03/10/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/10/2026 08:09
"Do il mio pieno sostegno al governo e al suo leader. Non esiste sinistra né destra: non sono mai stato così orgoglioso di essere israeliano", diceva qualche giorno fa Naftali Bennett riguardo all'attacco all'Iran. Pochi mesi fa aveva registrato il suo nuovo partito di destra col nome provvisorio di "Bennett 2026".
È lui l'unico leader della frammentata opposizione che alle elezioni d'autunno potrebbe insidiare Bibi Netanyahu. Le sue entusiastiche dichiarazioni a favore dell'avversario non lo aiuteranno nell'impresa. Ma neanche Bennett né gli altri oppositori possono ignorare ciò che sente Israele: tre giorni fa l'Istituto di studi sulla sicurezza, l'Inss, ha pubblicato un sondaggio nel quale l'80,5% degli israeliani è a favore della guerra; fra questi, il 63% è convinto che la campagna debba continuare fino alla caduta del regime. In un altro sondaggio dell'Israel Democracy Institute i sostenitori raggiungono il 93%.
È difficile ignorare queste percentuali rivelate da istituzioni autorevoli e storicamente tendenti verso il centro-sinistra. In questo clima di schiacciante superiorità militare, d'imbattibilità dal Sud del Libano ai cieli dell'Iran, viene data poca importanza all'ammonimento della banca centrale sull'inflazione, la carenza di manodopera e la fuga all'estero di cervelli del settore tecnologico.
Quando il paese è in guerra - un'eventualità ricorrente - gli israeliani si stringono a governo e forze armate. Ma questo è quasi un plebiscito. A Washington la stampa è sempre più critica; il Partito Democratico chiede che sia il Congresso a giudicare se l'attacco all'Iran sia giusto o sbagliato; e già fra i sostenitori di Maga crescono i dubbi. Un giorno si e uno no Donald Trump fa capire che una repubblica islamica rinnovata in una leadership più moderata, potrebbe bastare per fermare la guerra.
Ma a Gerusalemme l'opinione pubblica sta spianando a Netanyahu la strada per un'altra vittoria elettorale e una permanenza a vita alla guida d'Israele. Quella che per ora sembra una vittoria sull'Iran, per il premier è la grande opportunità per riscrivere la narrazione del fallimento del 7 ottobre 2023. Diversamente dall'attacco all'Iran, così è percepita l'aggressione di Hamas dagli israeliani: morirono 800 civili; anziché essere stato sradicato da Gaza come Netanyahu aveva promesso, il movimento islamico palestinese è ancora armato e continua a controllare la striscia. Ma nessuno ora chiede che una commissione d'inchiesta giudichi le responsabilità del premier.
Qualche ministro del Likud, il suo partito, ha già previsto che Netanyahu potrebbe anticipare a giugno le elezioni di autunno per cavalcare l'onda dello straordinario consenso. La tradizione di unirsi attorno alla bandiera nei momenti di pericolo non basta per spiegare l'inusuale compattezza dell'opinione pubblica israeliana. Come per Netanyahu, probabilmente anche per quest'ultima l'attacco all'Iran è una specie di guerra di redenzione dalla tragedia del 7 Ottobre.
La dicotomia fra perplessità americane ed entusiasmi israeliani potrebbe tuttavia avere un costo. Se fra tre giorni o quattro settimane (Trump è piuttosto elastico e contraddittorio nelle sue quotidiane dichiarazioni) gli Stati Uniti si accontentassero di un compromesso col regine iraniano, Netanyahu continuerebbe a proclamare la caduta del regime? E anche dopo la guerra in Iran, quando Netanyahu avrà rivinto le elezioni e insisterà sull'annessione della Cisgiordania palestinese, come reagirà Donald Trump? Come scrive la rivista "Foreign Affairs", in Israele "una serie di apparenti successi militari non riesce a produrre una sicurezza duratura. Ogni vittoria ne richiede un'altra".