03/24/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/24/2026 07:23
Il 24 marzo 1976 una giunta militare prese il potere in Argentina con un colpo di stato. Non era la prima volta che nel paese si verificava una sospensione della democrazia. Ma quello che accadde fra il 1976 e il 1983 non aveva precedenti e raggiunse punte di sospensione dei diritti mai viste prima. La repressione crebbe, con lo scopo di mantenere il potere, eliminando tutte le persone e le realtà che venissero percepite come ostili.
In un clima di crescente violenza, Amnesty International inviò una delegazione in Argentina già nel novembre 1976 per raccogliere informazioni dirette sulle violazioni dei diritti umani e sulle sparizioni e incontrare le autorità.
Il Segretariato Internazionale di Amnesty International seguiva da tempo la situazione in Argentina e, poco prima che la missione fosse definita, aveva già promosso una campagna internazionale per esercitare pressioni sulla giunta militare.
Attraverso questa campagna il governo argentino aveva ricevuto migliaia di lettere da diversi paesi che chiedevano il rilascio delle persone imprigionate per motivi politici e la cessazione delle violazioni dei diritti umani.
FOTO? Delegazione inviata da Amnesty International (novembre 1976):
La missione aveva l'obiettivo di affrontare con le autorità le seguenti questioni:
La delegazione non riuscì a incontrare il presidente de facto Jorge Rafael Videla ma riuscì a parlare con alti funzionari del governo militare. Si svolse nell'arco di nove giorni in un clima di grande difficoltà. Fin dall'inizio, le persone delegate dovettero affrontare molestie e sorveglianza da parte di sospetti agenti di sicurezza: personale armato che li scortava in modo permanente, interferiva con la loro agenda e cercava di intimidire sia loro sia i potenziali testimoni. Furono seguite e interrogate da almeno 20 poliziotti in borghese, i quali arrivarono ad arrestare alcune persone che avevano tentato di incontrarle.
Il rapporto risultante è organizzato in sezioni che analizzano, tra gli altri punti, i cambiamenti legislativi e il funzionamento dell'apparato legale, le denunce di tortura e sparizioni, le condizioni di detenzione e il trattamento dei rifugiati stranieri. Inoltre, include un ampio elenco di persone scomparse tra marzo e dicembre 1976, insieme ad appendici dedicate a questioni specifiche, che oggi continuano a essere consultate durante i processi aperti alla ricerca di verità, giustizia e riparazione.
Le autorità si rifiutarono di rivelare l'identità o il numero di prigionieri politici per motivi di "sicurezza", e perché si trattava di "segreto militare". Amnesty International aveva stimato, a gennaio 1977, tra 5000 e 6000 prigionieri per ragioni politiche; almeno due terzi erano imprigionati senza accuse, detenuti a tempo indeterminato "a disposizione dell'esecutivo". Venivano riportati i dati sulla popolazione carceraria (ad esempio, Villa Devoto 2830 persone) e denunciata l'incongruenza tra la "capacità ufficiale" e le testimonianze sul sovraffollamento.
Amnesty International aveva già raccolto diverse stime del numero di persone scomparse in quell'anno. Pur non essendo omogenee, la cifra più ricorrente era di circa 15.000.
Il rapporto descrive un modello ripetuto: rapimenti notturni da parte di uomini che si presentavano come forze di sicurezza e poi impossibilità di ottenere informazioni quando nelle stazioni di polizia e nelle caserme si presentavano persone a chiedere informazioni o a presentare l'habeas corpus.
Habeas corpus: nell'ultima settimana di maggio 1976 furono presentate 200 ricorsi di habeas corpus nei tribunali federali di Buenos Aires; inoltre, tra la fine di maggio e l'inizio di agosto, arrivavano una media di 10 lamentele "non ufficiali" al giorno.
Il rapporto include un elenco dei centri di detenzione non ufficiali "frequentemente citati" (ad esempio a Córdoba: Campo de la Rivera / Campo de la Perla, tra gli altri).
Fonti ufficiali avrebbero confermato che tra il 17 maggio e il 12 agosto 1976 furono messi a morte 17 prigionieri e in tutti i casi fu utilizzata la spiegazione della "Legge della Fuga", che consisteva nel simulare (o provocare) un "tentativo di fuga" da parte di una persona detenuta - ad esempio durante un trasferimento - per giustificarne l'uccisione nel presunto tentativo di fermarla.
Il rapporto cita testimonianze di torture ed esecuzioni sommarie (incluse descrizioni di supplizi prolungati).
Il rapporto sosteneva che la legislazione successiva al colpo di stato aveva eroso le libertà e che, in pratica, un cittadino poteva essere arrestato o rapito, tenuto in isolamento, torturato e persino ucciso "senza garanzie legali".