ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

01/23/2026 | Press release | Distributed by Public on 01/23/2026 06:00

Raid a Caracas: quale impatto sul mercato del petrolio

Il 2026 è cominciato parlando di geopolitica del petrolio. Il 3 gennaio, in "un'operazione speciale" di quattro ore, forze americane hanno prelevato il Presidente del Venezuela Nicolás Maduro e sua moglie e li hanno trasferiti a New York per essere processati.

Pur considerando le differenze è impossibile non fare una comparazione, imbarazzante per il Cremlino, fra la velocità e l'efficacità "dell'operazione speciale" americana e la lentezza e la scarsa efficacità "dell'operazione speciale" russa iniziata nel febbraio 2022. Nel caso russo dopo quasi quattro anni di guerra e più di un milione di perdite (fra morti e feriti), il presidente Zelenski è ancora al suo posto e il Cremlino ha conquistato solo qualche percentuale del territorio ucraino.

Però puo' essere anche utile fare una comparazione fra l'operazione speciale in Venezuela e gli interventi più importanti degli Stati Uniti nel nostro millennio: l'invasione dell'Afganistan nel 2001, la seconda guerra in Iraq nel 2003 e l'intervento in Libia nel 2011.

I tre interventi sopracitati erano stati giustificati da un obbiettivo di "esportazione di democrazia" o di supposta presenza, nel caso dell'Iraq, di armi di distruzione di massa. Al contrario, l'operazione speciale in Venezuela è stata indicata, senza ipocrisie, come un'operazione per controllare le enormi risorse petrolifere del paese e asserire il controllo americano sulla regione.

In effetti, il Venezuela con circa 300 miliardi di barili di petrolio detiene il 17% delle riserve petrolifere globali. Donald Trump, nel suo discorso pronunciato poche ore dopo l'operazione, ha indicato che gli Stati Uniti: "investiranno miliardi di dollari per riabilitare le infrastrutture venezuelane e iniziare a fare soldi per il paese". Il giorno seguente Chris Wright, il Segretario all'Energia, aveva indicato che gli Stati Uniti venderanno il petrolio prodotto in Venezuela per un tempo indefinito.

Si tratta della messa in pratica di quella che viene indicata come "dottrina Donroe", implementata da Donald Trump e basata non su legalità e diritto internazionale, ma sull'esercizio della forza per il controllo di risorse e territori nell'emisfero occidentale. A riprova si può ricordare che, letteralmente ore, dopo il raid venezuelano, Trump ha minacciato: Colombia, Cuba, Groenlandia e Messico.

Ma il petrolio venezuelano è commercialmente sfruttabile?

Con i suoi 300 miliardi di barili, il Venezuela detiene le maggiori riserve di petrolio al mondo e potrebbe quindi apparire come un Eldorado dell'oro nero.

In realtà, il petrolio venezuelano è un greggio talmente pesante e viscoso da assomigliare più al catrame che a un liquido. Per il trasporto deve essere mescolato con petroli leggeri per permetterne lo scorrimento. Inoltre, il greggio è ricco di zolfo che deve essere rimosso con costi aggiuntivi nel processo di raffinazione. La qualità del greggio venezuelano è talmente bassa da aver guadagnato il soprannome vernacolare, di "excremento del diablo".

Si può aggiungere che durante quasi trent'anni di regime, di Chávez e poi di Maduro, la produzione venezuelana è collassata da 3,4 milioni di barili al giorno nel 1998 al milione scarso del 2025. Una quantità che corrisponde a meno dell'uno percento della produzione mondiale di greggio. Le enormi risorse del paese non si traducono, quindi, in una produzione rilevante su scala globale.

Dopo la nazionalizzazione decisa dal presidente Chavez nel 2007, il settore petrolifero è stato devastato da cattiva gestione, scarsi investimenti, corruzione e da una fuga di cervelli, con migliaia di ingegneri e geologi che hanno abbandonato il paese.

Il ripristino della produzione richiederebbe quindi tempi lunghi e investimenti massicci. Jorge León, Senior Vicepresidente di Rystad Energy, ha indicato al Financial Times che raddoppiare la produzione venezuelana entro il 2030 richiederebbe circa 115 miliardi di dollari di investimenti. Una cifra che, per comparazione, rappresenta il triplo degli investimenti delle due major americane ExxonMobil e Chevron nel 2024.

Il 9 gennaio, Donald Trump ha incontrato dirigenti di importanti compagnie petrolifere, per discutere il rilancio della produzione venezuelana richiedendo investimenti per 100 miliardi di dollari. C'è da chiedersi però se le società petrolifere americane siano disposte a distogliere i loro investimenti da aree meno rischiose per investirle in Venezuela. Il CEO di ExxonMobil Darren Woods ha definito il paese latino-americano 'non investibile', posizione che Trump ha criticato minacciando di escludere la società dagli investimenti in Venezuela.

In realtà, società petrolifere che volessero investire in Venezuela sarebbero confrontate con un'infrastruttura fatiscente e obsoleta, un petrolio di pessima qualità, un regime fiscale sfavorevole, corruzione, un quadro legislativo poco chiaro e la mancanza di personale specializzato. Un aumento della produzione sarebbe quindi costoso, rischioso e logisticamente complesso. A ciò si aggiunge che sono attualmente disponibili per gli investitori prospects petroliferi più promettenti, a costi più bassi, e gravati da meno rischi come nella vicina Guyana, con costi di produzione sotto i 10 dollari al barile.

Ma il mercato e gli Stati Uniti hanno bisogno del petrolio venezuelano?

Per l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) la domanda globale di petrolio aumenterà di 700.000 barili al giorno nel 2026, cioè un incremento di meno dell'0,7% della produzione attuale. Questo in una situazione dove il mercato è ben approvvigionato con un surplus di offerta di 4 milioni di barili al giorno. In conseguenza del 4 gennaio 2026, nell'ultima riunione dell'OPEC+, i paesi membri hanno infatti deciso di non aumentare le quote di produzione, per difendere i prezzi del greggio.

Naturalmente, una situazione di relativa abbondanza e di prezzi petroliferi moderati sarebbe scompaginata da tensioni geopolitiche, ad esempio negli stretti di Hormuz attraverso i quali transita quasi il 20% della produzione mondiale di petrolio. Un blocco dei flussi negli stretti farebbe schizzare verso l'alto, i prezzi del greggio.

In una prospettiva di medio termine, l'IEA e altre organizzazioni prospettano il raggiungimento del picco della domanda di petrolio all'orizzonte 2030. Dopo la fine del decennio, la domanda di petrolio si avvierà verso un lento declino. Naturalmente il petrolio non scomparirà dal nostro menù energetico e consistenti forniture di greggio saranno ancora richieste, ma le compagnie petrolifere e i petrostati opereranno in un mercato che si ridurrà di anno in anno.

Il driver maggiore di questa riduzione sarà l'elettrificazione dei trasporti stradali. La metà delle auto immatricolate in Cina nel 2024 sono state elettriche. DNV nel suo Global Energy Outlook stima che nel 2035 la metà delle nuove immatricolazioni su scala globale sarà composta da auto elettriche. Il petrolio rimarrà nel nostro mix energetico, ma il suo contributo e la sua valenza politica saranno destinati a diminuire.

Una giustificazione addotta per l'intervento in Venezuela è che le raffinerie americane siano costruite per greggi pesanti come quello venezuelano, e che abbiano difficoltà a raffinare petroli più leggeri. Tuttavia, gli Stati Uniti si approvvigionano già in greggio pesante dal Canada, che produce anch'esso questo tipo di petrolio. Inoltre, tecnicamente è possibile modificare le raffinerie americane per permettere la raffinazione di greggi più leggeri, come quelli prodotto domesticamente. Non si può pensare che l'operazione speciale in Venezuela sia stata fatta per evitare una modifica alle raffinerie statunitensi.

Infine, si può ricordare che l'autosufficienza petrolifera americana è stata raggiunta grazie alla shale oil revolution che ha permesso, in poco più di un decennio, di raddoppiare la produzione statunitense di greggio. La produzione di shale oil americano ha breakeven costs compresi fra 40 e 60 dollari e non si capisce perché le compagnie americane dovrebbero andare a produrre un greggio di qualità scarsa in un paese ad alto rischio politico per fare concorrenza al proprio shale oil nazionale.

Conclusioni

Come indicato da Gramsci: "La storia è una grande maestra, ma purtroppo ha pochi allievi".

Per il momento, l'operazione speciale a Caracas è coperta da un'aura di successo, i prossimi mesi ci diranno i suoi effetti a medio e lungo termine. Guardando indietro, si può però rimarcare l'esito non eclatante degli interventi americani di questo millennio.

L'intervento in Afganistan del 2001 si è concluso disastrosamente nel 2021, dopo aver perso un conflitto definito dal premio Nobel per l'economia Stigliz "la guerra da due trilioni di dollari". La seconda guerra in Iraq nel 2003, conclusasi con l'affermazione di George Bush "mission accomplished", pur portando alla deposizione di Sadam Hussein aveva lasciato il paese nel caos. Per concludere, l'intervento in Libia nel 2011, che Obama aveva riconosciuto come il peggiore errore della sua presidenza, ha lasciato un paese diviso e la cui produzione di idrocarburi è collassata.

L'operazione speciale in Venezuela non è solo la fine della dittatura di Maduro, ma l'inizio di una fase di transizione che potrebbe essere caotica e turbolenta. Inoltre, anche qualora il paese non dovesse precipitare nel caos e ci fosse un passaggio di poteri ordinato alla Vicepresidente Rodríguez, il ripristino della produzione petrolifera sarà lento, complesso e costoso.

Solo un'ottica immobiliarista come quella di Trump poteva concepire di rilanciare la produzione venezuelana in tempi brevi. All'inizio degli anni Trenta, l'Empire State Building venne costruito in tredici mesi, ma aumentare la produzione di petrolio in Venezuela sarà più lungo, più costoso e più complicato.

Detto questo, il controllo della produzione e del regime venezuelano darà agli Stati Uniti una serie di vantaggi geopolitici. Il Venezuela è membro dell'OPEC e il controllo della sua produzione darà de facto, agli Stati Uniti un'entratura nell'influente Organizzazione.

Allo stesso tempo, il controllo del petrolio venezuelano impedirebbe il suo export verso Cuba, indebolendo un "nemico" degli Stati Uniti nell'area. Infine, l'instaurazione di un "regime amico" a Caracas aumenta il controllo degli Stati Uniti nella regione, mutilando l'influenza geopolitica di Russia e Cina.

ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale published this content on January 23, 2026, and is solely responsible for the information contained herein. Distributed via Public Technologies (PUBT), unedited and unaltered, on January 23, 2026 at 12:00 UTC. If you believe the information included in the content is inaccurate or outdated and requires editing or removal, please contact us at [email protected]