02/04/2026 | Press release | Distributed by Public on 02/04/2026 05:23
Un mese dopo il sequestro di Nicolás Maduro, Cuba diventa il nuovo nemico per la sicurezza degli Stati Uniti. La settimana scorsa Donald Trump ha dichiarato, infatti, l'emergenza nazionale, segnalando come il governo cubano destabilizzi la regione latino-americana, alleandosi con gli avversari politici e commerciali degli Stati Uniti, quali sono la Russia, la Cina e l'Iran. La somministrazione energetica nell'isola diventa quindi una questione di sicurezza nazionale per gli Usa, motivo per cui Trump minaccia i paesi storicamente fornitori di petrolio a Cuba, come il Messico, di aumentare i dazi sui loro prodotti se continueranno in questa azione di sostegno all'economia del regime castrista. Contemporaneamente, l'Assemblea Nacional del Venezuela ha approvato la riforma della legge sugli idrocarburi, aprendo il settore petrolifero alla sua privatizzazione. E la Casa Bianca, per consentire alle imprese americane di operare nel paese caraibico, ha annunciato la revoca di alcune sanzioni contro il settore petrolifero venezuelano.
Perché il petrolio, quello che in un caso fa gola e nell'altro alimenta la presenza di concorrenti sgraditi, è il filo che tiene insieme l'interesse di Trump per il Venezuela e per Cuba, in quell'imperialismo di rapina delle risorse che ha nella regione latino-americana l'arena privilegiata del conflitto commerciale con la Cina. E anzi si può sostenere che l'attacco definitivo a Cuba - che gli Stati Uniti finora hanno detto non avrà un carattere militare - è possibile solo ora che il Venezuela si vede costretto a riconsiderare la politica di nazionalizzazione del settore petrolifero voluta da Hugo Chávez. E mentre la presidente del governo venezuelano Delcy Rodríguez annuncia un'amnistia per i prigionieri politici del regime chavista, la diaspora cubana a Miami sogna un analogo provvedimento nel proprio paese d'origine.
Cuba dipende in larga parte dalle importazioni per il suo approvvigionamento energetico, perché produce appena 40.000 barili di petrolio al giorno, quando il suo fabbisogno è di 110.000. Inizialmente importava petrolio dall'Unione Sovietica, poi il Venezuela e il Messico sono diventati i principali esportatori di grezzo nell'isola. Il Venezuela copriva il 30-35% della necessità cubana di petrolio, il Messico attorno al 20%. Dopo l'attacco statunitense di un mese fa, il Venezuela ha smesso di commercializzare il petrolio con Cuba e il Messico, preoccupato dalle minacce di Trump sui dazi, ne ha sospeso temporaneamente l'esportazione. Secondo dati della società di consulenza Kpler pubblicati sul Financial Times, nel mese di gennaio sono arrivati a Cuba dal Messico solo 84.000 barili di petrolio, che corrispondono a 3.000 barili al giorno.
Al principio del nuovo millennio, ai tempi di Chávez e Fidel Castro, il Venezuela riforniva Cuba con 100.000 barili di petrolio al giorno, che il governo castrista rivendeva in parte per acquisire valuta estera. Nel 2025, il Messico inviava 12.000 barili di petrolio al giorno (dati Kpler), insufficienti comunque a sostenere il sistema elettrico e dei trasporti cubani. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha parlato di ragione umanitaria alla base di questi invii di petrolio a Cuba e ora che le minacce di Trump ne hanno bloccato l'esportazione all'isola, il Messico ha annunciato l'invio di aiuti umanitari a Cuba e sta cercando di riprendere l'invio di petrolio in un confronto con l'amministrazione americana.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha affermato che gli Stati Uniti non intendono forzare una caduta del regime castrista: preferiscono che venga meno per sfinimento. E il governo cubano li ha accusati di "provocare un genocidio". Gran parte degli osservatori afferma infatti che Cuba disporrebbe di meno di due mesi di petrolio importato - c'è chi parla di non più di 20 giorni - col rischio, perciò, di entrare in una gravissima crisi umanitaria. In un paese con un'economia in recessione da tempo, sono sempre più frequenti i tagli di elettricità per mancanza di combustibile che durano diverse ore al giorno. E nelle attuali condizioni commerciali, la situazione è destinata solo a peggiorare. Trump è quindi convinto che il cambiamento che si sta dando in Venezuela porterà alla caduta del regime castrista a Cuba. Per quanto il chavismo continui a governare in Venezuela e a sottolineare, almeno formalmente, la sovranità delle proprie decisioni.
Come appunto l'approvazione della riforma della legge sugli idrocarburi da parte del parlamento venezolano, che ha per obiettivo quello di attrarre capitali stranieri che consentano di risollevare la produzione petrolifera, crollata durante la pandemia e ora attestatasi attorno a un milione di barili al giorno. La riforma ruota attorno a tre elementi. Il primo riguarda l'apertura al settore privato nazionale e internazionale nell'esplorazione, sfruttamento, produzione e commercializzazione del grezzo. Il secondo elemento sta nella riduzione delle imposte e della percentuale del valore del petrolio da pagarsi allo Stato. Infine, vengono incorporati meccanismi di arbitraggio internazionale per risolvere le controversie fuori dei tribunali venezolani. I giacimenti petroliferi continuano comunque a essere di proprietà della Repubblica Bolivariana.