ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

03/17/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/17/2026 10:49

Libano, la guerra nella guerra

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sull'Iran e lo Stretto di Hormuz, in Libano si combatte una guerra nella guerra: lo scorso 12 marzo, l'esercito israeliano ha diffuso un ordine di evacuazione di portata inedita dai tempi del conflitto tra Israele e Hezbollah del 2006. "Rimanere a sud del fiume Zahrani potrebbe mettere in pericolo la vostra vita e quella delle vostre famiglie" ha dichiarato il portavoce arabo dell'esercito israeliano, Avichay Adraee. L'ordine implica lo svuotamento di oltre il 14% dell'intero territorio libanese, in un'area che si estende fino a 40 chilometri dal confine israeliano, includendo i principali centri abitati di Tiro e Nabatieh. Secondo le organizzazioni umanitarie, nelle ultime due settimane quasi una persona su cinque in Libano è stata sfollata, mentre il numero totale ha superato il milione. Il ritmo con cui le persone sono state obbligate a lasciare le proprie case ha abbondantemente superato le capacità di accoglienza. Molte famiglie non trovano un alloggio e trascorrono le notti per strada, in auto o in spazi pubblici, mentre i rifugi collettivi si riempiono. Intanto, Israele ha annunciato un'operazione di terra con cui intende assestare a Hezbollah il colpo finale che non era arrivato durante la guerra del 2024, malgrado la decapitazione dei vertici della milizia sciita e l'uccisione del leader Hassan Nasrallah. Finora, intanto, i bombardamenti hanno preso di mira obbiettivi legati a Hezbollah, ma anche i civili: secondo le autorità libanesi, si contano già oltre 700 morti, tra cui circa 100 bambini. Durante un vertice con i comandi militari, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha avvertito che i residenti libanesi sfollati "non torneranno alle loro case a sud della zona di Litani finché non sarà garantita la sicurezza dei residenti nel nord [di Israele]". Il messaggio politico è chiaro: la sicurezza del nord di Israele viene prima di tutto.

Una tregua senza tregua?

La situazione libanese è diversa da quella degli altri fronti della guerra regionale in corso. L'accordo per il cessate il fuoco raggiunto con Tel Aviv nel novembre 2024 prevedeva il disarmo di Hezbollah, ma le autorità libanesi non hanno potuto applicarlo a causa del rifiuto della milizia sciita. Di conseguenza, le forze israeliane hanno mantenuto il controllo su cinque posizioni nel Libano meridionale. Da allora, quasi ogni giorno si sono registrate operazioni israeliane, nonostante il cessate il fuoco formalmente in atto. Dopo l'attacco israelo-americano all'Iran dello scorso 28 febbraio, Hezbollah ha fornito a Israele un pretesto per riprendere la guerra, lanciando alcuni razzi in risposta all'uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei. Molti libanesi hanno accusato il gruppo paramilitare di scelta "suicida" e di voler trascinare il Paese in un nuovo conflitto contro Israele. Nel tentativo estremo di scongiurare l'invasione, il Primo Ministro Nawaf Salam ha affermato che l'attacco di Hezbollah dimostra disprezzo per "la volontà della maggioranza dei libanesi" dichiarando che avrebbe vietato tutte le attività militari di gruppi armati "operanti al di fuori dell'autorità dello Stato". In quelle stesse ore, il Segretario generale dell'Onu Antonio Guterres volava a Beirut per invocare la fine delle ostilità e denunciare che il popolo libanese stava per essere "trascinato" in una guerra che non voleva.

Il Libano come Gaza?

Nell'annunciare l'inizio della tanto temuta offensiva di terra in Libano, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz è stato inequivocabile: ha ordinato all'esercito di distruggere "l'infrastruttura del terrore nei villaggi vicino al confine, proprio come abbiamo fatto con Hamas a Gaza". Non è il primo membro del governo israeliano a tracciare questo paragone. A differenza degli anni tra il 1982 e il 2000, quando Israele occupava parte del sud del Libano, "stavolta l'esercito ha allontanato la popolazione garantendosi piena libertà d'azione e riducendo il rischio che operazioni di guerriglia emergano dai villaggi" spiega Yagil Levy, direttore dell'Open University Institute for the Study of Civil-Military Relations in Israele. Secondo Levy, lo schema riprende la strategia militare messa a punto a Gaza, dove Israele ha costretto i palestinesi in un'area che copre circa metà del territorio originario della Striscia. Questa strategia, aggiunge Levy, "sta prendendo forma anche in Cisgiordania, come dimostrano le regole di ingaggio più flessibili e l'autorità concessa alle milizie di coloni per allontanare dai lor villaggi e dalle loro case le comunità civilipalestinesi". Ciononostante, la nuova campagna di terra solleva interrogativi sulla capacità di Israele di combattere su più fronti per un lungo periodo, soprattutto con un esercito di riservisti già stremato da due anni e mezzo di guerra.

Ridefinire gli equilibri?

Se il 'modello' da seguire è Gaza, non stupisce che l'ordine di evacuazione abbia scatenato il panico nei villaggi del sud del Libano. Il timore di una spirale di violenze è tale che i leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Canada, in una dichiarazione congiunta, hanno avvertito che un'offensiva di terra israeliana di vasta portata avrebbe "conseguenze umanitarie devastanti" e che "deve essere evitata". Dalla sua, il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che è pronto a ospitare a Parigi una mediazione e secondo Axios. Esisterebbe già una bozza di piano dettagliato per un cessate il fuoco e il disarmo di Hezbollah in cambio del riconoscimento formale di Israele da parte di Beirut. Tuttavia, secondo Haaretz, Israele non avrebbe aderito al progetto. Intanto, centomila soldati dell'Idf sono al confine, pronti a invadere, mentre l'aviazione continua il martellamento di Beirut. Il quadro che emerge è quello di una strategia israeliana coerente: sfruttare la finestra aperta dal confronto con l'Iran per ridefinire gli equilibri regionali. Tuttavia, la decisione di lanciare la prima operazione di terra dimostra anche quanto sia difficile sradicare gruppi come Hezbollah. Inoltre, solleva interrogativi su quanto Israele e gli Stati Uniti possano effettivamente ottenere contro l'Iran senza schierare truppe sul terreno. "Né le campagne di terra né quelle aeree sono efficaci per sconfiggere un movimento armato locale" osserva Randa Slim, direttrice del programma per il Medio Oriente dello Stimson Center: "Gli americani ci hanno provato in Afghanistan e hanno fallito. Gli israeliani ci provano in Libano dal 1982 contro Hezbollah e hanno fallito allo stesso modo".

Il commento

Di Luigi Toninelli, ISPI Junior Research Fellow

"I bombardamenti e le prime incursioni terrestri da parte di Tel Aviv hanno provocato una grave crisi umanitaria. Tuttavia, la posta in gioco è ben più ampia. Se da un lato questa guerra contribuisce a isolare ulteriormente Hezbollah, dall'altro mette a nudo tutte le fragilità dello stato libanese. È così che, giorno dopo giorno, la posizione del governo libanese si indebolisce: troppo fragile per disarmare Hezbollah autonomamente, troppo isolato per fermare l'occupazione israeliana, troppo paralizzato dalle dinamiche della competizione politica interna per immaginare un futuro alternativo per il proprio sistema. In un contesto in cui bisognerebbe tendere una mano a Beirut, Washington e Tel Aviv sembrano invece sacrificare il destino del paese sull'altare di una lotta all'ultimo sangue con Hezbollah. È anche per questo che, tra l'occupazione israeliana e il rischio di una nuova guerra civile, il destino del Libano appare oggi appeso a un filo".

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