Consiglio Regionale del Veneto

04/08/2026 | Press release | Distributed by Public on 04/08/2026 08:24

Presentato in Consiglio Veneto il libro “Il futuro ad alta quota” di Andrea Ferrazzi Rocco (Riformisti Veneti in Azione): “Nuova visione per territori che non possono essere[...]

(Arv) Venezia, 8 aprile 2026

Il consigliere regionale Nicolò Maria Rocco (Riformisti Veneti in Azione) ha presentato questa mattina a Venezia, nella sala stampa "Oriana Fallaci" di palazzo Ferro Fini, sede dell'assemblea legislativa veneta, il libro di Andrea Ferrazzi, direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti, "Il futuro ad alta quota. Montagne, aree interne e periferie. La rivincita dei luoghi che vogliono contare" (Rubbettino Editore); presente, con l'autore, anche Giancarlo Corò, docente dell'Università Ca' Foscari di Venezia. Il volume intende presentare una proposta di rilancio della provincia bellunese intesa come territorio competitivo all'insegna dell'innovazione e dell'attrattività per i giovani.

"Come può essere definita oggi una periferia - ha sottolineato il consigliere Rocco nell'introdurre e nell'illustrare in maniera sintetica i temi portanti del volume - in un contesto geopolitico in cui non solo le nostre montagne e le nostre aree interne, ma tutto il nostro continente rischia di diventare periferico? E cosa possono fare le istituzioni, cosa può fare la politica, per fornire risposte concrete a queste sfide? Quali sono le scelte politiche da fare per le terre alte in generale e per la specificità veneta in particolare, nel contesto ancor più specifico del post Olimpiadi invernali, per analizzarne il ritorno non solo dal punto di vista economico, ma in generale da quello più ampio di quella che viene chiamata 'legacy'? Nel corso del lavoro svolto in seno al Consiglio regionale, durante la recente approvazione della manovra di bilancio, vi sono stati momenti di condivisione su vari aspetti economici, finanziari, del lavoro e della formazione, per offrire una visione a territori che non possono essere condannati a rimanere fragili, destinati a trasformarsi in un "parco giochi" per soli turisti: si tratta, in realtà, di luoghi dinamici, nei quali si avvertono da un lato la nostalgia, e dall'altro fiducia".

"Un'area periferica non è necessariamente un'area depressa: Belluno, ad esempio, è periferica, ma non depressa - ha ricordato l'autore del libro - perché stiamo parlando di una delle province più industrializzate d'Italia, con un dato di Pil tra i più elevati, come l'indice relativo alla qualità della vita, con un tasso di disoccupazione che rimane entro limiti che potremmo definire 'fisiologici'. Questo testo s'inserisce nel quadro più ampio offerto dal libro Giancarlo Corò e Giulio Buciuni dedicato alle "Periferie competitive: lo sviluppo dei territori nell'economia della conoscenza", quelle periferie competitive che consentono di analizzare una tendenza globale, quella che consente di osservare una polarizzazione basata sullo sviluppo di aree urbane che diventano centro (in Italia: Milano, Bologna, la via Emilia) dinanzi alle quali tutto il resto rischia di essere periferico. Dal punto di vista industriale, in queste periferie persiste, ad esempio, una produzione manifatturiera le ulteriori fasi di lavorazione, quelle a più alto valore aggiunto, si spostano verso i grandi centri. Le periferie sono rappresentate dalle aree montane, ma non solo. Quando si parla di montagna di parla della sua specificità, ma la montagna non è un'isola economica e sociale: servono politiche sensibili ai luoghi, dal punto di vista della "cura", ma la "diagnosi" prevede che i luoghi siano inseriti in un contesto più ampio. Le politiche devono essere precedute da una visione e vanno abbandonate le narrazioni di comodo: la montagna come parco giochi di un'economia fondata sul turismo, oppure basata su un capitalismo romantico inserito in un contesto in cui la montagna viene considerata sacra, nella quale ad esempio l'acqua non si può usare nemmeno per produrre energia pulita. Queste visioni, queste narrazioni, spesso condizionano le decisioni politiche: serve, quindi, una nuova narrazione e nuova visione della montagna cui devono seguire nuove politiche. Tutte le montagne hanno luoghi caratteristici comuni, ma ciascuna ha le proprie specificità: pensando allo spopolamento, il fattore economico non è l'unico elemento che spinge i giovani ad allontanarsi da una zona come Belluno, dove invece il lavoro c'è; fino ai primi anni duemila, le persone lavoravano in fabbrica e il lavoro era fonte di riconoscimento sociale; nel corso del tempo, certi tipi di lavori, come quelli legati all'artigianato e alla cura, hanno perso questa fonte di riconoscimento; la prospettiva di futuro è quella offerta da luoghi diversi rispetto a quelli d'origine. In questo quadro, la sfida olimpica inizia adesso, dopo la grande visibilità ricevuta dalle nostre montagne: il territorio deve essere attrattivo per i turisti, ma anche per nuovi residenti, se vogliamo affrontare il tema dello spopolamento, che è il vero problema dei nostri territori. Se non riusciamo ad attrarre persone, non riusciamo a tenere in vita i servizi minimi di base. Quindi la parola chiave è attrattività a 360 gradi: il turismo è un modo per presentare un territorio, ma non solo attraverso gli stereotipi turistici, bensì anche per chi vuole vivere nella modernità, tenendo in considerazione l'aspetto che la partita è unica, ovvero va reso attrattivo qualsiasi tipo di territorio, alla luce di un fattore spesso sottovalutato, quello dei cambiamenti climatici. Pubblico e privato saranno decisivi per il futuro di sviluppo dei territori, non pubblico contro privato: il Novecento, in questo senso, è ampiamente finito".

"Speranza e fiducia sono parole importanti nel libro di Ferrazzi: siamo cresciuti in una fase post-fordista - ha sottolineato Corò, professore ordinario di economia applicata - che ha creato prosperità in aree, come quella analizzata dall'autore, non interessate dalle prime fasi di industrializzazione del paese: quell'epoca sta finendo, se non è già finita, e pensare che Veneto e Nordest possano contare sull'inerzia di un modello è pericoloso. Il fenomeno è ben descritto nel testo di Charles Sabel, The Second Industrial Divide, mirato sul post-fordismo e sull'importanza del superamento di quel modello di sviluppo, ma orami siamo prossimi al terzo "Industrial Divide", quello che va verso un'economia basata su fattori intangibili, e questo spiega perché ci si sta dirigendo verso i centri urbani: la conoscenza ha bisogno di reti articolate e di scambi personali; in particolare, nelle fasi fluide dell'innovazione, servono questi contatti, in un contesto di fiducia, termine che quindi torna e che nel libro si ritrova. Qualsiasi prodotto complesso richiede una molteplicità di discipline e di conoscenze che è necessario far cooperare, e bisogna interrogarsi sul ruolo del processo di sviluppo precedente, quello che ha interessato il territorio affrontato dal libro: come uscire dal cono d'ombra nel quale l'economia dei fattori intangibili rischia di ributtare intere aree? Il rischio è visibile negli Stati Uniti, il paese protagonista dell'innovazione, in cui una città come Detroit, fino agli anni '90 capitale dell'automobile, versa in condizioni disastrate, una città apocalittica a causa di un processo d'innovazione non governato. E il libro di Ferrazzi dà una speranza: la possibilità di una modernità industriale di aree periferiche per le quali servono trasformazioni. I giovani se vanno perché si muovono verso aree che valorizzano le proprie conoscenze: la difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro, tipica di questo periodo, è il segnale che l'economia sta cambiando. Ma le uscite non hanno raggiunto un livello patologico: la sfida sta nell'attirare il capitale umano, attirare i talenti globali che si muovono nel mondo e che dobbiamo essere in grado di intercettare dando una prospettiva di crescita. I circuiti migratori qualificati devono essere inserti nel quadro dei processi produttivi e l'università può favorire l'intercettazione dei talenti globali. Nel mondo ci sono sette milioni di giovani universitari che studiano in atenei diversi da quelli dei paesi d'origine: in Italia sono circa centomila, pochi, e spesso non si riesce a trattenere nemmeno quei pochi. La montagna, quella veneta in particolare, ha carte da giocare dal punto di vista della qualità potenziale della vita, anche per riequilibrare la convivenza con il turismo, il cui eccesso ha un effetto economico che, oltre una certa soglia, riduce la complessità del tessuto economico e industriale".

Presenti in sala anche i consiglieri regionali Alessandro Del Bianco, Silvia Calligaro, Paolo Galeano e Rossella Cendron, nonché Andrea De Bortoli, assessore del comune di Arsiè, che ha stimolato l'incontro, e il sindaco di Val di Zoldo, Camillo De Pellegrin.

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