01/30/2026 | News release | Distributed by Public on 01/30/2026 04:45
[Link]Il nuovo numero di Spirito Artigiano nasce da una domanda semplice e radicale: che cosa significa fare innovazione oggi senza perdere il senso del lavoro e dell'umano? In un tempo in cui la tecnologia sembra imporsi come destino, questo numero prova a ribaltare la prospettiva, mostrando come l'artigianato non sia un residuo del passato, ma uno dei luoghi più avanzati in cui il futuro prende forma.
Questo numero di Spirito Artigiano tiene insieme teoria, dati, visioni e storie per affermare un'idea chiara: la tecnologia non è un destino, ma un campo di scelta. L'artigianato, quando è consapevole, cognitivo e aperto, non subisce il futuro: lo costruisce, restituendo al lavoro la sua funzione più profonda, quella di produrre senso oltre che valore economico.
Il punto di partenza è nel contributo del sociologo Mauro Magatti, Artigianato e tecnodiversità . Verso una nuova intelligenza del fare, che offre la cornice teorica dell'intero numero. Riprendendo il pensiero del filosofo Yuk Hui, Magatti introduce i concetti di cosmotecnica e tecnodiversità: la tecnologia non è neutra né universale, ma sempre inscritta in una visione del mondo, in valori morali e culturali. Contro l'idea di un'unica traiettoria tecnologica obbligata, l'artigianato emerge come spazio in cui la tecnica viene scelta, adattata, manipolata. Non difesa nostalgica del passato, ma capacità attiva di trasformare il digitale, l'automazione e persino l'intelligenza artificiale in strumenti coerenti con un modo umano di abitare il lavoro. È qui che Magatti introduce l'idea di "artigiania", come competenza trasformativa che fonda il successo del made in Italy e apre una via credibile alla tecnodiversità nel XXI secolo.
A questa riflessione fa eco Stefano Micelli (Università Ca' Foscari di Venezia) che parte da un'immagine potente: l'installazione Ancient Future presentata alla Biennale del 2025. Travi intagliate a mano da artigiani butanesi e travi lavorate da un braccio robotico convivono senza gerarchie, suggerendo non una contrapposizione, ma una possibile alleanza. Micelli allarga lo sguardo e distingue tra l'economia delle "app", concentrata, scalabile e socialmente divisiva, e l'economia delle "applicazioni", quella delle arti applicate, della manifattura, del design, in cui il lavoro non serve solo a crescere, ma a tenere insieme società, cultura e futuro. In questa prospettiva, il lavoro artigiano diventa un antidoto concreto alla solitudine e alla fragilità prodotte da modelli tecnologici e finanziari disumanizzanti.
Il tono cambia, ma non la sostanza, nell'analisi di Marco Grazioli, presidente di The European House - Ambrosetti. Qui il discorso si fa manifesto civile e generazionale. Grazioli invita a riscoprire una forma di "strafottenza" che non è arroganza, ma libertà: la capacità di non chiedere permesso, di non delegare ad altri la definizione del proprio valore. In un Paese fatto di indipendenti, l'artigianato appare come una palestra di autonomia e responsabilità, dove la competizione ha senso solo se accompagnata da cooperazione e capitale sociale. Le metafore dello "sfrido", del "pascolare i gatti", dello "sciogliere i nodi" raccontano un'intelligenza pratica che nessun algoritmo può sostituire. È qui che Grazioli formula la sua equazione chiave: innovazione come prodotto moltiplicativo di capitale sociale, libertà e investimenti. Se uno di questi fattori manca, il futuro si annulla.
Il dialogo con la tecnologia entra nel vivo nell'intervista di Federico Di Bisceglie a Fabio Bassan giurista esperto di alte tecnologie, il quale sostiene che il problema dell'artigianato non sia l'intelligenza artificiale in sé, ma l'uso ancora troppo passivo che se ne fa. L'AI può diventare una leva straordinaria di competitività, a patto di essere accompagnata da formazione, piattaforme condivise e da un ruolo attivo delle associazioni di categoria. L'incontro tra intelligenza artigiana e intelligenza artificiale non snatura il lavoro, ma lo rafforza, rendendolo più attrattivo anche per i giovani. In un confronto globale tra modelli americano, cinese ed europeo, Bassan individua proprio nella raffinatezza e nella sostenibilità la possibile forza competitiva dell'Italia.
La riflessione sul senso del lavoro la approfondisce Paolo Manfredi, consulente per la Trasformazione digitale di Confartigianato. Partendo dalla storia di un manager americano che lascia il lavoro corporate per riparare macchine da scrivere, Manfredi legge nell'artigianato una risposta avanzata alla smaterializzazione e alla sostituibilità del lavoro. In una società longeva, fatta di più vite professionali, il fare manuale non è regressione ma prospettiva: un lavoro non delocalizzabile, non comprimibile, capace di accogliere l'imperfezione come valore. Non più lusso per pochi, ma modello economico e sociale capace di dissetare, non di lasciare assetati.
A dare concretezza a questo quadro arrivano i dati e le analisi di Enrico Quintavalle, responsabile dell'Ufficio studi di Confartigianato, che mostrano come l'artigianato sia già oggi un attore chiave dell'innovazione. Nell'ultimo miglio della tecnologia - quello dell'installazione, dell'adattamento, della personalizzazione - operano 169 mila imprese artigiane, con 400 mila addetti, che rendono applicabili le tecnologie della twin transition, digitale e ambientale. Robot e intelligenza artificiale si stanno diffondendo rapidamente anche nelle piccole imprese, ma resta critica la carenza di competenze avanzate. È qui che l'artigianato si rivela fattore strutturale dell'innovazione: senza queste imprese, la tecnologia resterebbe incompleta.
Su questa stessa linea si inserisce il contributo di Giovanni Boccia, direttore della Fondazione Germozzi, che parte da una provocazione di Jensen Huang, CEO di Nvidia: i nuovi protagonisti dell'era dell'AI potrebbero essere idraulici, falegnami, elettricisti. Perché l'intelligenza artificiale vive in infrastrutture fisiche, energivore, che richiedono competenze manuali evolute. Qui il "valore artigiano" non è alternativa alla tecnologia, ma sua condizione di possibilità. È la prova che non tutta l'innovazione passa da una tastiera.
Le storie raccontate dalla redazione di Spirito Artigiano rendono tutto questo visibile. Ortholabsport, laboratorio di ortopedia sportiva a Milano, mostra come la tecno-diversità prenda forma nell'intreccio tra scansioni digitali, stampa 3D, analisi biomeccaniche e rifiniture manuali. Ogni dispositivo è una soluzione unica, costruita sull'ascolto del corpo e del feedback del paziente. La tecnologia non sostituisce il gesto, lo prepara; il digitale non cancella la relazione, la approfondisce.
Allo stesso modo, Berto Salotti, a Meda, racconta un artigianato che sceglie la tecnologia senza perdere l'anima. Dall'uso consapevole delle macchine all'intelligenza artificiale come "braccio del pensiero", fino alla fabbrica del racconto e ai progetti di co-creazione, l'impresa dimostra che innovare significa saper decidere come, quando e perché usare gli strumenti. La nuova casa del design diventa così architettura di una visione: trasparente, aperta, condivisa.
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