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ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

03/05/2026 | Press release | Distributed by Public on 03/05/2026 11:21

Trump: da colomba a falco

Da "con me non ci saranno mai guerre" a "li stiamo annichilendo sotto bombardamenti incessanti": la parabola di Donald Trump, da campione della non belligeranza a falco interventista, lascia sconcertati anche molti osservatori attenti della politica americana. Se l'attacco all'Iran è senza dubbio la principale operazione militare dispiegata dal presidente, rappresenta però solo l'ultimo capitolo di un più ampio capovolgimento della sua retorica sulla guerra. Dall'inizio della sua seconda presidenza sono già sette i paesi bombardati dagli Stati Uniti in giro per il mondo (prima dell'Iran c'erano stati Somalia, Iraq, Yemen, Siria, Nigeria e naturalmente Venezuela, con la cattura e deportazione di Nicolas Maduro). E questo nonostante Trump continui a presentarsi come un presidente di pace: insignito del FIFA Peace Prize - premio creato ad hoc dall'amico e presidente della federazione Gianni Infantino dopo la mancata assegnazione del Nobel - e promotore di un controverso Board of Peace. Nei fatti, però, la sua azione sembra andare nella direzione opposta. "Non escludo l'invio di truppe di terra", ha dichiarato il tycoon, aggiungendo che il conflitto potrebbe durare "da quattro a cinque settimane" - oppure "molto di più". Intanto quella che era stata presentata come una guerra "limitata" inizia ad assomigliare sempre più a una campagna militare senza un epilogo all'orizzonte.

Un falco travestito da colomba?

Quando entrò in politica, Trump si presentò come vendicatore contro un establishment responsabile, a suo dire, di aver "trascinato gli Stati Uniti" in guerre costose in termini di vite umane e risorse economiche. Nel 2011 scrisse sui social che, per essere rieletto, Barack Obama avrebbe potuto "iniziare una guerra con l'Iran". Nel 2016 definì l'invasione dell'Iraq da parte di George W. Bush "un grande, grosso errore" e sostenne che il cambio di regime imposto a Baghdad fosse stato "un fallimento assoluto e comprovato". Durante il suo primo mandato, Trump aveva dispiegato il suo 'talento' incontrando tutti i leader più controversi, da Kim Jong Un a Vladimir Putin ai Talebani, suggerendo di poter concludere accordi laddove altri avrebbero usato la forza bruta. E nei primi mesi del suo secondo mandato - dopo una campagna elettorale passata a ribadire che avrebbe posto fine a tutte le guerre in 24/48 ore - aveva schernito i 'nation builders' neoconservatori, che avevano lasciato dietro di loro solo macerie. Alla luce degli sviluppi recenti, però, la domanda appare legittima: le sue erano critiche di comodo? Trump è sempre stato un falco travestito da colomba? Di certo l'inversione di rotta ha provocato forte fibrillazione all'interno del movimento MAGA. Diversi podcaster e influencer hanno preso le distanze dall'avventurismo internazionale dell'amministrazione e lo streamer Nick Fuentes, controverso beniamino della galassia dell'estrema destra americana, ha sostenuto che l'attacco all'Iran sarebbe sempre stato parte del piano. Fuentes ha invitato i suoi sostenitori a non votare per i repubblicani alle prossime elezioni di metà mandato: "Devono perdere, devono schiantarsi al suolo e bruciare", ha dichiarato durante una diretta.

Perché gli Usa sono entrati in guerra?

Il malumore non è circoscritto al mondo degli influencer conservatori. Se i sondaggi confermano che la guerra non è ben vista dalla maggioranza degli americani, anche al Congresso cresce la fronda repubblicana contraria alla guerra. I senatori e deputati Thomas Massie e Rand Paul hanno chiarito che un conflitto con l'Iran "non è America First". Tuttavia, un tentativo di limitare i poteri del presidente in materia militare è stato affossato al Senato. La domanda che continua a serpeggiare nei corridoi di Capitol Hill è semplice: perché gli Stati Uniti sono entrati in una guerra dagli obiettivi poco chiari e potenzialmente irraggiungibili attraverso una campagna aerea? L'incertezza riguarda sia le cause sia gli obiettivi del conflitto. I funzionari dell'amministrazione hanno fornito spiegazioni diverse e talvolta contraddittorie. Trump ha invitato gli iraniani a sollevarsi contro il regime e ha evocato l'idea di una nuova pace in Medio Oriente; il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha invece insistito sul fatto che l'operazione non mira a un cambio di regime. Il vicepresidente JD Vance, da parte sua, ha dichiarato che l'obiettivo degli Stati Uniti è quello di garantire che "l'Iran non possa possedere un'arma nucleare". Tra le dichiarazioni discordanti, però, ce n'è stata una che ha provocato più clamore delle altre: in un'intervista al Guardian Marco Rubio ha lasciato intendere che la tempistica dell'attacco possa essere stata in parte dettata da Israele. Tra le crescenti critiche da parte di oppositori e alleati, il sospetto che Washington possa essersi fatta trascinare in un'operazione avventata dal governo di Benjamin Netanyahu è circolato al punto che Trump è stato costretto a smentirla: "Semmai sono io che ho forzato la mano a Israele", ha detto, costringendo il Segretario di Stato a correggere il tiro. Ma il danno ormai era fatto. Il risultato è un quadro strategico poco leggibile, alimentato anche dalle tensioni interne al campo repubblicano. La deputata Marjorie Taylor Greene lo ha sintetizzato in termini brutali: "Non siamo più una nazione divisa tra destra e sinistra, ma tra chi vuole fare guerre per Israele e chi vuole solo la pace".

Inversione pericolosa?

Indipendentemente dalle ragioni che lo hanno portato a deciderla, la campagna contro l'Iran rappresenta probabilmente la scommessa più grande della seconda presidenza Trump. Il suo consenso è già ai minimi e mentre i temi che in passato avevano sostenuto la sua popolarità - come l'economia e l'immigrazione - si trasformano in fattori di debolezza, i repubblicani guardano con preoccupazione alle elezioni di metà mandato. In questo contesto, Trump sta legando la propria eredità politica - e forse il destino del suo partito - a un conflitto dagli obiettivi vaghi e dai rischi potenzialmente enormi. Ma il presidente - al secondo e ultimo mandato - sembra meno sensibile ai calcoli elettorali. "Come spesso accade ai presidenti americani nella fase finale della loro carriera - osserva The Economist - Trump sta scoprendo che la politica estera offre più spazio di manovra rispetto a un Congresso diviso". Inoltre, consiglieri per la sicurezza nazionale che un tempo frenavano i suoi impulsi - come John Kelly, Jim Mattis e Mark Milley - sono stati sostituiti dai fedelissimi Pete Hegseth e Stephen Miller, che lo incoraggiano attivamente. Al contrario, ha spesso sostenuto che la pace possa essere raggiunta proprio "attraverso la forza". Ma la forza, come sempre accade, presenta il conto. Nelle prime ore del conflitto un attacco alla scuola elementare di Shajareh Tayyebeh, a Minab nel sud-ovest dell'Iran, ha provocato almeno 168 morti, la maggior parte dei quali bambine tra i sette e i dodici anni. Il paradosso è tutto qui. Trump aveva promesso di governare come un "presidente di pace". Oggi è, a tutti gli effetti, un presidente di guerra.

Il commento

Di Ugo Tramballi, ISPI Senior Advisor

"In fondo Bibi Netanyahu aveva le sue ragioni per scatenare questa nuova crisi mediorientale. L'egemonia regionale d'Israele non può essere completata fino a che sopravvive il regime degli ayatollah. Ma Trump? Appena sei giorni fa al Congresso, nell'ora e 47 minuti del suo discorso sullo stato dell'Unione - il più lungo nella storia dei presidenti - Donald Trump aveva dedicato alla minaccia iraniana solo tre minuti. Una settimana più tardi continua a non dare spiegazioni valide, credibili, per aver spinto l'America a combattere come i suoi predecessori che sbeffeggiava, l'ennesima guerra mediorientale senza fine". Continua a leggere.

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