06/24/2026 | Press release | Distributed by Public on 06/24/2026 02:27
Un nuovo studio coordinato da ricercatori dell'Università degli Studi di Roma Tor Vergata e dell'Università di Padova è stato pubblicato su Annals of Neurology, prestigiosa rivista internazionale nell'ambito delle neuroscienze cliniche.
Il lavoro, dal titolo Frequency- and Network-Specific Changes in Functional Connectivity Reflect Pathophysiological Mechanisms across Parkinson's Disease Stages, vede come primo autore il dott. Matteo Conti, del dipartimento di Medicina dei Sistemi dell'Università di Roma Tor Vergata, e nasce dalla collaborazione tra il gruppo di Neurofisiologia Clinica e Neuromodulazione di Roma Tor Vergata (prof. Alessandro Stefani), e l'Università di Padova (prof. Angelo Antonio e dott. Andrea Guerra).
Il morbo di Parkinson viene sempre più spesso considerato come un disturbo delle reti cerebrali su larga scala, ma non è ancora chiaro se e in che modo la connettività funzionale a specifiche frequenze si riorganizzi nel corso delle diverse fasi della malattia.
Lo studio ha analizzato l'attività cerebrale di 140 pazienti con malattia di Parkinson, in diverse fasi della patologia, e di 57 soggetti sani. Attraverso l'utilizzo dell'elettroencefalografia ad alta densità (EEG), una metodica non invasiva e ampiamente accessibile, i ricercatori hanno osservato come il cervello dei pazienti con Parkinson modifichi progressivamente la propria organizzazione funzionale nel corso della malattia. I risultati dello studio aprono nuove prospettive per l'impiego dell'EEG ad alta densità come possibile biomarcatore non invasivo per la diagnosi e valutazione del rischio di progressione nella malattia di Parkinson. Pur richiedendo ulteriori conferme, il lavoro contribuisce in modo significativo alla comprensione dei meccanismi cerebrali alla base dell'evoluzione della patologia.
Il dato fondamentale che emerge dalla ricerca è che specifici pattern di comunicazione tra aree cerebrali cambiano in modo diverso a seconda dello stadio clinico. In particolare, alcune alterazioni risultano associate al peggioramento cognitivo e ai disturbi dell'equilibrio e della marcia, mentre altre riflettono la gravità dei sintomi motori o la comparsa di complicanze legate alla progressione della malattia.
"Il nostro lavoro mostra che l'elettroencefalografia ad alta densità può fornire informazioni preziose sul funzionamento dei circuiti cerebrali nella malattia di Parkinson", spiega il dott. Conti. "L'obiettivo futuro è trasformare questi dati in strumenti utili per una medicina sempre più personalizzata, capace di identificare precocemente i pazienti più vulnerabili e di orientare meglio il follow-up clinico".
"Questo studio dimostra il valore della collaborazione tra centri universitari e clinici di eccellenza", aggiunge il prof. Stefani. "L'integrazione tra competenze neurologiche, neurofisiologiche e computazionali rappresenta oggi una delle strade più promettenti per sviluppare biomarcatori affidabili e trasferibili nella pratica clinica".
Una ricerca che mira a combinare neurofisiologia avanzata, analisi dei network cerebrali e metodi computazionali per comprendere meglio i meccanismi della malattia di Parkinson e migliorare la stratificazione dei pazienti.
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