ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

02/24/2026 | Press release | Distributed by Public on 02/24/2026 11:51

Ucraina: senza pace

Quattro anni fa, il 24 febbraio del 2022, Vladimir Putin lanciava un'invasione su larga scala dell'Ucraina pensando che l'esercito russo avrebbe conquistato il paese nell'arco di pochi giorni. Da allora, "l'operazione speciale" del Cremlino è tuttora in corso e non sembra aver raggiunto nessuno degli obiettivi che si era prefissa. Non il rovesciamento del governo di Kiev, che ha resistito a pressioni e minacce, non l'annientamento delle difese ucraine né l'annessione del territorio, di cui la Russia controlla ancora poco meno del 20%. Quella che nelle intenzioni di Mosca doveva essere una blitzkrieg è stata sventata dalla reazione degli ucraini che hanno dimostrato al mondo fino a che punto sono disposti a difendersi. Nei primi mesi del conflitto, centinaia di migliaia di civili si sono offerti volontari per arruolarsi e hanno respinto gli occupanti dalle regioni di Kiev e Chernihiv, nel nord del Paese. In sei mesi, l'esercito ucraino aveva liberato anche la regione di Kharkiv, nel nord-est, e Kherson, nel sud. La comunità internazionale non ha avuto altrettanto coraggio. Con aiuti troppo lenti, limitati e frammentati, l'Ucraina è stata costretta a combattere una prolungata guerra di logoramento. Ai suoi abitanti - ancora oggi al freddo, al buio e sotto i bombardamenti - non rimane altro che accettare le perdite e sostenere la resistenza. Mentre la guerra entra nel suo quinto anno, nonostante i proclami, il negoziato si fa ancora con le armi, prima ancora che ai tavoli. Come sul fronte, anche nelle trattative Kiev resiste, rifiutando un accordo svantaggioso e ingiusto eben sapendo che i compromessi che alimentano l'impunità degli aggressori non porteranno a una pace duratura.

Putin non può permettersi la pace?

Per il Cremlino, quattro anni dopo, la guerra è insieme una scelta e un obbligo. Putin sperava di sfruttare il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca per chiudere rapidamente un'intesa che riconoscesse a Mosca una posizione di vantaggio e sancisse le "cause profonde" del conflitto: esclusione dell'Ucraina dalla Nato, nessuna presenza militare occidentale sul territorio ucraino, riconoscimento delle annessioni anche oltre le linee di territorio effettivamente controllate. Ma i colloqui avviati a maggio del 2025 sotto l'egida degli inviati statunitensi non hanno attenuato le richieste russe, che restano massimaliste e inaccettabili per Kiev. Mentre si consuma questo braccio di ferro, osserva Le Monde, Putin appare prigioniero della "logica di guerra": dopo aver trasformato il conflitto in una sfida esistenziale contro l'Occidente, ogni arretramento per lui avrebbe un costo politico elevatissimo. Da qui il suo silenzio di fronte alle pressioni americane su Venezuela, Iran e Cuba, offrendo scarso supporto a questi alleati storici, ma lontani. La sua priorità rimane l'Ucraina. Sta guadagnando tempo fingendo negoziati senza alcuna reale volontà di raggiungere un accordo se non alle sue condizioni. Nel frattempo, continua a esercitare una costante pressione di polizia e giudiziaria sulla società russa, per cercare di impedirle di soccombere al dubbio. Intanto il conflitto è diventato parte dell'architettura del potere russo, giustificazione della repressione interna e motore di un'economia sempre più dipendente dal complesso militare-industriale. Una strategia che consolida la postura negoziale, ma al prezzo di un progressivo indebolimento strutturale.

Europa: a Kiev a mani vuote?

Nell'anniversario dei quattro anni dall'inizio della guerra, l'Europa si presenta a Kiev proiettando un'immagine politicamente forte, ma strategicamente vulnerabile. Ursula von der Leyen e Antonio Costa rappresentano un blocco che, nei numeri, ha assunto il ruolo di principale sostenitore dell'Ucraina - quasi 200 miliardi di euro tra aiuti economici, militari e umanitari - ma che sul piano decisionale continua a scontrarsi con il vincolo dell'unanimità . Il veto di Viktor Orbán e Robert Fico sul nuovo pacchetto di sanzioni e sul prestito da 90 miliardi di euro promessi a Kiev rivela il limite dei processi decisionali a 27, in cui una minoranza può bloccare scelte cruciali in un momento decisivo. Le tensioni hanno a che fare con il mancato arrivo di petrolio russo in transito dall'Ucraina per via di danni all'oleodotto di Druzhba provocati dalla guerra. Il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjártó ha ribadito che il veto rimarrà finché il transito di greggio non sarà ripreso. La questione è chiaramente politica. L'aut aut è legato alla campagna elettorale in corso in Ungheria, dove il 12 aprile si voterà per il rinnovo del Parlamento. L'esito del voto è incerto, come è incerto il futuro del premier Orbán. Il paradosso è altrettanto evidente: mentre Bruxelles rivendica di aver sostituito Washington come principale contributore allo sforzo bellico ucraino, l'efficacia di quel sostegno rischia di essere compromessa da singoli governi che, per ragioni elettorali o strategiche, scelgono di utilizzare il dossier ucraino come leva negoziale. E la domanda che si impone non è solo se l'Europa si sia presentata a Kiev "a mani vuote", ma se disponga degli strumenti per incidere davvero sull'esito di una guerra che continua a ridefinire l'ordine del continente.

Kiev vuole la fine, non solo una pausa?

Intanto, sul terreno, l'esercito ucraino ha riconquistato circa 200 chilometri quadrati e otto insediamenti lungo il fronte meridionale, segnale che la linea del fronte non è del tutto paralizzata e che Mosca non ha consolidato in modo irreversibile le proprie posizioni. L'avanzata - confermata dal think tank statunitense Institute for the Study of War - smentisce la propaganda russa secondo cui la resistenza ucraina sarebbe allo stremo e l'avanzata di Mosca inevitabile. In realtà le forze russe avanzano, ma molto lentamente e a costi umani altissimi. Un rapporto del mese scorso del Center for Strategic and International Studies ha stimato che il numero totale di vittime da entrambe le parti potrebbe raggiungere i 2 milioni entro la primavera, con la Russia che ha subito le perdite di truppe più elevate tra le grandi potenze in un conflitto dalla Seconda guerra mondiale. Parallelamente, Kiev ha annunciato la possibilità di un nuovo round di negoziati tra il 26 e il 27 febbraio, a cui il Cremlino non ha ancora confermato la propria partecipazione. È il doppio binario che caratterizza questa fase: avanzate tattiche e diplomazia intermittente. Ma la leadership ucraina guarda con cautela a ogni ipotesi di cessate il fuoco. Una tregua priva di garanzie solide rischierebbe infatti di congelare il conflitto senza risolverlo. È la posizione ribadita con nettezza da Volodymyr Zelensky in un'intervista esclusiva oggi al Financial Times in cui spiega che per Kiev la posta in gioco non è una sospensione delle ostilità, ma una pace che non legittimi l'aggressione e non prepari il terreno al prossimo conflitto: "La guerra potrebbe riprendere. Un cessate il fuoco potrebbe collassare", spiega il leader ucraino, ribadendo quello che ripete ormai da quattro anni: "Non abbiamo bisogno di una pausa, abbiamo bisogno che la guerra finisca".

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