02/04/2026 | Press release | Distributed by Public on 02/04/2026 07:23
"I colloqui sono finiti. Ma le trattative continuano. Vorrebbero fare qualcosa e vedremo se qualcosa verrà fatto […] Avevano avuto la possibilità di agire tempo fa, ma non ha funzionato. Poi abbiamo lanciato 'Midnight Hammer': non credo vogliano che accada di nuovo". Il presidente USA Donald Trump conferma la doppia strategia statunitense fatta di minacce e rilancio dei negoziati con l'Iran, ricordando l'attacco di giugno 2025. Al momento la situazione sembra in standby. Martedì, un drone Shahed-139, di produzione iraniana, è stato abbattuto da un jet F-35 statunitense mentre si approcciava alla portaerei USS Abraham Lincoln, che da giorni staziona nel Mar Arabico ad alcune centinaia di chilometri dalle coste iraniane. I negoziati potrebbero tenersi venerdì, sebbene non sia chiaro dove: alcune fonti diplomatiche sostengono possano avvenire a Mascate, in Oman, e non in Turchia, come inizialmente previsto. Dal canto suo, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha detto di aver incaricato il ministro degli Esteri di "perseguire negoziati equi e giusti, guidati dai principi di dignità, prudenza e opportunità". Internamente al regime, infine, crescono le voci del dissenso: diversi ex presidenti, tra cui Hassan Rouhani, e politici riformisti invocano cambiamenti radicali per la teocrazia di Teheran.
Dopo le tensioni della scorsa settimana, quando Trump ha minacciato un attacco imminente schierando diverse navi nel Golfo Persico, Iran e USA potrebbero dare ora maggiore spazio alla diplomazia. Tuttavia, il ruolo della Turchia potrebbe essere soppiantato dall'Oman. Venerdì scorso Ankara aveva ospitato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi per un bilaterale con l'omologo turco Hakan Fidan nel tentativo di favorire una de-escalation. La Turchia è un luogo privilegiato per questo genere di negoziati, essendo sia un paese membro della NATO sia un paese confinante con l'Iran. Tuttavia, come riporta Reuters, Teheran ha richiesto che i negoziati siano spostati in Oman, dove anche l'anno scorso furono tenuti cinque round negoziali prima che Israele iniziasse ad attaccare l'Iran. Sembra, inoltre, che il regime voglia incentrare la discussione solo sul dossier del nucleare invece che su tutte le richieste USA, che includono anche il programma di missili balistici - uno dei più potenti della regione - e il sostegno alle milizie proxy nella regione (Hamas, Hezbollah, Houthi). Questa strategia lascia intendere che per Teheran un negoziato sul nucleare sia possibile, mentre l'arsenale di missili rimane una linea rossa. Secondo le fonti di Reuters, i negoziati dovrebbero tenersi tra Araghchi e l'inviato speciale USA Steve Witkoff, cui si aggiungerebbe il consigliere e genero di Trump, Jared Kushner.
E mentre si prova a rilanciare il dialogo, parallelamente continuano le azioni e reazioni a bassa intensità tra i due paesi. La cosiddetta "armada" di Trump si trova nel mare di fronte alle coste iraniane e negli ultimi giorni non sono mancati incidenti. "Un caccia F-35C decollato dalla USS Abraham Lincoln ha abbattuto un drone iraniano per autodifesa e per proteggere la portaerei e il personale a bordo", ha dichiarato martedì il capitano di vascello Tim Hawkins, portavoce del Comando Centrale delle forze armate statunitensi (CENTCOM). L'abbattimento, in cui non ci sono state vittime, non è stato commentato da Teheran, che dimostra comunque una certa prontezza all'azione militare. In un altro episodio distinto, sempre martedì, due imbarcazioni del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica hanno minacciato di abbordare una petroliera battente bandiera statunitense mentre navigava nello Stretto di Hormuz, che ogni giorno è attraversato da dozzine di navi che trasportano petrolio in tutto il mondo. Proprio i rischi per il commercio di idrocarburi che si sviluppa in questo piccolo pezzo di mare, su cui affacciano i più grandi produttori di petrolio della regione, la scorsa settimana avevano fatto aumentare il prezzo del greggio. Ed è anche per questo che molti paesi arabi spingono per la de-escalation.
"Dopo anni di repressione in continua escalation, questa è una catastrofe che sarà ricordata per decenni, se non per secoli". A parlare è Mir Hossein Mousavi, ultimo premier dell'Iran prima che la carica venisse abolita e candidato presidenziale contro Mahmud Ahmadinejad, che dal 2009 si trova agli arresti domiciliari. Un gruppo di oltre 400 tra attivisti ed ex politici ha rilanciato l'appello del leader del Movimento Verde che chiede un referendum costituzionale e una transizione pacifica e democratica. Un altro ex prominente politico riformista, Mostafa Tajzadeh, chiede riforme e una missione indipendente che avvii un'inchiesta sulle atrocità compiute dal regime contro i manifestanti. Anche due ex presidenti si sono espressi sulla necessità di riforme e condannando le migliaia di uccisioni dello scorso mese. Mohammad Khatami, presidente riformista tra il 1997 e il 2005, invoca un ritorno al repubblicanesimo che ponga giustizia e sviluppo al centro della politica interna ed estera. E poi Hassan Rouhani, presidente fino al 2021, che alcuni ritengono stia preparando un possibile ritorno sulla scena. La scorsa settimana, Rouhani ha riunito i suoi ex ministri e collaboratori per un discorso registrato, chiedendo "riforme importanti, non riforme minori", riconoscendo che gli iraniani hanno protestato per vari motivi negli ultimi quattro decenni, sottolineando come lo stato debba ascoltarli se vuole sopravvivere.
Il commento
Di Luigi Toninelli, ISPI MENA Centre
"La diplomazia è tornata in campo per scongiurare una nuova guerra in Medio Oriente. Tuttavia, i limiti di questa fase di dialogo appaiono evidenti. Le posizioni restano profondamente distanti: Washington chiede molto, ma Teheran è disposta a fare concessioni solo sul versante del nucleare militare - escludendo quello civile - e non intende aprire alcun negoziato né sui missili né sulla propria rete di alleanze. Finora, l'ipotesi di un attacco è stata evitata grazie a un'azione diplomatica multilivello. Doha ha favorito il contatto diretto tra le due parti; Mosca ha proposto di vigilare sull'arricchimento dell'uranio iraniano e offerto alla Casa Bianca di supervisionare i flussi delle esportazioni petrolifere; la Turchia, infine, spinge per un quadro negoziale più ampio, che includa anche gli equilibri regionali e il sostegno agli alleati di Teheran. Eppure, anche l'approccio stesso dei due attori rischia di rallentare i negoziati. Trump ha dimostrato di puntare a risultati immediati e massimalisti, mentre i negoziatori iraniani operano tradizionalmente secondo una logica opposta. Oltre alla diplomazia, a frenare l'opzione militare sembra essere stato anche il dilemma tattico che attraversa la Casa Bianca. Da un lato, è difficile credere che un attacco statunitense possa rinvigorire le proteste interne; dall'altro, appare altrettanto improbabile che colpire singole infrastrutture militari o membri degli apparati di sicurezza produca risultati concreti. Anche un'azione su larga scala presenterebbe enormi rischi e potrebbe trasformare l'Iran in un 'buco nero' nel cuore dell'Asia, destabilizzando l'intera regione. Ogni opzione, quindi, sembra avere più risvolti negativi che benefici, ma la strada del dialogo resta irta di ostacoli."