03/03/2026 | Press release | Archived content
A quattro giorni dall'inizio della guerra in Iran, il conflitto e i suoi effetti si sono già estesi alla regione del Golfo e al Medio Oriente nel suo complesso, fino a lambire il mondo intero. In parte, ciò è dovuto a un netto cambio di strategia e di tattiche belliche da parte di Teheran. Nel corso della guerra dei 12 giorni (13-24 giugno 2025) l'Iran aveva utilizzato missili e droni per colpire prevalentemente Israele, e solo nella fase finale del conflitto aveva attaccato Al Udeid in Qatar, dove si trova la più grande base americana della regione. In quel caso, a distanza di alcune ore dall'attacco, gli Stati Uniti avevano rapidamente imposto a Israele lo stop ai bombardamenti sull'Iran.
Oggi, invece, la postura strategica iraniana è passata a una logica di "offensiva asimmetrica" e "saturazione regionale". Ed è la prima volta che Teheran sembra in grado di metterla in atto con questa efficacia. L'Iran dispone infatti di un arsenale che non si limita ai missili balistici (relativamente pochi, tra 2.500 e 3.500, di cui circa 800 già lanciati da inizio conflitto) ma è composto soprattutto da droni (le stime variano molto, da 30.000 fino ad addirittura 80.000). Il costo unitario di questi droni, tra 20.000 e 50.000 dollari, è fino a 250 volte inferiore rispetto a quello dei missili utilizzati per intercettarli, che può variare da 1 a 5 milioni di dollari. Inoltre, come già visto nella guerra tra Russia e Ucraina, i droni sono meno vulnerabili agli attacchi aerei americani e israeliani: mentre i missili richiedono rampe fisse e strutture di lancio dedicate, i droni possono essere lanciati da piattaforme mobili, strutture improvvisate (come capannoni) o camion civili modificati. Ciò consente a Teheran di operare anche in condizioni di estrema inferiorità aerea, e di continuare a minacciare colpi contro obiettivi nella regione.
Come detto, il cambio di strategia non riguarda solo il maggior impiego di droni ma anche la notevole diffusione su scala regionale degli attacchi iraniani, che l'anno scorso erano invece rimasti principalmente concentrati su Israele. L'obiettivo è quello di alzare i costi del conflitto per la maggior parte dei paesi della regione e, in particolare, per quelli che si affacciano sul Golfo, e per tutti i paesi del mondo che dipendono da importazioni di petrolio e gas naturale.
Per una prima stima dell'entità della minaccia iraniana verso i paesi della regione è possibile osservare cosa sta accadendo a livello di traffico aereo. Come si può notare dal grafico, a subire le conseguenze della minaccia militare iraniana sono quasi tutti i paesi della regione. Per esempio, gli aeroporti principali degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar e del Bahrain hanno dovuto cancellare tra il 70% e il 95% dei voli in partenza. Una quota di voli ben più alta persino rispetto a quella dei voli cancellati da Tel Aviv, che si ferma sotto il 60%.
La minaccia iraniana non si sta inoltre limitando solo ai cieli e al traffico aereo. Per la prima volta nella storia moderna, l'Iran ha di fatto costretto la chiusura alla navigazione dello stretto di Hormuz. Degno di nota è il fatto che Teheran abbia raggiunto questo risultato senza posare mine nello stretto o attuare blocchi navali, ma colpendo e minacciando di colpire petroliere, metaniere e altre navi commerciali che tentino di attraversare lo Stretto.
Che l'attacco congiunto di USA e Israele contro l'Iran avrebbe anche scatenato le reazioni dei mercati energetici globali era non solo prevedibile, ma anche inevitabile. Il successo di Teheran nel costringere le navi commerciali a rallentare o interrompere i loro attraversamenti dello stretto di Hormuz, passaggio cruciale per circa un quinto della domanda di petrolio mondiale, ha posto le basi per uno scenario allarmante: una crisi energetica simile a quella del 1973.
Come allora, anche oggi a pagare il prezzo più pesante sono i paesi che più dipendono dalle importazioni per i propri consumi di petrolio e gas. Se ai tempi dell'embargo del 1973, messo in atto dai paesi arabi dell'OPEC, a pagare le conseguenze delle restrizioni sulle esportazioni petrolifere erano stati principalmente gli Stati Uniti e i paesi occidentali alleati di Israele, oggi la situazione è cambiata. L'interruzione dei passaggi dallo stretto di Hormuz penalizza infatti anche i paesi asiatici, Cina e India in primis, il cui consumo di petrolio è significativamente cresciuto rispetto agli anni Settanta.
Il grafico sopra mostra come nel 1973 i consumi di petrolio mondiali fossero prevalentemente concentrati negli Stati Uniti, nei Paesi UE e in Giappone, che insieme raggiungevano circa 35 milioni di barili al giorno, mentre Cina e India si limitavano a poco meno di 2 milioni di barili al giorno. I dati del 2025, invece, dipingono una situazione ben diversa, con i consumi occidentali in leggera diminuzione e un fortissimo aumento (a 22 milioni di barili al giorno) per Cina e India.
Nel breve periodo, i paesi asiatici risultano particolarmente vulnerabili alle interruzioni di forniture di greggio dal Medio Oriente. Nell'eventualità di un blocco duraturo del transito navale dallo stretto di Hormuz, Cina e India sarebbero le prime ad accusare il colpo, considerato che circa il 50% del loro petrolio proviene dai paesi del Golfo. Allo stesso modo, seppure in misura diversa, anche la Corea del Sud e il Giappone pagherebbero a caro prezzo il protrarsi dello stop ai transiti nello stretto di Hormuz, essendo tra le destinazioni principali del petrolio mediorientale di passaggio da quello snodo marittimo.
I rischi per USA e paesi Europei sembrerebbero invece più limitati. Infatti, come mostrato nel grafico sopra, solo circa il 4% del petrolio che transita da Hormuz sarebbe diretto in Europa, e il dato per gli USA risulta ancora minore, con solo poco più del 2% del petrolio che passa dallo stretto destinato al mercato statunitense. Insomma, è evidente che, sebbene ci siano i presupposti per uno shock a cascata, non tutti i paesi coinvolti sono esposti allo stesso modo. L'impatto complessivo della scossa alle catene di approvvigionamento energetiche e un aumento sostenuto dei prezzi del petrolio sarà quasi certamente asimmetrico, con paesi come gli Stati Uniti in cui pressioni inflazionistiche sui consumatori saranno attenuate dalla posizione americana di esportatore netto di energia, mentre paesi come la Cina e l'India, fortemente dipendenti dal greggio del Golfo, dovranno fare i conti con conseguenze ancora imprevedibili sulle loro economie.
Non passa, però, solo petrolio per lo Stretto di Hormuz: anche il gas naturale liquefatto (GNL) esportato dal Qatar segue la stessa tratta e rappresenta circa il 20% delle forniture globali di GNL. In seguito agli attacchi iraniani vicino al sito di estrazione più importante del paese, da ieri il Qatar ha deciso di sospendere la produzione di GNL (assieme ad altri prodotti come l'alluminio). Uno shock che colpisce paesi asiatici ed europei, tra i principali clienti del paese del Golfo. Anche l'Italia è tra i paesi più esposti, dal momento che oltre un decimo dei propri consumi di gas (quasi il triplo rispetto alla media europea) dipendono dalle importazioni dal Qatar. Ancora più colpiti i mercati asiatici, con paesi come Pakistan (26%), Taiwan (25%) e India (22%) a soffrire gli impatti più immediati.
Per valutare davvero il grado di vulnerabilità di ciascun paese allo stop delle esportazioni del Qatar è però importante considerare anche quanto i suoi consumi energetici siano sbilanciati verso il gas naturale. Qui l'Italia è purtroppo svantaggiata: dipende dal gas per ben il 38% dei propri consumi totali, livello simile a quello del Pakistan ma ben superiore rispetto a paesi come Taiwan (24%), la Polonia (20%) e l'India (7%).
Se durerà più di poche settimane, la crisi non impatterà solo i principali acquirenti del GNL qatarino, ma l'intero mercato mondiale del gas. A essere colpiti in particolare saranno gli importatori europei e quelli asiatici, che più dipendono dalle importazioni di GNL. Di conseguenza tutti cercheranno fonti alternative di approvvigionamento, facendo ulteriormente salire i prezzi.
A ben vedere, la crisi sta già avendo ripercussioni salate per gli europei: il prezzo all'ingrosso del gas naturale in UE è quasi raddoppiato nel giro di un paio di giorni e oggi ha persino brevemente superato quota 60 €/MWh. Una reazione di prezzo così forte è dovuta anche al fatto che questa crisi abbia preso alla sprovvista molti paesi europei: in questo momento gli stoccaggi sono pieni solo al 30%, mentre in questa fase dell'anno gli stoccaggi sono normalmente poco sotto al 40% e dopo l'invasione russa dell'Ucraina si era riusciti a tenerli al 65% (nel 2023) e al 45% (nel 2024). La situazione è particolarmente complessa per la Germania, al 21%, mentre l'Italia fa nettamente meglio (48%).
Ciò detto, se è vero che gli stoccaggi proteggono da fluttuazioni stagionali dei prezzi, possono al massimo smussare o posticipare gli effetti di uno shock di più lungo periodo. Il problema quindi, se la crisi dovesse durare ancora a lungo, sarebbe solo posticipato di qualche mese. Nel frattempo il protrarsi del conflitto potrebbe restituire competitività al gas russo, un'eventualità che rischia di mettere alle strette l'UE proprio pochi mesi dopo aver approvato il regolamento europeo per portare a zero le importazioni di gas russo dal 2027.