09/14/2026 | Press release | Distributed by Public on 09/14/2026 07:15
14/09/2026
Siamo ormai alle porte di quello che è di fatto il quarto anno scolastico che affrontiamo con la presenza 'ingombrante' dell'Intelligenza Artificiale. Questa tecnologia è entrata in maniera prepotente e per certi versi improvvisa nelle nostre vite e nella scuola, senza lasciarci quel tempo che dovrebbe precedere l'introduzione di un'innovazione in qualsiasi sistema: un tempo necessario allo studio dell'impatto, all'analisi, alla riflessione e al pensiero, alla valutazione e alla produzione di indicazioni d'uso.
Queste ultime, nel caso dell'IA, sono arrivate successivamente, ma ancora alla vigilia di questa riapertura d'anno, non possiamo dire che la scuola si senta 'pronta' rispetto alla gestione di questa che ormai non è più nemmeno una novità.
Molti ricercatori individuano nell'uso delle tecnologie digitali la potenzialità di 'estendere' la nostra mente, perché esse amplificano le nostre capacità espressive e di comunicazione, quelle di reperire informazioni, di comprendere i concetti e, grazie alla realtà aumentata, aumentano persino le nostre percezioni. A fianco di queste potenzialità, la ricerca mette anche in guardia rispetto alla possibilità che le tecnologie inibiscano alcune nostre funzioni cognitive, se prevale il principio di sostituzione e di delega incondizionata. D'altronde il tema dei rischi legati all'uso delle tecnologie in campo educativo non è nuovo: solo per citare alcuni esempi, non parlavamo del rischio dell'affidabilità delle fonti all'avvento del WWW? E non discutevamo se le calcolatrici ci avrebbero fatto perdere la capacità di fare calcoli 'a mente' quando queste sono nate? Non ci siamo già posti (senza mai risolverlo) il problema del digital divide? E ancora: non ci stavamo già interrogando su come sta cambiando il rapporto con la fatica cognitiva, ben prima che l'IA arrivasse?
Possiamo quindi dire che l'IA ci ripropone, in maniera più urgente e quasi prepotente, gran parte delle sfide che già erano sul tavolo e sta mettendo in luce il fatto che alcune pratiche educative vanno necessariamente ripensate.
Quali scelte abbiamo dunque? Ritengo che dai rischi individuati dalla ricerca, che pure sono reali e vanno affrontati e gestiti, non possa nascere il rifiuto, perché le tecnologie digitali e l'IA in particolare, non sono più una scelta: sono qui e sono qui per restare, perché sono ormai pervasive e stanno modificando (ed hanno di fatto già modificato) profondamente il modo in cui viviamo, lavoriamo, comunichiamo, cerchiamo informazioni, leggiamo, scriviamo, stringiamo relazioni e apprendiamo.
I dati ci dicono che gli studenti usano le tecnologie in maniera massiccia (il 94% degli studenti usa l'IA, dice un recente rapporto INDIRE) e lo fanno prevalentemente fuori dalla scuola, per lo studio, per il tempo libero, per gioco. Lo fanno senza conoscerne il funzionamento, quindi di fatto, inconsapevoli dei rischi e -al contrario - 'credendo di sapere'. In altre parole, non sentono il bisogno di comprendere questa tecnologia e certamente non si rivolgono alla scuola per cercare di capirla. Semplicemente la usano per avere risposte e - mediamente - credendo in ciò che ottengono (rapporto IMPARADIGITALE).
Dal canto suo la scuola inizia a proporre attività basate sull'IA, ma l'adozione appare a macchia di leopardo rispetto al tipo o livello di scuola, alle discipline, alla regione geografica; in altre parole, siamo distanti da un'adozione a livello di sistema.
Quindi la domanda che dobbiamo porci alla vigilia di questo nuovo anno, non è semplicemente "come possiamo usare l'IA a scuola?", ma è una domanda più radicale: "quale scuola vogliamo costruire in un mondo in cui l'IA è ormai parte dell'esperienza quotidiana dei nostri studenti?".
In una società dominata dalla complessità, l'apprendimento non può più essere confuso con la memorizzazione o l'esecuzione di un compito e per spostare il fuoco dal prodotto al processo di apprendimento occorre un ripensamento del sistema scuola a 360°, che riguardi non solo i metodi e gli strumenti, ma anche i curricula, la dimensione del tempo e degli spazi, quindi anche l'assetto organizzativo, e tutto questo deve avvenire a partire da una riflessione sull'identità dei nuovi studenti e dei docenti: chi sono oggi studenti e docenti? Quali competenze hanno e quali dovrebbero avere? Quali i loro bisogni?
Il mondo della ricerca ha la responsabilità di produrre conoscenza affidabile sugli effetti delle tecnologie, di sviluppare metodologie e strumenti, ma anche di ascoltare la scuola e di partire dai suoi problemi reali. La scuola, a sua volta, non deve essere soltanto il luogo in cui le innovazioni vengono sperimentate, ma deve diventare protagonista della ricerca e della costruzione dell'innovazione. E chi ha responsabilità di policy deve creare le condizioni perché queste esperienze possano diventare patrimonio del sistema, evitando sia l'adozione acritica delle tecnologie sia il rischio, opposto, di non governare il cambiamento.
Per questo credo che oggi più che mai abbiamo bisogno di costruire alleanze forti e strutturali tra scuola, ricerca e policy maker. Alleanze fondate non sulla semplice disseminazione di soluzioni, ma sulla co-costruzione di conoscenza: partire dai problemi della scuola, studiarli insieme, sperimentare, valutare e trasformare le evidenze in scelte educative e politiche consapevoli.
Come CNR-ITD sentiamo in modo particolare questa responsabilità: costruire un ponte tra ricerca e pratica educativa, contribuendo a creare spazi nei quali insegnanti, ricercatori e decisori possano confrontarsi e progettare insieme il futuro della scuola.
Per informazioni:
Francesca Pozzi
Direttrice Cnr-Itd
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