ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

02/06/2026 | Press release | Distributed by Public on 02/06/2026 05:15

Bilancio, coalizione e leva: il nodo haredi in Israele

Con 62 voti a favore contro 55 voti contrari, mercoledì 28 gennaio 2026 la Knesset israeliana ha approvato la legge di bilancio per il 2026. Questo voto è avvenuto con due giorni di ritardo a causa dell'inasprirsi della disputa tra il governo e i partiti ultraortodossi sulla legge per l'esenzione degli ebrei ultraortodossi (chiamati in ebraico haredim) dall'esercito, che dal 2024 continua ad alimentare tensioni all'interno della coalizione. Anche se passata in prima lettura, la mancanza di un accordo sugli haredim rischia di compromettere, ancora una volta, la votazione del budget in seconda e terza lettura, obbligando il paese ad andare a elezioni anticipate rispetto alla scadenza naturale della legislatura, previst per ottobre 2026.

Il bilancio 2026: un test politico oltre che fiscale

La proposta approvata dalla Knesset prevede una spesa complessiva di 811,74 miliardi di shekel (circa 220 miliardi di euro) per l'anno fiscale 2026, in aumento rispetto ai 775,9 miliardi del 2025 (circa 212 miliardi di euro). L'incremento conferma come due anni e mezzo di guerra abbiano prodotto un ampliamento strutturale della spesa pubblica in Israele, in particolare nel settore della difesa. Per il 2026, la spesa militare prevista ammonta a 112 miliardi di shekel (circa 30,6 miliardi di euro), rispetto ai 109,8 miliardi del 2025 (circa 30 miliardi di euro) - una cifra che aveva già quasi raddoppiato i livelli pre-conflitto del 2023, attestati intorno ai 60 miliardi (16,4 miliardi di euro). È in questo contesto che va letta anche la decisione di fissare il limite massimo del deficit al 3,9% del PIL: una scelta che non si limita a registrare l'impatto della guerra, ma lo istituzionalizza, trasferendone i costi sul medio periodo.

Il bilancio è però anche uno strumento di pressione politica all'interno delle coalizioni al governo in Israele. Secondo la Legge Fondamentale (che in Israele svolge una funzione simile a quella costituzionale), la mancata approvazione della legge di bilancio entro il 31 marzo dell'anno fiscale in corso comporta, infatti, la dissoluzione della Knesset e l'indizione di elezioni entro tre mesi. Inoltre, la prima lettura del bilancio deve precedere di almeno 60 giorni la seconda e la terza. Questo meccanismo giuridico, un unicum al mondo, trasforma il bilancio in uno dei principali banchi di prova della tenuta della coalizione di governo, rendendolo uno strumento di pressione politica nelle mani dei partiti che la compongono, attraverso richieste settoriali e concessioni mirate. E così è avvenuto anche nella recente votazione: prevista inizialmente per lunedì 26 gennaio, l'approvazione del bilancio è stata posticipata dopo che i partiti haredi - Ebraismo Unito della Torah (UTJ), composto dalle fazioni Degel HaTorah e Agudat Yisrael, e Shas - hanno espresso riserve su una serie di modifiche al disegno di legge sull'arruolamento militare degli ultraortodossi, su cui la Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset lavora dal luglio 2024. A seguito di frenetici negoziati dell'ultimo minuto, conclusisi con l'impegno a completare la legge sulle esenzioni prima della seconda lettura del bilancio, Shas e Degel HaTorah hanno sostenuto il disegno di legge, mentre i tre deputati di Agudat Yisrael hanno votato contro.

La questione della leva degli haredim

La questione dell'esenzione degli haredim dalla leva obbligatoria si protrae da tempo, ma negli ultimi anni è diventata sempre più centrale e polarizzante, soprattutto dopo il 7 ottobre. Da un lato, il prolungarsi della guerra a Gaza ha accentuato la necessità di nuove leve per sostituire riservisti impiegati ininterrottamente per mesi; dall'altro, si è aggravato un nodo giuridico rimasto irrisolto per decenni.

L'esenzione degli ultraortodossi nasce infatti come questione giuridica: decisa all'indomani dell'indipendenza di Israele nel 1948 sulla base del principio di Torato Omanuto ("la Torah è la mia professione"), è stata più volte oggetto di interventi legislativi dopo che, nel 1998, la Corte Suprema stabilì che il Ministero della Difesa non poteva essere l'autorità competente a concedere esenzioni. Da allora, la Knesset ha tentato ripetutamente di regolare la materia con leggi ad hoc, sistematicamente bocciate dalla Corte per violazione del principio di uguaglianza, con il risultato che la leva haredi è stata di fatto disciplinata tramite disposizioni temporanee e continui rinvii. Nel 2024 arriva la svolta: con la scadenza della legge che esentava gli studenti delle yeshivot(le scuole rabbiniche) dal servizio nelle Forze di Difesa Israeliane (IDF) nel 2023 e il conseguente vuoto normativo, nel giugno 2024 l'Alta Corte di Giustizia ha stabilito che, in assenza di una norma di esenzione valida, la Legge sul Servizio di Sicurezza deve applicarsi in modo eguale a tutti i cittadini israeliani, compresi gli ultraortodossi.

Dopo la sentenza, il governo ha affidato alla Commissione Affari Esteri e Difesa il compito di elaborare una soluzione che potesse tenere insieme tre esigenze difficilmente conciliabili: rispettare i requisiti imposti dalla Corte, rispondere alle necessità operative delle forze armate e ottenere il consenso dei partiti ultraortodossi. Per gli ebrei ultraortodossi, l'esenzione dal servizio militare non rappresenta un semplice privilegio, ma una questione esistenziale: l'arruolamento è percepito come una minaccia diretta allo studio della Torah e come un'esposizione alla modernità che potrebbe portare molti giovani ad abbandonare la comunità. Non a caso, negli ultimi mesi si sono moltiplicate proteste di piazza, spesso violente, accompagnate da slogan come "meglio morire che trasgredire" e da accostamenti tra l'arruolamento nelle IDF e l'Olocausto.

Parallelamente, anche la pressione politica è cresciuta. I partiti ultraortodossi Shas e UTJ, entrati nella coalizione di Netanyahu nel 2022, hanno progressivamente irrigidito la loro posizione. Nell'estate del 2025, in assenza di progressi concreti sulla legge di esenzione, hanno formalmente abbandonato la coalizione, lasciando il governo in minoranza, pur continuando a sostenerlo dall'esterno su singole votazioni. Da allora, la minaccia di far cadere il governo è rimasta sul tavolo, come dimostrato anche dalle tensioni legate alla recente votazione sul bilancio.

Sul piano legislativo, l'iter della nuova legge resta altamente incerto. Intervenendo durante una riunione settimanale del governo, il segretario di gabinetto Yossi Fuchs (Likud) ha dichiarato che il disegno di legge sulla regolamentazione della leva degli ultraortodossi potrebbe essere portato in plenaria alla Knesset nelle prossime settimane. Tuttavia, nonostante il sostegno del primo ministro Benjamin Netanyahu, il futuro del provvedimento resta tutt'altro che garantito. La versione più recente del disegno di legge, presentata dal presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa Boaz Bismuth (Likud), introduce misure volte ad aumentare formalmente il numero di arruolamenti haredi, ma al tempo stesso consolida l'esenzione per gli studenti delle yeshivot a tempo pieno. Proprio per questo, il testo è stato duramente criticato dai vertici delle IDF e dalla procuratrice generale, che lo considerano ricco di scappatoie e incapace di produrre un aumento significativo delle leve.

A oggi, circa 80.000 uomini ultraortodossi tra i 18 e i 24 anni risultano teoricamente idonei al servizio militare, ma non arruolati, mentre le IDF stimano di avere urgente bisogno di almeno 12.000 nuove reclute. Ma la leva rappresenta solo la punta dell'iceberg di una questione ben più ampia, che riguarda il rapporto tra la società haredi, l'economia e la sostenibilità dello Stato israeliano.

La società haredim tra sfide economiche e sociali

Sebbene l'esenzione dal servizio militare rappresenti oggi il nodo più visibile nel rapporto tra la comunità ultraortodossa, il resto della società e lo Stato, essa costituisce solo una delle dimensioni della questione haredi. La popolazione haredi, che oggi rappresenta il 14,3% della popolazione israeliana, è la fetta della società israeliana con il tasso di crescita più alto (circa 4,2%), con prospettive di toccare il 16% entro il 2030. Questo aspetto demografico si traduce soprattutto sul piano economico, dove emergono le implicazioni più strutturali, in particolare per quanto riguarda la partecipazione degli haredim al mercato del lavoro. Secondo un recente studio dell'Israel Democracy Institute, solo il 54% degli uomini haredi risulta oggi occupato, contro l'86% degli uomini ebrei non ultraortodossi (i dati dell'occupazione sono invece quasi identici per quanto riguarda le donne - haredi e non- poiché nella società haredi queste ultime tendono a lavorare al posto dei mariti). Questo divario è in parte riconducibile al fatto che una quota significativa degli uomini haredi dedica gli anni centrali dell'età lavorativa allo studio a tempo pieno della Torah nelle yeshivot, una condizione che, fino alla decisione della Corte Suprema, costituiva il presupposto giuridico per l'esenzione dal servizio militare e che, di fatto, ha limitato per decenni la possibilità di svolgere un'attività lavorativa regolare, soprattutto in giovane età. In generale, la bassa partecipazione degli uomini haredi al mercato del lavoro è il risultato di un insieme di fattori strutturali, tra cui un sistema educativo orientato quasi esclusivamente allo studio religioso e privo di formazione in discipline scientifiche e "moderne", forti pressioni comunitarie che scoraggiano l'integrazione nella società secolare e un assetto di incentivi economici statali che, nel tempo, ha reso poco conveniente l'ingresso in un'occupazione stabile.

Il sostegno pubblico al modello di vita ultraortodosso viene fatto, infatti, attraverso sussidi diretti destinati agli studenti delle yeshivot e agli uomini sposati che studiano nei kollelim (chiamati avreichim), nonché trasferimenti indiretti legati allo status socioeconomico. Gli ultraortodossi, infatti, sono la fascia di popolazione più povera, con un tasso di povertà del 33% nel 2023, contro il 14% del resto della popolazione. Proprio perché le famiglie haredi sono sovrarappresentate nelle fasce di reddito più basse, esse beneficiano di trasferimenti che superano la loro quota relativa nella popolazione. Tra questi figurano assegni familiari, sussidi per l'infanzia, agevolazioni fiscali per famiglie numerose, sostegni al reddito e assistenza per spese come affitto e imposte municipali. Inoltre, secondo alcuni studi, una famiglia ultraortodossa riceve in media un sostegno netto pari a circa 6.100 shekel al mese (in termini reali del 2018, circa 1670 euro), al netto delle imposte versate e al di fuori dei beni pubblici e delle infrastrutture. Su base annua, ciò equivale a circa 73.500 shekel per famiglia (circa 20 mila euro), per un totale stimato di circa 14,5 miliardi di shekel all'anno di sostegno netto a favore delle famiglie ultraortodosse (circa 3,9 miliardi di euro). Anche questo aspetto è stato però toccato dalla questione della leva: con la decisione della Corte Suprema nel 2024, la Procuratrice Generale ha ordinato lo stop ai sussidi agli asili per coloro che si sono rifiutati di entrare a far parte dell'esercito.

Questo assetto ha implicazioni dirette sul piano fiscale. Nel 2023 ciascun individuo haredi ha versato in media solo il 28% delle imposte dirette pagate da un ebreo non ultraortodosso. Pur rappresentando circa il 14% della popolazione ebraica in età lavorativa, gli haredim hanno contribuito solo al 4% delle entrate fiscali dirette. Se le attuali tendenze demografiche e occupazionali dovessero proseguire, entro il 2048, essi costituiranno circa un quarto della popolazione in età lavorativa, contribuendo tuttavia a meno del 10% del gettito fiscale diretto.

Un nodo destinato a riemergere

La questione della leva haredi continua a fungere da catalizzatore di tensioni più profonde, che riguardano non solo l'equilibrio interno alla coalizione, ma il rapporto tra Stato, welfare e un gruppo demograficamente in rapida crescita e solo parzialmente integrato nel mercato del lavoro. Se gli esiti delle prossime letture del bilancio e dell'iter legislativo sulla leva restano incerti, una cosa appare già chiara: senza un ripensamento più ampio del modello di integrazione economica e sociale della popolazione ultraortodossa, le tensioni emerse negli ultimi anni sono destinate a ripresentarsi, con costi politici, sociali e fiscali crescenti per lo Stato israeliano.

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