03/24/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/24/2026 04:01
La notte già iniziava ad ingrossarsi mentre ieri sul treno diretto ad Auschwitz i laboratori di approfondimento proseguivano, fino a mezzanotte, e ci si interrogava sul pregiudizio e sull'effetto che fanno gli stereotipi che restano attaccati alle persone come etichette. Nonostante tutto, non solo nel passato ma anche ai giorni nostri.
La storia è quella dei rom e sinti, popolo che i nazisti tentarono di sterminare ma che anche i fascisti in Italia provarono a confinare. Ottanta anni fa il Porrajmos (o Samudaripen, come altri chiamano quel genocidio) ed oggi le storie di discriminazione o la paura di raccontarsi di Deny, di Lidia, di Miguel e di Ernesto, rom e sinti ma italiani da generazioni. Storie tra loro diverse - anche positive, di riscatto e di accettazione - dove il filo rosso rimane il pregiudizio.
Quello di rom e sinti è stato uno sterminio a lungo dimenticato. A Birkenau un'intera sezione del campo era a loro riservata. Ci sono passati in almeno ventitremila e la notte del 2 agosto 1944 furono sterminati, in una sola notte, in più di quattromilatrecento. Poco meno di tre mesi prima, il 16 maggio, si armarono di bastoni e pentole per opporsi alle SS che volevano progressivamente 'liquidare' il campo.
Fino agli anni Ottanta del Novecento si diceva che furono spediti lì per loro colpe personali. Ma se ad essere deportati furono anche bambini, neonati e intere famiglie, quel sillogismo è evidente che vacilla. Furono sterminati, come molti altri, solo per la colpa di essere nati.
Quel pazzo di Joseph Mengele, il medico che usava i deportati come cavie, li considerava "ariani decaduti e imbastarditi". L'accusa dei nazisti erano due, asocialità e istinto al nomadismo: gli stessi identici stereotipi che spesso portano ad etichettare gli 'zingari' (brutta parola, non chiamateli così: il termine è stato coniato allora in Germania come dispregiativo) come 'diversi' e guardarli con sospetto.
Si parte dal passato e si riflette sul presente: è uno degli obiettivi del viaggio del treno della memoria. Come racconta lo storico Luca Bravi "si va ad Auschwitz per poi tornare e ricominciare qualcosa di diverso".
La discriminazione è spesso figlia della generalizzazione. A volte è vissuta come una colpa o una condizione di subalternità dagli stessi discriminati. Così è come se si fermasse l'orizzonte e per farcela molti si 'mimetizzano' nascondendo le proprie origini: l'unico modo a volte per seguire i propri sogni. "Il fatto di essere una sinta mi faceva sentire inferiore nelle mia potenzialità ed ho lasciato la scuola" racconta Desy, 24 anni, che fa le serali per recuperare gli anni perduti, quest'anno farà la maturità e poi magari si iscriverà all'università. Ancora oggi poche delle sue compagne e compagni di classi sanno che vive in un campo per nomadi.
Anche Nancy, studentessa pratese di diciassette anni, di Prato, nel 2019 raccontava una scuola simile: "A scuola solo una persona sa che vivo in un campo nomadi. Nessuno me l'ha chiesto e a nessuno l'ho detto. Ma sono convinta che se accadesse, qualcosa cambierebbe". In fondo Angela, sul treno della memoria con Nancy nel 2019, lo ha patito sulla proprie pelle: licenziata dopo quattro giorni, una volta che aveva trovato lavoro, solo perché qualcuno aveva raccontato al titolare le sue origini. "Fin quando non svelo che abito in un campo nomade è tutto a posto - confessava -. Poi scatta la paura, perché dicono che i rom rubano e tutti pensano dunque che anche io rubi".
Lo stereotipo è qualcosa duro a morire. Pensiamo ancora oggi ai rom come giostrai o come donne con le gonne colorate e i capelli raccolti a treccia. Lidia si è laureata all'università con una tesi proprio sui rom, sulla diversità e sull'uso delle parole. Miguel fa lo scultore, artista ed attivista. Nella famiglia allargata di Ernesto ci sono operai, un regista e insegnante di ballo e uno stilista che espone a Pitti. Tutti i nipoti vanno al liceo.
Ma fino a quaranta, cinquanta o sessanta anni fa non era così semplice. In Italia i rom e sinti erano spesso confinati in classi speciali, in teoria per aiutarli ma di fatto ghettizzandoli ancor di più: da sei a quattordici anni tutti insieme in un sottoscala, dove era impossibile imparare qualcosa.
Soppresse le classi speciali, alcuni insegnanti hanno continuato ad avere le loro colpe: una maestra strappava a Miguel i disegni che faceva da bambino, solo perché sporchi sui bordi. Altri escludevano i bimbi rom e sinti dalla partecipazione attiva e dai lavori della classe.
Anche le istituzioni hanno le loro colpe. "L'importante - conclude Miguel - è lottare per difendere i propri diritti. Camminate con noi per difendere la democrazia, perché quello che oggi viene negato a rom e sinti domani potrebbe essere negato a voi".
Leggi anche:
Luca Bravi racconta lo sterminio di Rom e Sinti
Taddeus, il custode dei nomi del "campo degli zingari"
La Rom che si finse per settanta anni ebrea