Amnesty International – Sezione Italiana OdV

05/27/2026 | Press release | Distributed by Public on 05/27/2026 08:31

La lotta di Capo Dsta’hyl contro i combustibili fossili

"Amnesty International ha portato così tanta attenzione alla nostra situazione; non ci sono abbastanza parole di ringraziamento per tutto il lavoro che ha svolto. Ogni contributo aiuta a resistere alla colonizzazione" - Capo Dsta'hyl

Appartenere alla terra

Capo Dsta'hyl, noto anche come Adam Gagnon, è capo del clan Likhts'amisyu della Nazione Wet'suwet'en, popolo nativo della British Columbia, in Canada. Per lui e per il suo popolo il rapporto con la terra non è una questione di proprietà: è un legame spirituale, identitario. Come gli ha spiegato sua madre, nel momento in cui si accetta il titolo di Capo Wet'suwet'en, si smette di agire per sé stessi: da quel giorno in poi si agisce solo nell'interesse del proprio popolo e di tutto ciò che riguarda il vivere sulla terra e l'essere parte di essa.

Eppure, da decenni, quella terra è sotto attacco. Negli anni '50 i territori Wet'suwet'en furono ridotti a riserve, alle persone furono imposti nomi inglesi e uno status giuridico coloniale. Sotto quel territorio si trovano risorse per centinaia di miliardi di dollari. Qualcuno le vuole.

Difendere la terra non dovrebbe essere un crimine

Quando il progetto di gasdotto Coastal GasLink ha iniziato ad avanzare attraverso il territorio Wet'suwet'en, Capo Dsta'hyl non si è tirato indietro. Ha scelto di difendere lo Yin'tah, la terra del suo popolo, con strumenti pacifici, opponendosi a un'infrastruttura che nessun Capo ereditario aveva mai acconsentito a costruire.

Nel 2024 è stato arrestato e condannato agli arresti domiciliari. È diventato la prima persona in Canada a essere designata come prigioniero di coscienza da Amnesty International.

La condanna lo ha colpito duramente. Per tre mesi è caduto in una profonda depressione perché il tribunale aveva stabilito che non poteva stare sul territorio a fare ciò per cui si sentiva chiamato: proteggere la terra e la sua fauna. Un giudice ha persino dichiarato che la legge Wet'suwet'en e quella coloniale non possono coesistere: una sentenza che, nelle sue stesse parole, significa che nessun nativo che difende la propria terra potrà mai aspettarsi un processo equo.

Il reale costo dei combustibili fossili

Per i Wet'suwet'en il costo dei combustibili fossili non è un'astrazione. È visibile nella foresta disboscata che impiegherà 60-70 anni a ricrescere e che comunque non tornerà mai com'era. È nei microhabitat distrutti, negli animali allontanati dal rumore e dall'inquinamento luminoso delle infrastrutture, in ecosistemi compromessi per sempre.

Nel 1997, la Corte suprema del Canada aveva riconosciuto, con la sentenza Delgamuukw, la struttura di governo ereditaria dei Wet'suwet'en e il diritto a esprimere il consenso su qualsiasi progetto che attraversasse il loro territorio. Quella sentenza è rimasta lettera morta. Il gasdotto è andato avanti lo stesso.

Sovranità calpestata in nome del profitto

Dal 2019 i Wet'suwet'en portano avanti una causa contro il governo federale, sospesa tre volte ma mai abbandonata. Sanno che la battaglia è lunga. Sanno anche che non sono soli.

Capo Dsta'hyl lo dice chiaramente: "Il sostegno di Amnesty International ha fatto la differenza, contribuendo enormemente a far conoscere la causa". Sapere che nel mondo c'erano persone che appoggiavano le sue azioni e che chiedevano la fine della sua criminalizzazione gli ha dato una forza enorme, senza la quale non sa se ce l'avrebbe fatta.

Oggi continua a battersi per la sua terra, per il suo popolo, per un futuro in cui la sovranità nativa non venga calpestata in nome del profitto.

"L'industria dei combustibili fossili è morente e deve fermarsi. Dobbiamo continuare ad andare avanti con l'azione per il clima e restare ottimisti. A volte può sembrare inutile, ma dobbiamo tutti fare la nostra parte per tutta l'umanità".

Firma l'appello

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