03/13/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/13/2026 09:42
Che fare se le quotazioni del petrolio schizzano ai livelli più alti da anni, in seguito alla crisi nel Golfo? Facile: autorizzare l'acquisto di petrolio russo sotto embargo. La 'soluzione' alla corsa del greggio annunciata nella notte da Donald Trump è insieme un regalo a Vladimir Putin e uno schiaffo in faccia (l'ennesimo) all'Ucraina e agli alleati europei impegnati a contrastare l'avventurismo bellico del Cremlino. Scott Bessent, segretario al Tesoro statunitense, ha annunciato che l'autorizzazione sarà "temporanea" e che consentirà ai paesi di acquistare il petrolio russo per 30 giorni. "Questa misura circoscritta e di breve durata si applica solo al petrolio già in transito e non apporterà significativi benefici finanziari al governo russo, che ricava la maggior parte delle sue entrate energetiche dalle tasse riscosse nel punto di estrazione", ha affermato Bessent, minimizzando l'impatto che la decisione potrà avere sulle casse del Cremlino e quindi sull'offensiva contro Kiev. Ma che la decisione rappresenti un aiuto concreto e una sorta di vittoria 'morale' per Vladimir Putin è difficile da negare. Al contempo, la stampa americana non manca di sottolineare come la misura sia scattata dopo che il prezzo medio del carburante negli Stati Uniti è aumentato in un mese di 65 centesimi al gallone (pari a circa 3,7 litri). Un rincaro che, in un anno elettorale, non può che preoccupare la Casa Bianca, nonostante il presidente continui a rivendicare con orgoglio la sua politica in Medio Oriente. A quasi due settimane dall'inizio del conflitto, Teheran ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto delle petroliere e delle navi cisterna per il trasporto di gas a livello mondiale, dichiarando che non permetterà il passaggio di "un solo litro di petrolio" dalla regione finché continueranno gli attacchi statunitensi e israeliani.
Quella annunciata ieri non è la prima inversione di rotta dell'amministrazione Usa riguardo al petrolio russo: la scorsa settimana Washington aveva autorizzato le raffinerie indiane ad acquistare temporaneamente petrolio russo per 30 giorni, appena un mese dopo che Trump aveva ottenuto che New Delhi ne interrompesse gli acquisti. Uno stop che, a suo dire, avrebbe "contribuito a porre fine alla guerra in Ucraina", tagliando una fonte vitale di finanziamenti per la Russia. Non stupisce pertanto che Mosca abbia accolto entrambi gli annunci con palese soddisfazione. Gli Stati Uniti "stanno di fatto riconoscendo l'ovvio: senza il petrolio russo, il mercato energetico globale non può rimanere stabile", ha scritto su Telegram l'inviato economico russo Kirill Dmitriev, affermando che la revoca delle sanzioni da parte di Washington è "sempre più inevitabile". Un inaspettato aumento dei prezzi del greggio è solo uno dei modi in cui Putin può trarre vantaggio dalla guerra in Iran. Gli Stati Uniti e i loro alleati europei potrebbero trovarsi costretti a distogliere risorse e armi dal sostegno allo sforzo bellico di Kiev per contrastare un regime che, nonostante i proclami del presidente Usa, non sembra affatto prossimo alla resa. Anche per questo, Mosca ha tutto l'interesse nel fatto che il conflitto in Medio Oriente continui il più a lungo possibile, secondo una logica di minimo sforzo, massima resa.
In questo scenario, la misura americana non poteva non sollevare critiche tra gli alleati. Il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che la situazione nello Stretto "non giustifica in alcun modo" un allentamento delle sanzioni contro la Russia, che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito un "grave colpo" per il suo Paese e per il mondo intero: "Come si possono revocare le sanzioni alla Russia se è l'aggressore? Si creerebbe un precedente che altri potrebbero seguire, e non in modo positivo". Condanne sono arrivate anche dalla Germania, la cui ministra dell'Economia Katherina Reiche ha accusato Washington di "alimentare il bottino di guerra di Vladimir Putin". A Bruxelles, i funzionari insistono sul fatto che l'Ue manterrà la rotta. Ma, in privato, guardano ai repentini cambi di strategia della Casa Bianca con apprensione. "Dal punto di vista dell'Unione Europea, la situazione è molto chiara: dobbiamo continuare a esercitare la massima pressione sulla Russia e, in effetti, l'attuale impennata dei prezzi del petrolio e del gas potrebbe fornire alla Russia entrate inattese", ha dichiarato Valdis Dombrovskis, Commissario europeo per l'Economia, spiegando che il contrario "sarebbe controproducente" dal momento che "rafforzerebbe le capacità della Russia di portare avanti la guerra, indebolendo il nostro sostegno all'Ucraina e anche gli obiettivi che gli Stati Uniti e Israele stanno cercando di raggiungere in Iran".
La crisi mediorientale rischia di produrre effetti diretti anche sul conflitto in Ucraina, alimentando una competizione tra fronti geopolitici. Se ogni guerra ha una propria logica, un contesto e dinamiche autonome, infatti, le confluenze tra i due scenari sono difficili da ignorare. Un elemento comune è il ruolo degli Stati Uniti e, in particolare, del presidente Trump: pienamente impegnato nel confronto con l'Iran al fianco di Israele, ma al tempo stesso sostenitore incostante per Kiev. Mosca osserva gli sviluppi con interesse. Da un lato beneficia dell'impennata dei prezzi energetici e delle tensioni sui mercati. Dall'altro vede alcuni dei propri partner - dall'Iran al Venezuela - coinvolti o indeboliti da nuove crisi regionali, senza avere la capacità di sostenerli pienamente. Se al Cremlino non resta che manovrare al meglio gli eventi per ottenerne il massimo vantaggio, la vera incognita riguarda il prezzo politico ed economico per gli Stati Uniti. Anche se lo Stretto di Hormuz dovesse riaprire rapidamente, molti analisti ritengono che servirà tempo perché il mercato energetico torni ai livelli precedenti alla crisi. E mentre Trump continua a rivendicare la forza dell'industria petrolifera americana, i sondaggi raccontano un'altra realtà: circa otto americani su dieci sono preoccupati per l'aumento del prezzo della benzina. E non è un dettaglio marginale. "Gli americani fanno il pieno di benzina in media 50 volte all'anno - osserva Kevin Book, responsabile della ricerca presso ClearView Energy Partners - quindi sono 50 le possibilità che hanno di pentirsi del loro ultimo voto". A meno che non riesca a chiudere presto il conflitto con l'Iran, Trump potrebbe avere presto un'altra cosa in comune con Putin: essersi imbarcato in una guerra che - avendo sottovalutato la reazione dell'avversario - si protrarrà più a lungo del previsto.
Il commento
di Matteo Villa, Senior Research Fellow ISPI
"Ossigeno per Mosca. La decisione americana di "liberare" i barili di petrolio russi bloccati in mare è una conseguenza paradossale della crisi di Hormuz. Proprio l'incapacità di Mosca di proteggere l'Iran (uno degli ultimi alleati rimasti in Medio Oriente) e la risposta di Teheran, che ha quasi azzerato il traffico commerciale nello Stretto, stanno generando un inatteso vantaggio per il Cremlino. Prima della crisi, quest'anno la Russia avrebbe probabilmente dovuto affrontare un forte calo delle entrate energetiche. Ora, invece, sorride".