07/29/2026 | News release | Distributed by Public on 07/29/2026 08:12
Il biologico tra le vie di uscita più documentate
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Il 17 giugno si è celebrata, come ogni anno, la Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, istituita dalle Nazioni Unite. L'edizione 2026 ha messo al centro il ruolo dei pascoli, dedicando la giornata al tema "Pascoli: riconoscere, rispettare, ripristinare ", sottolineando come questi ecosistemi siano essenziali per la sicurezza alimentare, la conservazione della biodiversità e la resilienza ai cambiamenti climatici.
I pascoli coprono circa il 54% delle terre emerse del pianeta e sostengono direttamente la vita di circa due miliardi di persone, ma secondo le stime internazionali fino al 50% dei pascoli mondiali risulta oggi degradato o a rischio di degrado. CREA
Non si tratta dunque di una ricorrenza simbolica fine a se stessa: arriva mentre la scienza continua ad accumulare prove sempre più solide di un fenomeno che sta cambiando il volto dell'agricoltura mondiale.
Quanto pesa già la siccità sui raccolti
I dati scientifici più recenti non lasciano spazio a dubbi. Uno studio dell'Università di Stanford, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha dimostrato che l'aumento delle temperature e la riduzione dell'umidità dell'aria hanno causato un calo dei raccolti globali di cereali negli ultimi cinquant'anni. Lo studio sottolinea come la produttività delle coltivazioni di base sia un fattore chiave che determina l'accesso al cibo e la quantità di terra e risorse impiegate in agricoltura, e osserva che la maggior parte delle aree del pianeta ha sperimentato sia un rapido riscaldamento sia un'essiccazione atmosferica, con effetti negativi rilevanti sulla resa globale delle principali colture.
A questo si aggiunge una ricerca pubblicata proprio in concomitanza con la Giornata mondiale 2026: uno studio del Politecnico di Torino e dell'Università del Delaware, pubblicato su Nature Communications, ha sviluppato un nuovo quadro metodologico per valutare la vulnerabilità delle principali colture agricole alla siccità su scala globale, individuando le aree del pianeta più esposte al rischio di perdite produttive. Un punto centrale dello studio riguarda la fragilità strutturale del nostro sistema alimentare: dagli anni Sessanta a oggi la produzione alimentare mondiale è triplicata, ma questo risultato è stato ottenuto puntando su poche colture ad alta resa come riso, mais e frumento, una specializzazione che ha reso molti sistemi agricoli meno diversificati e, in alcuni casi, meno resilienti alle variazioni climatiche. È un paradosso amaro: lo stesso modello produttivo che ha permesso di nutrire più persone le ha rese, oggi, più vulnerabili.
Per l'Italia il quadro è altrettanto allarmante. Un'analisi della Presidenza del Consiglio -Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica - segnala che la produzione nazionale di grano duro rischia di pagare un conto salato ai cambiamenti climatici: a causa dell'aumento dello stress idrico, causato dall'effetto combinato di precipitazioni in calo e temperature in aumento, la produzione potrebbe ridursi di oltre il 20% in circa un quarto del territorio nazionale, e in alcune aree marginali, collinari e semi-aride, di quasi l'80% se non supportata da efficaci sistemi di irrigazione. Lo stesso report rileva che oltre i 30 gradi di latitudine - e quindi anche in Italia - l'aumento delle temperature ha causato un accorciamento della stagione di crescita delle colture, riducendo il tempo utile per la maturazione e la qualità dei raccolti.
Sul fronte idrico, la fotografia europea diffusa in occasione della Giornata mondiale non è incoraggiante: secondo i dati dell'Agenzia Europea per l'Ambiente, nonostante l'efficientamento tecnologico abbia permesso di ridurre i prelievi idrici complessivi del 14% negli ultimi due decenni, l'estensione geografica delle aree in sofferenza idrica non si è ridotta, rendendo improbabile un'inversione di tendenza entro il 2030, specialmente per l'Europa meridionale. In base all'indice di sfruttamento idrico che misura le condizioni di scarsità stagionale più gravi, l'Italia si colloca tra i primi posti in Europa, superata solo da Portogallo, Romania, Grecia, Malta e Cipro.
Come la siccità danneggia concretamente l'agricoltura
Gli effetti della carenza d'acqua sui sistemi agricoli sono molteplici e si rincorrono a catena. Il primo e più diretto è il calo delle rese: la scarsità d'acqua ha conseguenze evidenti soprattutto sulla resa dei raccolti, specie quando colpisce il periodo successivo alla fioritura, fase critica in cui le piante hanno il massimo bisogno di risorse idriche per completare la maturazione.
Ma la siccità non agisce da sola. A livello globale, secondo il nuovo Rapporto della Fao e della World Meteoroligical Organization, l'aumento delle temperature, le ondate di calore sempre più frequenti e prolungate e i cambiamenti climatici stanno già mettendo a repentaglio i mezzi di sussistenza rurali, le produzioni agricole, la salute del bestiame e la disponibilità idrica, con ricadute più evidenti per le fasce di popolazione più vulnerabili. Si genera così un meccanismo perverso che gli scienziati definiscono un circolo vizioso: per compensare le perdite di produzione causate da questi fenomeni, si rischia un'ulteriore espansione delle superfici coltivate, con conseguenti maggiori emissioni di gas serra che intensificano ulteriormente i cambiamenti climatici - alimentando, di nuovo, la siccità che si voleva contrastare.
C'è poi un effetto meno visibile ma altrettanto grave: il degrado della struttura stessa del suolo. Il cambiamento climatico aumenta il degrado del suolo in un vero e proprio circolo vizioso: l'eccessivo sfruttamento impatta sul cambiamento climatico che, a sua volta, si ripercuote sulla salute del suolo. Un suolo impoverito perde la capacità di trattenere acqua e nutrienti, diventando ancora più vulnerabile alla siccità successiva: una spirale che si autoalimenta, secondo dati dell'Enea
La responsabilità dell'agricoltura industriale
Qui arriviamo al nodo più delicato, e spesso meno raccontato: l'agricoltura non è soltanto vittima della crisi climatica, ne è anche una causa significativa.
A livello globale, il peso del settore agroalimentare sulle emissioni è enorme. Il sistema alimentare globale, che include tutte le emissioni generate lungo l'intera filiera dalla produzione fino al consumo, contribuisce per circa il 25-30% delle emissioni antropogeniche di gas serra, secondo il Rapporto Speciale dell'IPCC su cambiamenti climatici e uso del suolo. Circa il 23% delle emissioni di gas serra di origine umana proviene direttamente da agricoltura, silvicoltura e altri usi del suolo.
Le determinanti specifiche dell'agricoltura intensiva sono ben documentate. Secondo i dati italiani più recenti,nel 2023 le emissioni di gas serra derivanti dall'agricoltura sono state pari a 32,3 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, riconducibili soprattutto a fermentazione enterica del bestiame, gestione delle deiezioni animali, coltivazione delle risaie e gestione dei suoli agricoli con fertilizzanti azotati. A livello globale, l'allevamento intensivo di bovini e ovini è, insieme all'agricoltura, una delle principali fonti di emissioni pericolose per il pianeta: la metà di tutte le emissioni di metano, uno dei gas serra più potenti, proviene da bovini e risaie, come evidenziato dal Rapporto Speciale dell'IPCC su clima e territorio.
L'impatto dell'agricoltura convenzionale, però, non si limita alle emissioni: riguarda direttamente la salute fisica del suolo. I suoli in tutto il mondo si stanno degradando a causa di molteplici fattori di stress, tra cui le cattive pratiche di coltivazione basate sull'uso irrazionale di risorse idriche, diserbanti, fertilizzanti e fitofarmaci, oltre al taglio indiscriminato di alberi per fare spazio a nuovi terreni e alle siccità prolungate. Un suolo degradato è un suolo meno produttivo e meno capace di assorbire carbonio: ogni ettaro impoverito è, allo stesso tempo, meno cibo e più CO2 nell'atmosfera. (EAIEAI)
Le evidenze sperimentali su questo punto sono robuste e di lunga data. Un'analisi pubblicata su ScienceDirect,basata su esperimenti ventennali condotti in più paesi, è netta: da un'analisi su scala globale dello stato delle terre agricole emerge che l'agricoltura condotta con metodi agronomici convenzionali è la principale responsabile della degradazione dei suoli e delle emissioni di CO2 equivalente ascrivibili al settore agricolo. Gli esperimenti pluriennali condotti negli Stati Uniti, in Germania e in Russia dimostrano che l'aratura intensiva può depauperare dal 10 al 30% del carbonio contenuto nel suolo, e in generale il passaggio da sistemi naturali a sistemi coltivati produce perdite particolarmente rapide e intense, con circa il 30% del carbonio presente nel primo metro di suolo perduto nei primi 30-50 anni di coltivazione intensiva.
L'agricoltura biologica come via d'uscita
Di fronte a questo quadro, la letteratura scientifica più recente converge su un punto: i metodi agroecologici, e in particolare l'agricoltura biologica, non sono solo una scelta etica o di nicchia, ma una leva concreta di mitigazione climatica e rigenerazione del suolo.
Uno studiodel 2024 della Commissione europea, relativo all'analisi dei piani strategici della Politica Agricola Comune di 19 Stati membri, ha quantificato per la prima volta in modo sistematico questo potenziale: si stima che nel 2022 il settore agricolo europeo abbia emesso 366 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, pari all'11% delle emissioni totali di gas serra dell'Unione; le misure analizzate nei piani strategici potrebbero contribuire con un potenziale di mitigazione stimato fino a 31 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all'anno, ottenuto principalmente attraverso il sequestro del carbonio e la riduzione delle emissioni dal suolo. E tra le pratiche più efficaci individuate dallo studio, la rotazione e la diversificazione delle colture, l'espansione delle colture di copertura e la conversione all'agricoltura biologica risultano le tre pratiche che contribuiscono maggiormente al potenziale di mitigazione. Ancora più significativo è il dato sulla protezione dei pozzi di carbonio già esistenti: il sostegno al mantenimento dell'agricoltura biologica rappresenta da solo più della metà, il 54%, del potenziale di protezione stimato, seguito dalla gestione forestale al 22% e dalla protezione dei pascoli al 18%. Come ha commentato Eric Gall, vicedirettore di Ifoam Organics Europe, oltre a proteggere la salute degli agricoltori, le risorse idriche e la biodiversità riducendo l'uso di pesticidi sintetici, lo sviluppo dell'agricoltura biologica è essenziale anche per ridurre le emissioni provenienti dall'agricoltura e aumentare il sequestro del carbonio nel suolo.
Il legame tra biodiversità e capacità del suolo di trattenere carbonio è confermato anche da ricerche più strettamente agronomiche. Uno studio dell'Università di Helsinki ha mostrato che la crescita della biodiversità nei suoli agricoli favorisce l'aumento della biomassa vegetale e migliora le interazioni tra piante e microrganismi, due fattori che favoriscono lo stoccaggio del carbonio, confermando sperimentalmente l'esistenza di una relazione positiva tra il numero di specie vegetali presenti in un campo e alcune funzioni dell'ecosistema, come appunto il sequestro di carbonio nel suolo.
Certo, la transizione verso modelli più sostenibili richiede comunque pianificazione, conoscenza agronomica e gradualità.
Conclusione
I dati che emergono dalle ricerche più recenti disegnano un quadro coerente: la siccità non è soltanto un evento climatico che "capita" all'agricoltura, ma anche, in parte, una conseguenza del modo in cui l'agricoltura industriale ha sfruttato il suolo per decenni - attraverso l'aratura intensiva, la dipendenza dai fertilizzanti di sintesi, la riduzione della diversità colturale e il sovra-prelievo idrico. Rompere questo circolo vizioso significa intervenire proprio sulle cause, non solo sugli effetti.
In questo senso, l'agricoltura biologica si distingue dagli altri approcci proposti perché agisce simultaneamente su tre fronti che la ricerca individua come strettamente interconnessi: mantiene e promuove la biodiversità dei suoli e dei paesaggi agricoli, sostiene il sequestro di carbonio contribuendo alla mitigazione dei cambiamenti climatici, ed evita le pratiche - aratura intensiva, monocolture, uso massivo di agrochimici - che gli studi citati individuano come responsabili dell'impoverimento e dell'inaridimento dei terreni. Non è l'unica leva possibile per affrontare la crisi idrica e climatica che attanaglia l'agricoltura mondiale, ma i dati raccolti in occasione di questa Giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità suggeriscono che sia, a oggi, una delle più solidamente documentate.