03/06/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/06/2026 04:05
A quasi un anno dal "Giorno della liberazione", nel bel mezzo della crisi di Hormuz e con una visita a Pechino all'orizzonte, Donald Trump torna a gettare incertezza sull'orientamento della politica commerciale degli Stati Uniti. Venerdì 20 febbraio la Corte suprema (SCOTUS) ha stabilito che l'International Emergency Economic Powers (IEEPA) del 1977 - che conferisce al presidente ampi poteri per affrontare emergenze nazionali, tra cui la regolamentazione delle importazioni - non lo autorizza a imporre dazi. Senza se e senza ma. Le parole "duty" e "tariff", peraltro, non vengono mai citate nel testo della legge; proprio questo è un segno evidente che il Congresso, a cui la Costituzione ha conferito a monte il potere di imporre dazi sulle importazioni, non ha dato nessuna delega alla Casa Bianca con l'IEEPA.
Valutando il caso Learning Resources, Inc., et al., v. Trump (No. 24-1287), e quello parallelo Trump v. V.O.S. Selections, Inc., et al. (No. 25-250), la SCOTUS ha deciso con una maggioranza di 6 a 3 membri di invalidare le misure tariffarie più rilevanti introdotte dalla seconda amministrazione Trump nell'ultimo anno. La Casa Bianca ha preso atto del verdetto il giorno stesso, annunciando la fine dei dazi legati all'emergenza nazionale del traffico di fentanyl sui beni importati da Cina, Canada e Messico; dei dazi "reciproci" giustificati dall'emergenza nazionale riflessa "negli ampi e persistenti deficit commerciali annuali degli Stati Uniti" (si ricordi il famoso cartellone a Rose Garden il 2 aprile 2025 e il 15% concordato con l'Unione europea la scorsa estate); nonché - pur non essendo oggetto specifico dei due casi giudiziari sopramenzionati - dei dazi secondari sulle importazioni indiane a causa degli acquisti di petrolio russo (tra l'altro già revocati dalla Casa Bianca a inizio febbraio), dei dazi secondari legati a certe transazioni con Venezuela, Cuba e Iran (mai implementati operativamente), e degli extra-dazi sulle importazioni brasiliane legati alla "caccia alle streghe", a detta di Trump, del governo Lula.
Il sollievo degli importatori americani e degli esportatori del resto del mondo, determinato dal crollo del pilastro principale e più efficace della politica tariffaria targata Trump 2, è però durato poche ore. I dazi statunitensi sono destinati a restare.
L'IEEPA è stato il fondamento normativo più potente di cui si è servito Trump dall'inizio del suo secondo mandato. Fino al 20 febbraio 2026, il presidente ha usato - col senno di poi illegalmente - l'IEEPA per applicare o minacciare dazi (prima volta nella storia) in modo improvviso e generalizzato, sulla base di diverse presunte emergenze nazionali e senza limiti temporali o particolari ostacoli procedurali. Attraverso queste misure è stata inoltre raccolta circa la metà delle entrate tariffarie federali registrate lo scorso anno: su 261 miliardi di dollari prelevati in dogana tra gennaio e dicembre 2025, 140 miliardi sono dovuti ai dazi IEEPA (Tabella 1).
Tabella 1 - USA: da dove arrivano le entrate tariffarie? Dati in miliardi di dollari per misure commerciali applicate
| Base giuridica | Import colpito | Anno fiscale 2026 | Anno fiscale 2025 |
| Sezione 201 | Pannelli solari | 0,06 | 0,4 |
| Sezione 232 | Acciaio | 1,8 | 5 |
| Alluminio | 1,5 | 3,1 | |
| Automobili | 6,1 | 18,5 | |
| Parti automobilistiche | 3,2 | 7,4 | |
| Rame | 0,6 | 0,6 | |
| Legname | 0,5 | / | |
| Camion e bus | 0,3 | / | |
| Parti camion | 0,3 | / | |
| Sezione 301 | Cina | 5,4 | 35,6 |
| IEEPA | Cina, fentanyl | 7,7 | 30,1 |
| Messico, fentanyl | 0,9 | 5,6 | |
| Canada, fentanyl | 0,5 | 2 | |
| Resto del mondo, dazi reciproci | 29 | 54,7 | |
| Brasile, extra-dazio | 0,6 | 0,4 | |
| India, extra-dazio | 1,6 | 0,4 |
Tuttavia, la Casa Bianca era consapevole da tempo che i dazi IEEPA avessero probabilmente i giorni contati dopo le pronunce negative della Corte per il commercio internazionale degli Stati Uniti e della Corte distrettuale per il Distretto di Columbia a maggio 2025 e della Corte d'appello per il circuito federale ad agosto 2025. A onor del vero, già prima delle elezioni presidenziali del 2024 erano emersi parecchi dubbi sulla possibilità per l'esecutivo di imporre dazi indiscriminati in assenza di emergenze effettive, indipendentemente dagli equilibri al Congresso.
È così che il 24 febbraio i dazi IEEPA, in particolare quelli "reciproci", sono stati sostituiti da un dazio universale pari al 10% ai sensi della Sezione 122 del Trade Act del 1974.[1],[2] Questa base giuridica dà esplicitamente al presidente la facoltà di imporre unilateralmente dazi fino al 15% sui beni importati. Qui sotto il passaggio chiave della Sezione sui casi di applicazione:
Ogniqualvolta problemi fondamentali nei pagamenti internazionali richiedano misure speciali sulle importazioni per limitarle -
La Sezione 122 prevede una durata massima di 150 giorni (nel caso specifico fino al 23 luglio) per le misure prese, con eventuale proroga subordinata a un atto del Congresso. I dazi possono essere universali o mirati per alcuni Paesi e si possono prevedere esenzioni settoriali a determinate condizioni. Trattandosi della prima attivazione della Sezione 122, si entra di fatto - ancora una volta - in un terreno inesplorato, a maggior ragione allo scadere dei 150 giorni.
Con questa mossa Trump ha di fatto riprodotto l'impianto del regime IEEPA: le tariffe sono aggiuntive rispetto a quelle preesistenti, salvo eccezioni esplicitate. Queste esenzioni non sono da poco, risparmiando i prodotti colpiti dalle azioni della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 (si veda dopo), i beni conformi allo USMCA, certe materie prime critiche, energia, beni del comparto tecnologico, aerospaziale, farmaceutico, agricolo, tessile ecc. La sostituzione di dazi eterogenei con un'aliquota unica ha rimescolato le carte per le aziende esportatrici negli USA, migliorando la posizione competitiva di quelle merci, in particolare dall'Asia, su cui veniva fatto un prelievo in dogana pari a ben oltre il 10%: paradosso interessante, e probabilmente solo temporaneo, è che uno dei Paesi che ha visto scendere in maniera più marcata l'aliquota applicata sui suoi beni è la Cina.
Le stime oggi variano a seconda delle fonti, ma indicano chiaramente che il dazio effettivo medio statunitense sia calato, dal 12,7-16% pre-decisione SCOTUS al 9,4-12,2% attuale.
Dopo qualche mese di fragile equilibrio, con la finalizzazione degli "accordi sul commercio reciproco" e l'introduzione di nuove esenzioni, ritorna prepotentemente l'incertezza. In primo luogo, l'amministrazione è all'opera per ricostruire con fondamenta più solide il regime tariffario messo in piedi nel 2025. La premessa è che tutte le opzioni di ripiego disponibili rispetto all'IEEPA autorizzano sì il potere esecutivo a imporre dazi, ma richiedono anche accertamenti, passaggi procedurali e/o impongono limiti al valore e alla portata delle tariffe (Tabella 2).
Tabella 2 - Nuovi dazi: le opzioni a disposizione di Trump
| Causa | Fase preliminare | Durata massima delle misure | Tetto all'aliquota tariffaria | Esempi di applicazione | |
| Sezione 232 | Minacce alla sicurezza nazionale | Indagine del dipartimento del Commercio | Nessun limite | Nessun limite | Acciaio e alluminio (dal 2018); automotive (dal 2025) |
| Sezione 201 | Danno all'industria domestica | Indagine dello USITC | 4 anni estendibili fino a 8 | 50% (con obbligo di riduzione graduale dopo un anno) | Lavatrici (2018-2023); pannelli solari (2018-2026) |
| Sezione 301 | Violazioni degli accordi commerciali; altre pratiche scorrette di governi stranieri | Indagine dello USTR | 4 anni estendibili senza alcun limite | Nessun limite | Alcune importazioni dalla Cina (dal 2018) |
| Sezione 122 | Problemi nei pagamenti internazionali | / | 150 giorni estendibili | 15% | Mai usata |
| Sezione 338 | Discriminazione contro il commercio USA | / | Nessun limite | 50% | Mai usata |
La Sezione 122 è la soluzione di breve termine. L'amministrazione si è tenuta un margine di cinque punti percentuali, ovvero tra il 10% e il massimo previsto dalla legislazione pari al 15% (aliquota già minacciata negli scorsi giorni). Non è dunque improbabile che Trump possa differenziarlo per Paese nelle prossime settimane.
In secondo luogo, a maggior ragione dopo la finestra dei 150 giorni, si palesa all'orizzonte una versione tariffaria rafforzata da "Trump 1", ovvero invocando in maniera estensiva la Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 per minacce alla (indefinita) sicurezza nazionale e soprattutto la Sezione 301 del Trade Act del 1974 per violazioni di accordi commerciali o altre pratiche scorrette di governi stranieri che ostacolano il commercio statunitense.
I dazi 232 e 301 si sono dimostrati in questi anni molto complicati da rimuovere sia dal punto di vista politico che giudiziario, e sono quindi soluzioni ottimali per la Casa Bianca. Tuttavia, a differenza dell'IEEPA e della stessa Sezione 122, entrambe le sezioni prevedono indagini laboriose, solitamente della durata di mesi, prima di poter introdurre sovrattasse. Questo intervallo di tempo è ammontato a circa un anno, tra il 2017 e il 2018, durante la prima amministrazione Trump, la quale utilizzò la Sezione 232 per colpire le importazioni di acciaio e alluminio e la Sezione 301 per scatenare la prima guerra commerciale contro la Cina. È evidente che i tempi saranno accelerati nei prossimi mesi.
Secondo il Wall Street Journal, il dipartimento del Commercio starebbe considerando l'avvio di indagini 232 sull'impatto delle importazioni di batterie, ghisa e raccordi in ferro, apparecchiature della rete elettrica, apparecchiature per le telecomunicazioni, plastica e tubazioni in plastica e prodotti chimici industriali. Si ricordi che nel 2025 sono state imposte nuove tariffe 232 su settori variegati e politicamente sensibili, come acciaio, alluminio e derivati metalliferi, automobili e componenti, rame, legname, camion e bus, e nel 2026 su alcuni semiconduttori. Otto indagini restano ancora aperte. Nessuna di queste azioni è stata invalidata dalla SCOTUS al momento.
C'è poi la Sezione 301, destinata a essere il nuovo pilastro tariffario nella seconda metà di amministrazione MAGA vista l'assenza di un limite massimo tariffario e la possibilità di azioni discrezionali. L'ufficio del rappresentante per il Commercio (USTR) è pronto ad avviare nuove indagini. A detta di Jamieson Greer, tali indagini dovrebbero riguardare "la maggior parte dei principali partner commerciali" e "ambiti di preoccupazione quali la sovraccapacità industriale, il lavoro forzato, le pratiche di determinazione dei prezzi dei prodotti farmaceutici, la discriminazione nei confronti delle aziende tech statunitensi e dei beni e servizi digitali, le imposte sui servizi digitali, l'inquinamento oceanico e le pratiche connesse al commercio di prodotti ittici, riso e altri prodotti". Un segnale nemmeno troppo velato a Cina, Paesi asiatici e Unione europea. Brasile e Cina sono già finiti nel mirino dello USTR a guida Greer nei mesi scorsi. Nel secondo caso lo USTR sta valutando se il Paese asiatico abbia rispettato i propri impegni nell'ambito dell'accordo "Fase uno" firmato nel gennaio 2020.
Da ultimo, esistono due casi estremi di politica commerciale statunitense nei prossimi anni: l'invocazione presidenziale della Sezione 338 del Tariff Act del 1930, ma anche qui si tratterebbe di un caso senza precedenti; la rimozione, passando per il Congresso, dello status della "nazione più favorita" (Most Favoured Nation, MFN)[3] alla Cina, un tema destinato a farsi più caldo negli anni a venire.
La decisione della Corte suprema di due settimane fa lascia altri interrogativi senza risposta. Prima di tutto, che ne sarà dei rimborsi agli importatori ufficiali - e non ai rivenditori e ai consumatori finali - dei dazi annullati? La SCOTUS non ha esplicitamente ordinato azioni immediate e il tutto è stato demandato alla Corte per il commercio internazionale, nonostante il governo stia cercando di ritardare e complicare il processo.
Qualche numero aiuta a dare l'ordine di grandezza di quello che c'è in gioco: poco prima della metà di dicembre 2025 le entrate federali raccolte grazie ai dazi IEEPA ammontavano a 134 miliardi di dollari (a fine febbraio questo valore è verosimilmente salito a 170 miliardi di dollari), coinvolgendo 301mila importatori per 34 milioni di spedizioni di merci in entrata nel Paese; finora sono state intentate oltre 2mila cause legali per i rimborsi, numero ovviamente destinato a lievitare. Il giudice dissidente della SCOTUS Brett Kavanaugh ha dichiarato a febbraio che il processo "sarebbe probabilmente un pasticcio".
Si prospettano dunque lunghe e complicate battaglie legali, in particolare per quelle importazioni che hanno già subito il processo di liquidazione (vale a dire, il calcolo finale del dazio pagato in dogana è già stato effettuato). Peraltro, è probabile che l'utilizzo di basi giuridiche diverse dall'IEEPA inneschi nuove cause contro Washington nei tribunali statunitensi o richieste di esame da parte degli altri Paesi in seno all'Organizzazione mondiale del commercio.
Per esempio, per quanto riguarda la Sezione 122, non vi sono prove che gli USA abbiano "problemi fondamentali nei pagamenti internazionali" e non è nemmeno chiaro cosa si intenda per "deficit ampi e gravi della bilancia dei pagamenti". La Casa Bianca ha risposto a tali quesiti accendendo i riflettori sugli squilibri delle partite correnti e sulla posizione patrimoniale netta sull'estero abbondantemente negativa. Sono ovviamente considerazioni alquanto discutibili, che però potrebbero avere la meglio in tribunale data la deferenza giudiziaria negli USA verso le conclusioni fattuali dell'esecutivo e le divergenze tra gli economisti. Inoltre, la Sezione 122 è ambigua sul fatto che si possano implementare dazi eterogenei per Paese (10% per alcuni, 15% per altri). Non è un caso che ventiquattro Stati degli Stati Uniti abbiano già intentato causa contro l'utilizzo di questa base giuridica da parte di Trump.
Relativamente alla Sezione 301, Trump corre il rischio di snaturare la base giuridica qualora applicasse aliquote tariffarie universali, esattamente uguali a quelle precedentemente imposte sotto l'IEEPA (minando la credibilità delle stesse indagini fattuali), e sui beni di Paesi che hanno recentemente siglato accordi con Washington proprio per placare le accuse trumpiane di pratiche commerciali ingiuste. Se i "deal à la Trump" avevano proprio la funzione di rimuovere le storture altrui sul commercio statunitense, allora quale sarebbe il motivo di reimporre dazi proibitivi in maniera indiscriminata sulla base della Sezione 301?
Infine, occorre ricalibrare quanto concordato da Washington con gli altri governi alla luce del passaggio dall'IEEPA alla Sezione 122. Queste intese sono state siglate, in forma di accordi definitivi o accordi quadro, con svariate controparti: Argentina, Bangladesh, Cambogia, El Salvador, Guatemala, Indonesia, Malaysia, Taiwan, Ecuador, Unione europea, India, Giappone, Macedonia del Nord, Corea del Sud, Svizzera e Liechtenstein, Thailandia e Vietnam.[4] A queste si aggiungono i termini della tregua commerciale con la Cina. Uno dei problemi sorti è il fatto che alcuni Paesi si sono visti dall'oggi al domani aumentare i dazi su alcune linee merceologiche verso gli USA, generando un'evidente violazione di quanto sancito in questi accordi. Per esempio, la scorsa estate era stato concordato che i prodotti UE fossero ancorati a un dazio del 15% alla dogana statunitense: quelli soggetti a dazi MFN inferiori al 15% avrebbero visto l'aliquota complessiva aumentare al 15%, mentre quelli già soggetti a dazi MFN pari o superiori al 15% non avrebbero subito ulteriori prelievi in dogana ma solo quelli MFN. Il fatto che le tariffe della Sezione 122 siano aggiuntive rispetto a quelle preesistenti (MFN) colpirebbe circa 4 miliardi di euro di export UE. Ecco perché il processo di ratifica, già congelato durante la crisi di gennaio sul caso Groenlandia, è ancora bloccato al Parlamento europeo.
Trump perde al momento l'estrema flessibilità con cui ha potuto minacciare e imporre dall'oggi al domani dazi elevati, a doppia e tripla cifra, e mirati contro specifici Paesi per ottenere concessioni di politica estera, impegni di investimenti straordinari e un migliore accesso ai mercati per il Made in the USA. Dal punto di vista fiscale, le risorse raccolte in dogana si riconfermeranno considerevoli quest'anno (Figura 1), anche se sarà complicato dopo questo "incidente di percorso" alla Corte suprema mantenere il ritmo annualizzato di inizio 2026 pari a 300-360 miliardi di dollari.
Figura 1 - Dazi = tasse sull'import: il "tesoretto" per il governo federale ogni mese
Fonte: USITCTuttavia, Trump ci ha insegnato che le certezze storiche possono essere ribaltate in un istante. La Casa Bianca è pronta a sfruttare al massimo tutti i fondamenti normativi disponibili, IEEPA escluso, mantenendo il dazio medio effettivo tra il 10 e il 20%. I tribunali potranno definirne la volatilità nei prossimi anni, così come influiranno l'evoluzione del costo della vita negli USA, la reazione di Wall Street e le contromisure degli altri Paesi. Anche dopo Trump, però, il mondo pre-2025 non tornerà più.
[1] Nello stesso frangente è stata confermata la sospensione dell'esenzione de minimis.
[2] Il Trade Act del 1974, in particolare la Sezione 122, sorse a seguito dell'utilizzo del Trading with the Enemy Act (TWEA) del 1917 da parte del presidente Nixon, che nel 1971 impose una sovrattassa temporanea del 10% sulle importazioni per affrontare problemi della bilancia dei pagamenti.
[3] Si tratta della garanzia per cui agli esportatori di un determinato Paese non viene imposto alcun dazio o barriera superiore ai livelli minimi concessi a un altro Paese. I membri dell'Organizzazione mondiale del commercio si riconoscono reciprocamente questo principio di non discriminazione, secondo cui tutti devono essere trattati ugualmente. Gli accordi di libero scambio rappresentano un'importante eccezione. Nella legislazione USA si parla di status delle "Relazioni commerciali normali permanenti".
[4] I dettagli delle intese con il Pakistan e le Filippine, pur se annunciate, non sono mai stati pubblicati sul sito della Casa Bianca.