto cessate il fuoco dell'ottobre 2025, Israele ha ampliato e intensificato il suo incessante attacco contro Gaza, provocando una delle peggiori ondate di sfollamento di massa durante il genocidio. Un elemento centrale di questa fase è stato la distruzione deliberata delle torri di Gaza, attraverso bombardamenti aerei che hanno raso al suolo le abitazioni di migliaia di civili e distrutto i campi di fortuna situati nelle aree circostanti. Tutte le prove disponibili indicano che la distruzione di queste 13 torri da parte di Israele non sia stata 'resa assolutamente necessaria dalle operazioni militari' e debba pertanto essere indagata come crimine di guerra", ha dichiarato Erika Guevara Rosas, alta direttrice delle campagne e delle ricerche di Amnesty International.
"La distruzione delle torri di Gaza rientra in un modello più ampio di incessante devastazione delle infrastrutture essenziali che, insieme alle ripetute ondate di sfollamento di massa in condizioni disumane e al diniego di aiuti umanitari salvavita, ha costituito uno degli elementi centrali del genocidio commesso da Israele. Questo equivale all'atto vietato di infliggere deliberatamente ai palestinesi della Striscia di Gaza condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale", ha proseguito Guevara Rosas.
Amnesty International ha intervistato 16 ex residenti e altre persone sfollate a causa delle distruzioni, oltre a testimoni oculari. Il Crisis Evidence Lab dell'organizzazione ha inoltre analizzato immagini satellitari e verificato oltre 25 video, rivelando un inquietante modello di distruzione deliberata di strutture civili da parte delle forze israeliane in assenza della necessaria giustificazione militare richiesta dal diritto umanitario internazionale. Il 19 marzo 2026 Amnesty International ha inviato alcune domande al ministero della Difesa israeliano in merito agli attacchi e alle dichiarazioni rilasciate, ma al momento della pubblicazione non ha ricevuto alcuna risposta.
Amnesty International aveva già documentato un modello di distruzione israeliana di aree civili tra dicembre 2023 e maggio 2024, in assenza di inderogabili necessità militari, durante i tentativi di ampliare una "zona cuscinetto" lungo il perimetro orientale della Striscia di Gaza. L'organizzazione aveva inoltre verificato, attraverso immagini satellitari e filmati video, che nel corso di due settimane del maggio 2025 le forze israeliane avevano completamente raso al suolo ciò che restava della città di Khuza'a, nel sud della Striscia di Gaza.
Dopo il cosiddetto cessate il fuoco dell'ottobre 2025 le forze israeliane hanno continuato a demolire abitazioni e altri edifici nelle aree a est della cosiddetta "linea gialla", sulle quali esercitano già il pieno controllo operativo. Si tratta di zone in cui alle persone palestinesi è vietato fare ritorno e che comprendono oltre il 55 per cento della superficie totale della Striscia di Gaza. I confini della "linea gialla" sono vaghi e costantemente ridefiniti dall'esercito israeliano.
"L'impunità di cui ha goduto nella Striscia di Gaza ha consentito a Israele di replicare azioni illegali anche altrove, in particolare in Libano, dove il ministro della Difesa israeliano ha evocato Gaza nelle sue minacce di accelerare la distruzione dei villaggi lungo il confine meridionale. In Libano l'esercito israeliano ha già distrutto su vasta scala migliaia di strutture civili, comprese abitazioni, parchi e campi da calcio", ha aggiunto Erika Guevara Rosas.
La Quarta Convenzione di Ginevra vieta le punizioni collettive e la distruzione di proprietà da parte della potenza occupante, "salvo i casi in cui tali distruzioni siano rese assolutamente necessarie dalle operazioni militari". Il diritto umanitario internazionale proibisce inoltre gli attacchi contro beni civili. La "distruzione e l'appropriazione estese di beni, non giustificate da necessità militare e compiute illegalmente e arbitrariamente" costituiscono una grave violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e un crimine di guerra. Anche dirigere intenzionalmente attacchi contro beni civili ed effettuare punizioni collettive costituisce un crimine di guerra.
"Queste demolizioni non hanno soltanto abbattuto edifici di cemento: hanno ridotto in macerie le case, le vite e i ricordi delle persone che vi abitavano, trasformando in rovine e polvere alcuni dei più importanti simboli urbani di Gaza. Per i palestinesi ai quali non è consentito tornare nelle proprie case a est della cosiddetta linea gialla, nonostante abbiano montato le tende dall'altro lato nel punto più vicino possibile, il rumore continuo dei bulldozer che distruggono abitazioni e terreni è diventato la dolorosa colonna sonora quotidiana di una vita in cui il fuoco non si è mai davvero fermato", ha affermato Guevara Rosas.
Nell'agosto 2025 il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva annunciato che Israele stava accelerando le operazioni militari per fare pressione su Hamas durante i negoziati sul cessate il fuoco. Poco dopo, il 5 settembre 2025, sono iniziati gli attacchi contro le torri di Gaza, mentre l'esercito israeliano intensificava in modo significativo la propria offensiva militare per prendere il controllo della città.
La mattina stessa del 5 settembre il ministro della Difesa Katz ha dichiarato sui social media che "il chiavistello delle porte dell'inferno è stato rimosso", collegando esplicitamente gli attacchi alla richiesta che Hamas accettasse le condizioni poste da Israele.
Questa ammissione esplicita ha contrastato nettamente con le abituali affermazioni delle forze israeliane - in questi e in molti altri casi, fatte senza presentare alcuna prova - secondo le quali gli edifici venivano colpiti a causa della presenza di combattenti o di infrastrutture di Hamas.
Ad esempio, prima di lanciare la campagna di distruzione delle torri di Gaza il 5 settembre, l'esercito israeliano ha affermato che "in preparazione dell'intensificazione dell'assalto contro Hamas a Gaza, le Idf, sotto la guida del Comando meridionale, hanno condotto un'approfondita attività di intelligence identificando una significativa attività di Hamas all'interno di un'ampia gamma di infrastrutture nella Striscia di Gaza, in particolare nelle torri di Gaza". L'esercito israeliano non ha però fornito alcuna prova a sostegno di tali affermazioni.
Nelle dichiarazioni successive Katz ha continuato a minacciare la distruzione della Striscia di Gaza se gli ostaggi non fossero stati liberati e Hamas non avesse deposto le armi, indicando chiaramente che la distruzione veniva attuata per fare pressione su Hamas e non per inderogabili necessità militari legate alle operazioni sul campo.
Ad esempio, l'8 settembre 2025 Katz ha scritto sul suo account ufficiale X: "Oggi un uragano devastante colpirà i cieli di Gaza e i tetti delle torri del terrore tremeranno. Questo è l'ultimo avvertimento agli assassini e stupratori di Hamas nella Striscia di Gaza e negli hotel di lusso all'estero: liberate gli ostaggi e deponete le armi, oppure Gaza sarà distrutta e voi sarete annientati".
In altri messaggi pubblicati sul suo account X, Katz ha commentato la distruzione delle torri di Gaza e di altre strutture civili con toni celebrativi e compiaciuti, suggerendo che tali distruzioni fossero finalizzate a "eliminare l'incitamento", un obiettivo che di per sé non può essere considerato un'inderogabile necessità militare tale da giustificare, ai sensi del diritto internazionale umanitario, la distruzione di proprietà civili.
Per esempio, il 14 settembre, dopo un attacco aereo contro l'Università islamica della Striscia Gaza, ha scritto: "L'università 'islamica' di Gaza si innalza verso il cielo. Stiamo eliminando le fonti dell'incitamento e del terrorismo".
Ha ribadito questo concetto il giorno successivo, in un altro post che celebrava la distruzione della Torre al-Ghofari: "La torre del terrore Burj al-Ghofari crolla nel mare della Striscia di Gaza. Stiamo affondando le roccaforti del terrorismo e dell'incitamento".
"Collegando esplicitamente la distruzione delle abitazioni a richieste politiche, le autorità israeliane, rappresentate dal ministro della Difesa, hanno di fatto ammesso di utilizzare la sofferenza dei civili come strumento di pressione e di infliggere punizioni collettive alla popolazione civile, invece di compiere distruzioni giustificate da inderogabili necessità militari", ha dichiarato Erika Guevara Rosas.
L'esercito israeliano non ha fornito prove sufficienti a sostegno delle proprie affermazioni secondo cui le torri di Gaza colpite sarebbero state utilizzate da Hamas o da altri gruppi armati palestinesi per scopi militari. Amnesty International ha invece rilevato, esaminando la pagina ufficiale dell'esercito israeliano, che dopo la distruzione di ciascuna torre di Gaza veniva utilizzato un commento standard del portavoce militare, spesso senza nemmeno specificare quale edificio fosse stato colpito o fornire ulteriori dettagli:
"Le Idf, sotto la guida del Comando meridionale, hanno colpito una torre di Gaza utilizzata da Hamas. Combattenti di Hamas avevano installato all'interno dell'edificio apparecchiature per la raccolta di informazioni e postazioni di osservazione per monitorare i movimenti delle Idf e facilitare operazioni contro lo Stato di Israele e contro le nostre forze. Prima degli attacchi sono state adottate misure per ridurre, per quanto possibile, il rischio di danni ai civili, inclusi avvisi preventivi alla popolazione, l'uso di munizioni guidate di precisione, sorveglianza aerea e ulteriori attività di monitoraggio".
Il 19 marzo 2026 Amnesty International ha scritto all'esercito israeliano chiedendo quali fossero le ragioni degli attacchi contro ciascuno di questi edifici nel momento in cui erano stati colpiti e quali fossero le persone e/o gli obiettivi presi di mira, ma non ha ricevuto alcuna risposta.
La ricerca dell'organizzazione non ha riscontrato alcuna prova che indicasse la presenza o l'utilizzo degli edifici da parte di combattenti, né evidenze di attività militari al momento della distruzione delle torri di Gaza, smentendo così le generiche affermazioni dell'esercito israeliano. Inoltre, l'esercito israeliano non ha fornito ulteriori ragioni tali da soddisfare il requisito secondo cui la distruzione di questi edifici fosse resa assolutamente necessaria dalle operazioni militari. Sebbene le torri di Gaza avrebbero potuto avere un valore strategico durante i combattimenti in aree urbane, questo potenziale utilizzo futuro non soddisfa il requisito giuridico della "inderogabile necessità militare" previsto dal diritto internazionale, necessario affinché la distruzione degli edifici possa essere considerata un atto proporzionato.
Nella maggior parte dei casi in cui le torri di Gaza sono state distrutte, l'esercito israeliano ha telefonato a una delle persone residenti nell'edificio che stava per essere bombardato, ordinandole di avvertire le altre o i vicini di lasciare l'edificio immediatamente o nel giro di pochi minuti. Questi avvertimenti hanno provocato panico di massa, costringendo migliaia di persone a fuggire terrorizzate, lasciando dietro di sé tutti i propri beni.
Una docente universitaria residente nella Torre Mushtaha 6, nel quartiere Rimal di Gaza, ha descritto il terrore vissuto durante i tentativi di evacuazione delle 76 famiglie che abitavano nell'edificio - alcune delle quali ospitavano anche parenti sfollati - dopo aver ricevuto una telefonata di avvertimento dall'esercito israeliano:
"Non potete immaginare come mi sono sentita e il panico che ne è seguito… Non abbiamo avuto il tempo di prendere nulla. I miei genitori sono anziani, mio padre ha 85 anni e non è in grado di camminare. Vivevamo all'ottavo piano e ho dovuto chiedere aiuto ad alcuni vicini per portarlo giù per le scale. I miei figli sono piccoli, il minore ha solo due anni e anche lui doveva essere preso in braccio".
"Una volta usciti, siamo rimasti fuori ad aspettare e alla fine è passato molto tempo, forse due ore, prima che l'edificio venisse bombardato. Se lo avessimo saputo, avremmo potuto portare con noi almeno alcune cose. Ma una volta usciti, non abbiamo osato rientrare. Era troppo pericoloso".
Molte famiglie erano tornate a casa solo di recente dal sud della Striscia di Gaza durante la tregua del gennaio 2025 per riparare gli appartamenti danneggiati, per poi vederli completamente distrutti pochi mesi dopo.
La docente universitaria ha descritto anche l'impatto sul figlio Ibrahim, di sette anni, che si trovava accanto a lei quando ha ricevuto la telefonata che annunciava il bombardamento dell'edificio ed è rimasto traumatizzato:
"Ora è ossessionato dal telefono. Controlla continuamente che funzioni, perché ha paura che qualcuno possa chiamare di nuovo per dirci che il luogo in cui ci troviamo sarà bombardato."
Il 6 settembre un attacco ha distrutto la Torre al-Soussi, di 15 piani, nell'area industriale della zona occidentale di Gaza.
Mariam, che si trovava coi parenti in uno degli appartamenti, ha dichiarato che l'esercito israeliano ha dato 20 minuti di tempo per lasciare l'edificio prima che venisse bombardato:
"Improvvisamente le persone hanno iniziato a urlare di andare via, ci siamo precipitati giù senza prendere nulla, inciampando gli uni sugli altri".
Alle 13.28 il portavoce dell'esercito israeliano ha postato il consueto commento standard per giustificare la distruzione dell'edificio, senza aggiungere dettagli né fornire alcuna prova. La data e l'ora del post lasciano intendere che si riferisse alla Torre al-Soussi. Amnesty International non è stata in grado di verificare se nei pressi dell'edificio vi fossero obiettivi militari.
L'esercito israeliano ha anche distrutto edifici che ospitavano gruppi della società civile e strutture giornalistiche, come nel caso della Torre al-Roya, che ospitava la sede del Centro palestinese per i diritti umani, e la già citata Torre al-Ghofari, l'edificio più alto di Gaza, all'interno del quale c'erano uffici commerciali e la redazione del portale libanese al Mayadeen.
La Torre italiana, un importante edificio di 17 piani ricostruito nel 2023 con fondi italiani, è stata distrutta il 26 settembre nonostante fosse vuota e chiusa. Lo stesso giorno sulla pagina ufficiale dell'esercito israeliano è stato pubblicato il consueto commento standard, sempre senza specificare di quale edificio si trattasse e senza fornire alcuna prova.
Un ingegnere informatico di 32 anni, che viveva con la moglie e tre figli al quinto piano della Torre al-Najm, un edificio di dieci piani in Market Street all'interno del campo rifugiati di al-Shati, ha raccontato ad Amnesty International che intorno alle 18 dell'11 settembre uno dei vicini ha urlato ai residenti di uscire immediatamente perché il palazzo sarebbe stato bombardato entro cinque minuti:
"Ero a casa con mia moglie e i nostri tre figli, il più piccolo di soli otto mesi, quando i vicini hanno iniziato a urlare e a fuggire dal palazzo. Non c'è stato il minimo tempo di portar via nulla. Abbiamo preso i bambini e siamo corsi giù coi vestiti che avevamo addosso".
La famiglia ora vive in una tenda a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, in condizioni drammatiche:
"I nostri figli si sono ammalati a causa della pioggia e del freddo. È difficilissimo crescere un bambino piccolo in queste condizioni disastrose. Ci manca tutto. Gli altri due figli, lei di sei anni e lui di sette, sono traumatizzati: il nostro edificio è stato bombardato sotto i loro occhi. Non capiscono perché e io non so spiegarglielo".
Un altro abitante, un autista di 33 anni padre di tre figli, ha raccontato che prima che l'edificio venisse distrutto nel suo appartamento c'erano 16 persone, in maggior parte sfollate: tra queste ultime, i genitori, due suoi fratelli e le loro mogli e cinque bambini.
"La massiccia distruzione di infrastrutture fondamentali per la vita umana, comprese le abitazioni, a seguito di bombardamenti o di demolizioni con esplosivi, unita alla perdurante limitazione imposta da Israele all'ingresso di materiali per i rifugi e al divieto di rientrare nelle zone a est della 'linea gialla', hanno inflitto sofferenze catastrofiche alla popolazione della Striscia di Gaza. Israele deve permettere l'accesso immediato e privo di ostacoli ai beni e ai prodotti indispensabili, compresi i materiali per i rifugi. Le autorità israeliane che hanno ordinato distruzioni illegali, punizioni collettive o atti di genocidio devono essere chiamati a risponderne", ha concluso Guevara Rosas.
Secondo la Valutazione finale rapida dei danni e dei bisogni nella Striscia di Gaza, condotta congiuntamente dalla Banca mondiale, dall'Unione europea e dalle Nazioni Unite e pubblicata il 20 aprile 2026, circa 371.888 abitazioni - oltre il 76 per cento del totale - sono state danneggiate o distrutte nei primi due anni del genocidio, costringendo il 60 per cento della popolazione totale a continuare a vivere senza una casa, in una situazione permanente di sfollamento di massa e in condizioni disumane, insicure e prive di adeguati servizi igienico-sanitari.
Secondo un'analisi di Unosat, il Centro satellitare delle Nazioni Unite, basata su immagini satellitari raccolte il 22 e 23 settembre 2025, l'83 per cento delle strutture della Striscia di Gaza risultava danneggiato o distrutto, con un aumento del 37 per cento rispetto a due mesi prima. Questo dato riflette l'intensificazione dell'offensiva militare contro Gaza dalla metà di agosto.