07/11/2026 | News release | Distributed by Public on 07/11/2026 02:21
Che sia per denuncia, per propaganda o per riportare fatti, le produzioni editoriali nelle carceri italiane hanno una storia lunga più di 150 anni. Poco dopo l'unificazione nazionale iniziano a circolare giornali e riviste che raccontano i penitenziari. Nel lasso di tempo tra ieri e oggi cambiano la forma, il contenuto, anche il punto di vista. Se le prime opere, risalenti al 1865, riportano una narrazione univoca - quella dell'Amministrazione, in particolare del Ministero dell'Interno, che allora gestiva le carceri -, col passare del tempo i prodotti editoriali degli istituti si aprono al contributo dei detenuti.
È del 1865 Effemeride carceraria, la "Rivista ufficiale delle carceri del Regno d'Italia", recita il sottotitolo. Il mensile, dato alle stampe in una tipografia di Firenze, era diretto dall'Ispettore centrale dei penitenziari italiani. Effemeride carceraria è figlio di un tempo in cui i detenuti erano considerati solo dei criminali da punire, al più da correggere. Nessuno spazio per le attività trattamentali; l'unica cosa da garantire era la sicurezza. E di riforma penitenziaria non se ne parlava, se non tacciandola di idealismo. Come non manca di fare lo stesso direttore del mensile, l'ispettore Napoleone Vazio, in un suo editoriale:
"Dice il proverbio, che l'ottimo è il maggior nemico del bene. Se applichiamo questo popolare assioma al sistema carcerario, facilmente ci persuaderemo, come quell'idealismo di una espiazione producente il ravvedimento interiore dei colpevoli, che traluce dalla parola riforma penitenziaria, avversi e contraddica quella utilità e quel realismo conseguibile dalla pena criminale, che si prefigge lo scopo assai più modesto ma infinitamente più pratico di intimidire col castigo duro e continuato i condannati, e di far loro contrarre nel tempo in cui lo patiscano l'abitudine di una vita regolata, sottomessa e laboriosa"
(Effemeride carceraria, gennaio-febbraio 1870, pag. 6)
Nel mensile non c'è spazio per le testimonianze dei detenuti. Ma un indubbio pregio è la quantità di informazioni sugli istituti di pena. Dopo un lungo editoriale del direttore, ci sono i contributi di funzionari ministeriali, atti parlamentari, circolari, bollettini, saggi, anche da Paesi esteri. Effemeride carceraria, dopo 60 anni di attività e dopo aver cambiato nome in Rivista di discipline carcerarie, cessa le pubblicazioni il 1° dicembre 1925.
Nello stesso anno viene dato alle stampe La Domenica del Carcerato, prodotto dai detenuti dell'allora casa penale di Regina Coeli. Si tratta di un settimanale che per grafica e impaginazione riprende La Domenica del Corriere, storico supplemento del Corriere della Sera. Ed è aperto ai contributi delle persone recluse, cosa non banale durante il regime fascista. "Lavorare per rieducare, per ricostruire, per ingentilire", scrive un detenuto.
La Domenica del carcerato raccoglie anche le iniziative all'interno delle carceri italiane. Nel numero 16 del 1923 compaiono le foto delle lavorazioni che coinvolgono i detenuti della casa penale di Procida: un motore diesel costruito nell'officina elettrica, l'officina meccanica, la falegnameria. Il 1930 segna la fine del settimanale, che ha il pregio di dare informazioni sul carcere, ma il difetto di essere sottoposto a rigida censura e di essere più una vetrina - in linea con la propaganda dell'epoca - che restituire la realtà della vita in istituto.
Con la caduta del fascismo e l'entrata in vigore della Costituzione, si apre una fase nuova per le esperienze editoriali nei penitenziari. A stimolare le iniziative sarà la legge sull'Ordinamento penitenziario (L. n. 354 del 1975), con la sua attenzione per le attività rieducative che riempiano il tempo vuoto della detenzione.
Ma già prima, nel 1951, dal carcere di Porto Azzurro, parte un interessante esperimento editoriale: La grande promessa. Il titolo si riferisce alla promessa di abolire il fine pena mai - l'ergastolo -, una sanzione ai limiti del principio rieducativo sancito dall'articolo 27 della Costituzione. Un giornalismo militante, quello degli ergastolani di Porto azzurro. Nel 1978, sulle pagine del mensile, compare la lettera aperta all'allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. I detenuti dell'Elba furono anche tra i promotori della raccolta firme per il referendum sull'abolizione della pena perpetua, sui quali i cittadini italiani si pronunciarono il 17 maggio 1981.
Tra gli anni '80 e '90, scrivere in carcere diventa un'attività più strutturata. A promuoverla e diffonderla sono gli enti del terzo settore che creano laboratori di scrittura nei penitenziari. Queste fucine di idee diventano con il tempo delle vere e proprie testate, regolarmente registrate e con un direttore responsabile. Dal terzo settore parte anche l'iniziativa di una Federazione dell'informazione dal e sul carcere. Attiva dal 2004 e sostenuta inizialmente dall'Ordine dei giornalisti dell'Emilia-Romagna, ha l'obiettivo di essere un interlocutore, anche istituzionale, per quanto riguarda l'informazione in ambito penitenziario.
Ci sono testate ormai storiche. Nel 1998 inizia l'avventura di "Ristretti Orizzonti", bimestrale del carcere Due Palazzi di Padova, grazie all'attività del Granello di Senape. L'associazione di volontariato è anche diventata una casa editrice, che pubblica Ristretti nei penitenziari di Parma e di Genova Marassi, e la rivista "Ponti", che coinvolge i reclusi di Santa Maria Maggiore e le recluse della Giudecca di Venezia. E poi ci sono giornali longevi quanto gli istituti che li ospitano. È il caso di "carteBollate", nato nel 2001 insieme alla casa di reclusione milanese.
Attualmente sono 37 le esperienze giornalistiche nelle carceri italiane; di queste, 29 sono testate registrate. A prevalere sono le redazioni composte da uomini: 10 sono miste, come quella del periodico "carteBollate" della casa di reclusione di Milano. L'unica tutta al femminile è la redazione di "Ponti", della Giudecca di Venezia.
Per quanto riguarda la suddivisione territoriale, è la Lombardia ad avere il primato dei giornali in carcere. Sono 10, negli istituti di: Brescia Nerio Fischione e Verziano ("Zona 508"), Milano Opera ("Cronisti in Opera" e "Opera News"), Monza ("Oltre i confini"), Como ("Cucinare al fresco"), Milano San Vittore ("Oblòg"), Cremona ("Cella faremo!"), Milano Bollate ("carteBollate"), Lodi ("Altre Storie"), Bergamo ("Spazio - Diario aperto dalla prigione").
Al secondo posto c'è il Lazio, con 5 realtà giornalistiche nelle carceri: Rebibbia ("Non tutti sanno" e "Dietro il cancello"), Paliano ("Il castello degli invisibili"), Velletri ("Voci di Ballatoio") e Civitavecchia ("Occhio di bue"). Segue l'Emilia-Romagna con 4 testate: Ravenna ("Port'AUREA 57"), Castelfranco Emilia ("ZonaFranco"), Ferrara ("Astrolabio") e Bologna ("Ne vale la pena").
Il recente protocollo siglato tra il Dap e il Consiglio nazionale dell'ordine dei giornalisti dovrebbe favorire la nascita di nuove testate nei penitenziari. Cento i pc donati dal Cnog alle redazioni già attive negli istituti.
Giornali in carcere, Nordio: "Orgoglio e soddisfazione"
Una caratteristica che accomuna i giornali in carcere è che si tratta di periodici. Vi sono infatti delle difficoltà oggettive a far uscire dei quotidiani: bisognerebbe riunirsi ogni giorno e reperire rapidamente argomenti sempre nuovi. Ma anche l'uscita periodica ha i suoi pregi, come una maggior cura della parte grafica e dell'impaginazione, e anche dei contenuti.
Accanto alle testate vere e proprie nascono anche collaborazioni con la carta stampata. È il caso di "Parole in libertà", progetto attivo a Secondigliano e a Poggioreale, che dà l'opportunità ai detenuti di scrivere per Il Mattino. Lo storico quotidiano di Napoli, infatti, nell'edizione del lunedì, ospita una pagina con articoli scritti dai reclusi. Il Cittadino di Monza, invece, ospita ogni tre mesi l'inserto "Oltre i confini - Beyond Borders", prodotto al Sanquirico di Monza.