01/20/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/20/2026 07:24
Il 25 gennaio si chiude la terza fase delle elezioni birmane, un'operazione destinata a trasformare la Giunta militare golpista del febbraio 2021 in un governo civile - espressione di un Parla mento rinnovato - e a fare del generale Min Aung Hlaing, con ogni probabilità, il prossimo presidente del Myanmar. Senza aspettare il voto e i risultati del 25 gennaio - le fasi precedenti si sono svolte il 28 dicembre e l'11 gennaio - il risultato finale è già scontato. Al netto di qualche seggio secondario, la maggioranza del suffragio è andata a favore dell'Union Solidarity and Development Party (USDP), partito espressione dei militari, con un tasso di partecipazione che, secondo le dichiarazioni ufficiali, ha superato il 50% (senza per altro arrivare a percentuali bulgare che sarebbero state piuttosto imbarazzanti).
Per altro, nelle elezioni del 2015, la Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi (LND) aveva vinto 255 seggi su 330 alla Camera bassa contro i 30 dell'USDP. Ma anche se il partito dei militari, creato nel 2010 proprio per controbilanciare il potere civile, poteva e può sempre contare su una quota di seggi riservati all'esercito, la sconfitta del 2015 doveva trasformarsi in una debacle nel 2020. Allora la Lega portò a casa 258 seggi contro i 26 dell'USDP. La trattativa che ne seguì, in cui sembra che l'USDP avesse preteso la presidenza (che gli sarebbe stata rifiutata) pur non avendone costituzionalmente diritto, portò alla decisione di Tatmadaw, l'esercito birmano, di mettere in atto un ennesimo colpo di Stato che, come si vide, era stato minuziosamente preparato.
Cinque anni di guerra dopo, con un Paese dove il controllo reale di Tatmadaw e della Giunta militare non supera un terzo del territorio in un puzzle di zone contese e città spesso solo formalmente alleate con la Giunta, le elezioni dovrebbero servire a ripulire la facciata e dare legittimità internazionale al regime. Una vittoria schiacciante dell'USDP non era dunque solo immaginabile ma semmai piuttosto scontata. La realtà sul terreno però dice altro.
Sulle percentuali di astensione è difficile fare i conti o contestare i dati ufficiali perché gli osservatori internazionali sono praticamente tutti di Paesi che sostengono la Giunta. Si sono azzardate percentuali tra il 70 e l'80% ma l'esercizio è arbitrario. Ed è anche difficile valutare il livello di intimidazione che, secondo la Resistenza, avrebbe gravato sul voto dal momento che non ci sono state denunce formali all'autorità giudiziaria. Ciò che non è invece opinabile è come si sono svolte le consultazioni per stessa ammissione della Giunta che già in fase di censimento pre-elettorale aveva messo le mani avanti sull'impossibilità di determinare con certezza gli aventi diritto.
Nelle 330 municipalità del Myanmar, il primo turno elettorale si è tenuto in 102 e il secondo in 100. Stando alla Giunta, l'affluenza al primo turno sarebbe stata del 52% (sul secondo non c'è ancora un dato). Va tenuto in conto che, al primo turno in 1439 distretti e al secondo in 1492, la consultazione non è potuta e non può avvenire per motivi di sicurezza. In teoria, i primi due turni dovrebbero rappresentare il 60% del territorio birmano ma senza quei 3000 distretti (secondo altre fonti quasi 4mila) ne rappresentano solo il 44%. Quindi, anche ammesso e non concesso che l'affluenza si attesti a poco più del 50%, le elezioni rappresentano sì e no un quarto degli aventi diritto e meno della metà del territorio, con l'incognita del terzo e ultimo turno domenica 25 gennaio.
Come che sia, la Union Solidarity and Development Party (USDP) ha vinto nel primo turno la stragrande maggioranza dei seggi contesi su 102 disponibili nella Camera bassa, mentre, nel secondo, l'USDP avrebbe consolidato e ampliato il proprio vantaggio nei 100 contesi, portando il totale a oltre 180 seggi su 330. In totale (tra Camera bassa e Camera delle nazionalità) il partito militare conta su 234 seggi cosa che già ora - con i 166 seggi riservati per legge ai militari - gli consente di formare un governo. Il terzo turno dovrebbe semplicemente confermare il trend, anche se l'ultima fase è forse la più incerta e si svolge in sole 63 municipalità e in regioni ad alta conflittualità come gli Stati Kachin, Kayin, Sagaing, Shan o Bago dove sono in corso combattimenti.
Secondo fonti dei servizi di monitoraggio non ufficiali della situazione (agenzie di intelligence locali che spediscono rapporti a imprenditori, Ong ma anche alla stessa Giunta), nel primo turno si sarebbero verificati almeno una trentina di incidenti. Nel secondo la percentuale è andata aumentando con attacchi diretti della Resistenza sia alla grande autostrada Yangon Mandalay (considerata generalmente "sicura"), sia nei singoli seggi dove sono stati uccisi anche funzionari della Commissione elettorale. Inoltre, l'Arakan Army - uno degli "eserciti etnici" più importanti che ha conquistato quasi tutte le township del Rakhine - continua a stringere d'assedio la capitale e ha sconfinato nelle regioni adiacenti in particolare nella zona di Magway dove si trova l'importante base aerea di Nat Yay Kan, completamente circondata. Scontri sono stati segnalati anche in zone di solito relativamente tranquille e non sembra escluso che gli attacchi possano salire di livello in vista della terza e ultima tornata elettorale.