02/11/2026 | Press release | Distributed by Public on 02/11/2026 09:21
Che nelle elezioni legislative thailandesi il voto avrebbe premiato il blocco conservatore e visto un aumento del partito al governo Bhumjaithai poteva essere abbastanza scontato. Per niente scontata, invece, la clamorosa crescita del Bhumjaithai e, soprattutto, l'altrettanto clamoroso ridimensionamento del riformista Partito popolare - erede del partito Future Forward e poi di Move Forward, vincitore delle scorse elezioni - che tutti i sondaggi avevano dato in crescita e che si pensava avrebbe consolidato la sua posizione di primo partito del paese. In realtà, se anche ciò fosse avvenuto, con estrema probabilità, il PP non sarebbe riuscito a formare un governo di coalizione, ma una performance positiva alle elezioni gli avrebbe comunque garantito un ruolo forte come partito di opposizione. I risultati hanno detto ben altro.
Con oltre il 95% dei voti conteggiati, le elezioni hanno fatto del Bhumjaithai il partito più forte (con una crescita sino a 122 seggi rispetto ai 71 ottenuti nelle elezioni 2023) e hanno visto un arretramento consistente dei Popolari che perdono 33 seggi rispetto ai 152 che il Move Forward, sciolto da un tribunale della Corte costituzionale e poi ricostituitosi come PP, aveva ottenuto nel 2023. Il voto ha infine evidenziato ciò che molti si aspettavano e cioè la perdita di consensi del Pheu Thai, partito espressione della potente famiglia Shinawatra e guidato da Yodchanan Wongsawat, che ha dimezzato i consensi perdendo 67 seggi rispetto ai 141 ottenuti nel 2023.
In buona sostanza, il Bhumjaithai controlla ora 193 scranni, il Partito popolare ne ha 118 e il Pheu Thai 74. Per formare il governo servono almeno 251 dei 500 seggi della Camera bassa, il che significa che al Bhumjaithai ne bastano altri 58 per avere il supporto sufficiente. Anutin Charnvirakul, l'attuale premier ad interim e leader del partito, dovrebbe essere in grado di raccoglierli senza difficoltà tra parlamentari indipendenti e piccoli o grandi partiti, visto che ce ne sono almeno una dozzina (su 57 presentatisi) ad aver ottenuto seggi nella nuova Camera dei Rappresentanti. È solo questione di tempo, quindi, prima di avere un nuovo governo thailandese: benché il 9 aprile sia il termine massimo legale entro cui la Commissione elettorale deve certificare ufficialmente tutti i risultati, col 95% del conteggio il Re può già convocare la prima seduta della nuova Camera che, una volta eletto il suo presidente, potrà dare il via all'elezione del Primo ministro.
Secondo gli analisti, ad aver premiato il partito di Anutin e ad aver fatto scendere il gradimento dei popolari di Natthaphong "Teng" Ruengpanyawut sarebbe stata l'ondata nazionalistica nata dalla gestione muscolare da parte di Anutin della recente guerra con la Cambogia. La mobilitazione in nome dell'orgoglio nazionale avrebbe riconosciuto al Bhumjaithai una capacità di difesa del Paese che sarebbe andata a detrimento del PP, un partito che ha invece scelto di non puntare sulla retorica nazionalistica ma, semmai, sulla volontà di gestire le relazioni con la Cambogia affidandosi più al negoziato che allo scontro. I Popolari hanno parlato alla testa e non alla pancia della Thailandia e questa scelta li avrebbe penalizzati. Vale però la pena di aggiungere un elemento a questa analisi elettorale: la paura.
Quando un Paese affronta una stagnazione economica, il turismo è in calo e la produzione è in discesa, il timore e l'incertezza del futuro possono portare la popolazione a scegliere la via ritenuta più sicura, in nome di una stabilità sancita dal passato o da chi sta governando più che dalle promesse sul futuro. I cittadini thailandesi sono tra i più indebitati al mondo: il debito medio delle famiglie thailandesi è pari a circa il 90-92% del PIL. In buona sostanza, se il PIL thailandese è di circa 500 miliardi, il debito totale delle famiglie è di circa 450 miliardi, uno dei più alti dell'Asia. È concentrato soprattutto nelle famiglie urbane e nella classe media ma pesa molto anche nelle aree rurali. Meglio affidarsi al vecchio che al nuovo.
Questa diffusa angoscia popolare si aggiunge a un momento di crescita economica debole negli ultimi anni - con redditi stagnanti per famiglie che spendono circa il 30/40% del reddito per ripagare debiti - con una crescita stimata al 2% del PIL ridimensionata dalla Banca centrale thailandese all'1,5-1,7%, una stima che anche l'Asian Development Bank ha previsto per il 2026 all'1,5%-1,6%. La crisi riguarda anche l'immobiliare - settore trainante dell'economia di una città come Bangkok - con alcuni paradossi: il comparto immobiliare si è ripreso con investimenti nel periodo post Covid e flussi di denaro anche dall'estero (per esempio con investimenti di ricche famiglie birmane o russe), ma si sta scontrando con un eccesso di offerta che non viene assorbito da una domanda interna debole. Quindi, a fronte di investimenti importanti, alcuni centri di ricerca stimano fino a circa 400.000 i condomini invenduti in tutto il Paese con circa 220.000 nella sola area della Grande Bangkok. Infine, se il baht continua a rimanere relativamente stabile ciò si dovrebbe anche a flussi di denaro illecito legati ai centri truffa cambogiani o birmani (scam city), i cui profitti verrebbero in parte reinvestiti in baht. Sia il ministro delle Finanze Ekniti Nitithanprapas, sia la Bank of Thailand, hanno espresso preoccupazione per l'impatto di flussi di capitali sospetti - grey money - sulla valuta nazionale, collegandoli in parte all'acquisto di oro in mercati meno tracciabili e a fondi provenienti da network fraudolenti nella regione.
In sostanza il Paese si trova di fronte a una performance economica stagnante, una flessione del turismo, un flusso di capitali grigi difficile da tracciare, un conflitto con la Cambogia che pur se attualmente interrotto, continua a ondeggiare tra negoziato e ripresa degli scontri. Orgoglio nazionale e timore del futuro possono dunque essersi sommati nel favorire le proposte dei partiti più conservatori, mentre avrebbero penalizzato il partito progressista PP per l'incertezza di possibili svolte riformiste nel futuro. E mentre il voto popolare premiava un abile mediatore conservatore come Anutin, l'annacquamento della proposta riformista - che cercava di scrollarsi di dosso un'immagine non patriottica - avrebbe inoltre deluso molti ex sostenitori progressisti.
C'è però un elemento significativo: la scelta del 60% dei thailandesi, nello stesso giorno delle elezioni legislative, di votare "Sì" al referendum che proponeva la nascita di un'Assemblea consultiva per riformare la Costituzione del 2017 varata allora da un governo militare. Questa altra votazione indica una voglia di cambiamento, anche se potrebbe tradursi in un nulla di fatto visto che l'eventuale riforma andrebbe varata dal prossimo Parlamento che, ancora una volta, nasce sotto l'ombra lunga dei militari, di una monarchia inossidabile e refrattaria alle riforme, e delle lobby economiche conservatrici che non hanno alcuna intenzione di modificare lo status quo.