10/20/2026 | Press release | Distributed by Public on 10/20/2026 06:34
Concretizzare l'impegno dell'Italia a vietare l'importazione di beni e servizi dagli insediamenti israeliani illegali della Cisgiordania, sostenendo al tempo stesso il tessuto economico palestinese. Un aiuto cruciale per le aziende e i piccoli produttori, da cui dipende la sussistenza di oltre 3 milioni di persone, oggi costretti a fare i conti con pesanti barriere e limitazioni insostenibili nella produzione ed esportazioni verso il mercato europeo.
Con questi obiettivi, si è svolto stamani a Roma l'incontro "Dall'economia di occupazione all'economia di liberazione", organizzato dalla coalizione di oltre 20 organizzazioni promotrici della campagna "Stop al commercio con gli insediamenti illegali".
L'iniziativa ha rappresentato un importante momento di riflessione sul progressivo soffocamento dell'economia palestinese nel Territorio Occupato, avvalendosi dei contributi di esponenti della società civile e delle categorie produttive locali. Mohammed Hmidat di Al Reef, organizzazione che affianca i produttori agricoli palestinesi, ha illustrato le numerose restrizioni commerciali imposte agli esportatori palestinesi, sia all'interno del Territorio Occupato sia sui mercati internazionali. Ruwa Jab di Pal Trade, rete che riunisce oltre 327 aziende palestinesi, ha invece evidenziato l'enorme potenziale di crescita che l'economia della Cisgiordania potrebbe esprimere sui mercati europei, in assenza degli ostacoli imposti dall'occupazione. Questa fotografia della crisi socioeconomica in Palestina è stata approfondita dagli interventi dell'economista Massimo Amato (Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente), che ha analizzato i fattori strutturali attraverso cui l'occupazione ha ostacolalo lo sviluppo economico palestinese; e di Basel Adra, membro di Global Echo e regista palestinese Premio Oscar per il film No Other Land, che ha raccontato come la violenza dei coloni incida su ogni aspetto della vita delle persone palestinesi: non solo con la distuzione delle abitazioni e delle infrastrutture civili, ma anche negando l'accesso ai diritti fondamentali come l'istruzione e le cure mediche.
"Le testimonianze raccolte oggi - spiegano le organizzazioni promotrici della campagna - mostrano chiaramente come le restrizioni dell'occupazione israeliana stiano strangolando l'economia palestinese. Dai vincoli sull'accesso a terra e risorse naturali, ai blocchi alla circolazione di persone e merci, non solo si impedisce lo sviluppo di imprese, cooperative e produttori locali, ma se ne mette a rischio l'esistenza stessa. È una situazione indicibile, su cui l'Unione europea non sta mettendo in campo nessuna strategia efficace, ma che priva milioni di persone dei propri mezzi di sussistenza e mina alla base le prospettive di uno Stato palestinese, perché senza sovranità economica non può esserci reale sovranità politica".
Dopo i saluti dell'ambasciatrice di Palestina, Mona Abuamara, l'incontro ha favorito un confronto politico con gli interventi di Stefania Ascari e Giuseppe Conte per il Movimento 5 Stelle, Laura Boldrini ed Elly Schlein per il Partito Democratico, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni per Alleanza Verdi e Sinistra. La delegazione palestinese, con Marwa El-Ansary di Oxfam, sarà inoltre ricevuta domani in audizione in Commissione esteri alla Camera all'interno di un calendario di incontri con le istituzioni europee e italiane. Un momento che assume un particolare rilievo, perché in queste settimane è all'esame del Parlamento la proposta di legge per lo stop al commercio gli insediamenti illegali in Cisgiordania, firmata dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico e nata dall'impegno delle organizzazioni promotrici dell'incontro.
Il settore privato palestinese resta oggi fondamentale per l'economia della Cisgiordania, con una produzione che spazia dall'olio d'oliva al sapone di Nablus, dai tessuti Tatreez a prodotti artigianali e alimentari. Tuttavia, imprese e piccoli produttori devono fare i conti con sempre più restrizioni. Le limitazioni all'accesso alla terra, all'acqua, alle infrastrutture e alla libertà di movimento incidono su ogni fase della produzione e della commercializzazione, aumentando costi, ritardi e incertezza. In tutta la Cisgiordania ad oggi sono presenti circa 942 ostacoli alla circolazione, tra posti di blocco, barriere e chiusure, che spesso aprono e chiudono senza preavviso, con un aumento del 33% rispetto al 2023. Sul totale, il 20% impedisce persino l'accesso ai terreni agricoli. Le comunità palestinesi possono contare su appena il 20% dell'acqua proveniente dalla principale falda acquifera della regione contro l'80% destinato a Israele. Le conseguenze economiche di questo status quo sono catastrofiche. Secondo l'UNCTAD, senza le restrizioni imposte da Israele il PIL della Cisgiordania, solo tra il 2000 e il 2024, sarebbe potuto crescere del 68% in più, evitando perdite economiche per circa 170 miliardi di dollari. Alle restrizioni si somma la violenza impunita dei coloni: tra gennaio e agosto 2026 si sono verificati oltre 1.600 attacchi contro le comunità palestinesi e le loro proprietà, con danni a raccolti, frutteti, infrastrutture agricole e costi aggiuntivi per le imprese. Ad incidere ci sono le restrizioni alle importazioni e all'export, procedure doganali complesse e la dipendenza dal sistema fiscale controllato da Israele. La sospensione dei trasferimenti delle entrate fiscali all'Autorità Nazionale Palestinese ha infatti aggravato la crisi economica, contribuendo ad accumulare arretrati per 1,82 miliardi di dollari verso il settore privato, riducendo il potere d'acquisto della popolazione.
"Nel parere consultivo del luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che l'utilizzo da parte di Israele delle risorse nel Territorio Palestinese Occupato è contrario al diritto internazionale, richiamando tutti gli Stati a non sostenere, con relazioni economiche e commerciali, questo stato di illegalità. - concludono le organizzazioni - Rimuovere gli ostacoli che frenano i produttori palestinesi e impedire i flussi commerciali che alimentano l'economia delle colonie rappresentano due azioni complementari e indispensabili per promuovere il rispetto del diritto e consentire uno sviluppo giusto e sostenibile in Palestina. Chiediamo al Parlamento di approvare senza ritardi la proposta di legge in esame della Commissione esteri della Camera: un atto che risponde a un preciso obbligo giuridico, non ad una mera opportunità politica. L'Italia deve inoltre attivarsi per sostenere il tessuto produttivo palestinese, e farsi promotrice in Europa del superamento dei blocchi commerciali causati dall'occupazione, facilitando l'acceso dei prodotti palestinesi al mercato unico, anche attraverso il recupero di negoziati per il rinnovo e adeguamento dell'Accordo di Associazione Ue- Palestina".
ACLI, ACS-NGO, Amnesty International Italia, ANPI, AOI, ARCI, Assopace Palestina, CISS, CNCA, COSPE, CRIC, Emmaus Italia, First Social Life, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Oxfam Italia, Pax Christi, Rete HUMUS, Rete Italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Vento di Terra.