ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

03/04/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/05/2026 06:00

Sánchez sfida Trump? Perché la Spagna dice no alla guerra contro l’Iran

"La posizione del governo spagnolo si riassume in quattro parole: No alla guerra. No al fallimento del diritto internazionale. No ad assumere che il mondo possa risolvere i suoi problemi a base di conflitti. No a ripetere gli errori del passato": risponde così Pedro Sánchez a Donald Trump, che ieri ha minacciato di interrompere qualunque relazione commerciale con la Spagna, qualificata come un alleato "terribile", colpevole di avere negato agli Stati Uniti l'utilizzo delle basi americane sul territorio spagnolo per continuare la guerra in Medio Oriente. Perché se l'Unione europea non è riuscita neppure a nominare nei suoi comunicati i bombardamenti iniziati da Israele e Stati Uniti sull'Iran, il governo spagnolo ha scelto di smarcarsi dalla strategia trumpiana di ricostruzione di un nuovo ordine mondiale fondato sull'affermazione della forza. Ed è il riferimento a un'altra guerra, quella del Golfo del 2003, nelle parole di Sánchez, a fare della posizione del governo spagnolo quasi una sorta di riparazione all'adesione entusiasta con cui 23 anni fa, la Spagna guidata da José María Aznar entrò in guerra a fianco di George W. Bush e Tony Blair contro l'Iraq di Saddam Hussein.

Il governo spagnolo fin dal primo momento ha condannato la guerra iniziata in Medio Oriente dagli Stati Uniti e da Israele, ergendosi a difesa del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, perché, come sostiene Sánchez, si può ripudiare il regime iraniano e allo stesso tempo esigere la fine del conflitto. Lo ha fatto in quasi totale solitudine in Europa: solo i governi di Irlanda, Svezia, Slovenia e Danimarca hanno criticato l'intervento statunitense. La sua posizione si è distinta soprattutto da quella dei governi francese, tedesco e britannico, disponibili invece a collaborare con gli Stati Uniti per difendere i propri interessi nella regione. Ma Sánchez è andato oltre i proclami, negando appunto l'utilizzo agli aerei americani delle basi collocate nei comuni andalusi di Morón de la Frontera e di Rota, per azioni estranee all'accordo con gli Stati Uniti e alla Carta dell'Onu. Così, 15 aerei americani hanno dovuto abbandonare le basi sul territorio spagnolo, in direzione di quelle situate in altri paesi europei appartenenti alla Nato.

Un rischio assunto consapevolmente dal governo spagnolo, molto criticato perciò dal Partido Popular e da Vox, apprezzato invece dalle sinistre e in sintonia col sentimento maggioritario della popolazione. Una posizione che alla Moncloa considerano non solo corretta - quel saper stare dalla "parte giusta della Storia" di cui ha parlato qualche giorno fa l'attrice Susan Sarandon nel corso della gala cinematografica dei Premi Goya, riferendosi alla posizione spagnola su Gaza. Ma anche capace di attrarre la comunità internazionale come avvenne nel caso di Gaza, quando il riconoscimento dello Stato palestinese divenne corale in occasione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre del 2025. Così Sánchez, dopo il rifiuto di applicare il 5% di aumento alle spese Nato, la condanna del genocidio palestinese e la contrarietà all'intervento militare in Venezuela, si propone nuovamente come il riferimento europeo contro l'avanzare di un nuovo mondo ordinato sulla violenza e alieno alla legalità internazionale e al multilateralismo.

Non è chiaro in cosa potranno sostanziarsi le minacce di Trump, la politica commerciale è di competenza dell'Unione europea che si è già espressa nelle ultime ore a sostegno della Spagna. Lo scorso anno, la Spagna ha ridotto le esportazioni negli Stati Uniti dell'8% e aumentato le importazioni del 7%, ampliando quindi il suo deficit commerciale. In generale lo scambio commerciale della Spagna con gli Usa è piuttosto contenuto, già che poco più del 4% delle sue esportazioni si rivolge al mercato statunitense. Ci sono però alcuni settori più esposti di altri, come quello dell'olio di oliva, del vino, dei macchinari e del materiale elettrico. Il governo spagnolo ha già detto che, di fronte alle possibili conseguenze negative che possono derivare dal conflitto in Medio Oriente, proporrà una strategia di difesa del lavoro e del reddito delle famiglie. Sono tre le questioni che più preoccupano. La prima è un aumento dell'inflazione dovuto alla crescita del prezzo del petrolio e del gas, qualcosa che si è già vissuta quattro anni fa con l'inizio della guerra in Ucraina, che si riverserebbe sulle tasche dei consumatori, aumentando la percezione d'insicurezza economica. La seconda è che una crescita dell'inflazione in Europa spinga la Bce a tornare a una politica di stretta creditizia con l'aumento dei tassi d'interesse. Infine, il fatto che un possibile aumento dei prezzi faccia crescere l'indicatore di riferimento per i mutui casa.

Ci sono immagini che rimangono indelebilmente impresse nella memoria collettiva di un popolo. Come quella di Aznar e Bush con i piedi sul tavolo, in una pausa dei lavori del G8 in Canada, nel 2002, quando già si discuteva dell'attacco all'Iraq. O quella ancora più iconica che fece il giro del mondo, sollevando l'indignazione e le proteste contro la guerra, del trio Bush, Aznar e Blair sorridenti nelle Azzorre, nel 2003, qualche giorno prima dello scoppio della guerra nel Golfo Persico. Allora in Spagna e in tutto il mondo le piazze furono invase dal movimento pacifista che per ampiezza e forza di mobilitazione fu definito la "seconda potenza mondiale". Oggi il governo spagnolo si colloca sul lato opposto della guerra, minacciato perciò dal presidente americano. Perché, sostiene Sánchez, il governo spagnolo non vuole essere complice di qualcosa che è un male per il mondo e perciò "esige la cessazione delle ostilità", come membro dell'Unione europea e della Nato.

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