Ministry of the Interior of the Italian Republic

05/18/2026 | Press release | Distributed by Public on 05/18/2026 01:21

«Quella mail di Salim contro i cristiani. Non è solo un folle»

18 Maggio 2026
Intervista del ministro Piantedosi a il Giornale

di Gabriele Barberis

Preoccupato per un fatto straordinario, senza precedenti in Italia.
Sono le cinque del pomeriggio di ieri quando il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi sale nell'auto che lo riporta a Roma dopo il vertice in prefettura a Modena sul caso della vettura trasformata in una bomba contro i passanti. Si dice «rinfrancato» dall'incontro con prefetto, procuratore, forze di polizia, sindaco e presidente della Regione Emilia-Romagna. «Ho respirato l'aria dei servitori dello Stato» gli sfugge un sorriso di soddisfazione. Abito grigio, camicia bianca e cravatta azzurra, risponde alle domande del Giornale.

Ministro Piantedosi, chi è veramente Salim, l'attentatore di Modena?
«È figlio di immigrati marocchini, nato a Bergamo, cittadino italiano, laureato. È un soggetto a cui è stato diagnosticato un disturbo schizoide della personalità e questo rende più complesso inquadrare la vicenda. Ha manifestato rancore e insoddisfazione per la propria condizione lavorativa e sociale. In una email indirizzata alla sua università ha proferito frasi contro i "bastardi cristiani" e altre espressioni blasfeme, per poi chiedere scusa. Potrebbe essere stato animato da un odio connesso al risentimento per aver ritenuto di aver subito discriminazioni. Allo stato degli atti, non ha dato segnali di radicalizzazione islamista strutturata, non risultando appartenente a reti di propaganda fondamentalista. Dalle perquisizioni e dalle analisi dei telefoni, al momento, non emergerebbero elementi riconducibili al profilo classico del terrorista che pianifica azioni violente. Ma l'esatto inquadramento lo avremo quando gli inquirenti completeranno il loro lavoro e, in ogni caso, tutto questo non può portare a liquidare l'attacco come il gesto di un folle isolato.
Parliamo comunque di un'aggressione deliberata contro civili inermi, di una gravità assoluta, che pone interrogativi profondi sul disagio sociale, sull'integrazione e sui percorsi identitari di alcune seconde generazioni. Sarebbe un errore archiviare tutto con una spiegazione semplicistica o rassicurante».

Da tempo il Viminale tiene la guardia alta sui cosiddetti lupi solitari. Anche Salim rientra in questa categoria o siamo solo nel campo dell'assoluta imprevedibilità di azioni inimmaginabili?
«La minaccia dei "lupi solitari" è oggi una delle più insidiose. Parliamo di individui che spesso si radicalizzano in solitudine, consumano propaganda online e colpiscono senza una struttura organizzata alle spalle. Questo rende molto più difficile prevenire ogni singolo gesto. Intelligence, controllo del territorio e monitoraggio dei processi di radicalizzazione restano strumenti decisivi e l'Italia, sotto questo profilo, dispone di un sistema di prevenzione tra i più avanzati in Europa. Come ho detto, però, in questo caso è ancora troppo presto per avere un quadro definitivo. Le indagini sono in corso e bisogna consentire all'Autorità giudiziaria di svolgere tutti gli accertamenti necessari senza conclusioni affrettate».

L'auto lanciata sulla folla, l'aggressione con il coltello: un copione che ha già insanguinato l'Europa. Com'è possibile discernere la replica di un modello di attacco jihadista da un effetto emulazione su una mente labile?
«L'episodio resta gravissimo in ogni caso. Se dovesse emergere una matrice radicale o terroristica, bisognerebbe capire come un eventuale percorso di radicalizzazione possa essere sfuggito a un sistema di prevenzione che in Italia, come ho detto, è all'avanguardia. Se invece ci trovassimo davanti a una deriva psichiatrica o a un gesto emulativo, il problema non sarebbe affatto minore. Bisognerebbe comunque interrogarsi su come segnali così pericolosi possano essere rimasti invisibili. Soprattutto in una regione come l'Emilia-Romagna, che storicamente rappresenta un modello avanzato sul piano sociale e dell'assistenza territoriale. In entrambi i casi sarebbe sbagliato minimizzare. Quando qualcuno decide di trasformare un'auto e un coltello in strumenti per colpire civili innocenti, lo Stato ha il dovere di interrogarsi fino in fondo su come sia potuto accadere».

L'attentato di Modena richiederà provvedimenti o interventi legislativi ad hoc?
«Ogni episodio di questa gravità impone una riflessione seria sugli strumenti a disposizione dello Stato. Questo governo è già intervenuto con decisione anche attraverso i recenti decreti sicurezza, rafforzando gli strumenti di prevenzione, controllo ed espulsione nei confronti di soggetti socialmente pericolosi e accelerando le procedure che riguardano chi rappresenta un rischio per la sicurezza pubblica. Oggi l'Italia dispone di un quadro normativo molto più solido rispetto al passato. Ma la sicurezza non si garantisce una volta per tutte: serve aggiornare continuamente gli strumenti investigativi, rafforzare il coordinamento informativo e aumentare la capacità di intercettare in tempo ogni segnale di rischio, senza sottovalutare nulla».

La Lega ha proposto la revoca del permesso di soggiorno per chi delinque, sull'onda dei fatti di sabato. Lei è d'accordo?
«Chi viene accolto in Italia deve rispettarne le leggi e i valori. È un principio di civiltà prima ancora che politico. E questo governo ha già rafforzato gli strumenti che consentono di intervenire più rapidamente nei confronti di soggetti socialmente pericolosi. Ma bisogna anche sfatare un mito: non basta avere un permesso di soggiorno o, talvolta, perfino la cittadinanza per dire che l'integrazione sia riuscita. L'integrazione è un processo molto più profondo e complesso, che riguarda educazione, legalità, lavoro, condivisione dei valori democratici e condizioni sociali reali. E talvolta, soprattutto nelle seconde generazioni che crescono in contesti di disagio o marginalità, questo percorso può fallire».

È già partita la corsa a circoscrivere la terrificante aggressione con l'auto ai problemi psichiatrici di un «italiano di seconda generazione» integrato e laureato. Trova sbagliato, in certa sinistra, un approccio così riduttivo?
«Le semplificazioni sono sempre fuorvianti. L'integrazione non si misura con un titolo di studio, un passaporto o con un'etichetta sociologica. Chi usa la violenza contro innocenti va giudicato severamente per quello che ha fatto.
Sarebbe superficiale negare il problema del disagio psichico, tanto quanto usare questo elemento per evitare una riflessione più ampia sulle fragilità identitarie, sociali e culturali che possono emergere anche nelle seconde generazioni. Qualora emergesse un disagio psichiatrico, ciò non cancellerebbe la gravità del fatto né il dovere dello Stato di capire perché è successo».

Qualsiasi misura legata all'espulsione di soggetti clandestini violenti e pericolosi trova sempre ostilità nell'opposizione e nella magistratura militante. Perché la sicurezza dell'Italia non diventa mai un tema di unità nazionale?
«La sicurezza dovrebbe essere il primo terreno di unità nazionale.
Purtroppo invece spesso prevalgono approcci ideologici che finiscono per indebolire l'azione dello Stato e per trasmettere un messaggio di incertezza ai cittadini. Noi continueremo a difendere il diritto degli italiani a vivere senza paura, nel rispetto delle garanzie democratiche e senza cedimenti culturali verso chi giustifica illegalità, violenza o immigrazione fuori controllo. La legalità non può essere negoziabile».

Il vicepremier Tajani le ha scritto per proporre di insignire al valor civile Luca Signorelli, il passante coraggioso che ha fermato l'aggressore. Sarà lunga la procedura?
«Le procedure seguiranno il loro corso, ma il gesto di tutti coloro che si sono prodigati nell'immediatezza per bloccare l'aggressore o anche per assicurare le prime importanti cure ai feriti rappresenta già oggi un esempio straordinario di coraggio e senso civico. In un momento di panico che avrebbe potuto paralizzare chiunque, semplici cittadini hanno scelto di intervenire per proteggere altre persone, anche mettendo a rischio sé stessi. L'Italia ha bisogno anche di questi esempi: cittadini che non si voltano dall'altra parte e che dimostrano, con il loro comportamento, il valore concreto della solidarietà e del senso civico».

In questo momento quale allarme suscita la saldatura tra le infiltrazioni islamiste e la sinistra anarco-insurrezionalista che ormai conduce la propria lotta in chiave pro Pal contro il sistema occidentale?
«Come ho avuto modo di sottolineare più volte, anche in Parlamento, esistono convergenze tra fondamentalismo islamico e frange antagoniste che, di volta in volta, cavalcano i temi della contemporaneità per promuovere strategie di destabilizzazione e di attacco alle istituzioni democratiche.
Ogni forma di estremismo che alimenta odio contro lo Stato, le forze dell'ordine e le istituzioni democratiche merita la massima attenzione. Noi monitoriamo con grande attenzione reti radicali, ambienti antagonisti e possibili convergenze ideologiche che possano degenerare in violenza organizzata o in nuove forme di radicalizzazione».

Gli ultimi dati parlano di un calo drastico degli sbarchi, oltre a segnali importanti come la legittimazione Ue del modello Albania sui Cpr italiani extraterritoriali. Quali saranno in prospettiva i benefici per sicurezza e ordine pubblico?
«Meno ingressi illegali significa più capacità di controllo, più identificazioni, meno pressione sui territori e maggiore sicurezza. Anche l'Europa sta riconoscendo che servono strumenti nuovi e coraggiosi per governare i flussi migratori.
Noi continueremo su questa strada con determinazione. Purtroppo i dati dimostrano che una quota molto significativa dei reati è commessa da stranieri irregolari o da soggetti che vivono ai margini della legalità. Chi arriva clandestinamente spesso finisce nelle mani delle organizzazioni criminali, che sfruttano queste persone come manovalanza a basso costo per traffici illegali, spaccio e degrado urbano. La politica rigorosa contro l'immigrazione irregolare nasce soprattutto da una ragione di buon senso: gli arrivi devono essere sostenibili per i territori, altrimenti i problemi sociali finiscono per superare i benefici».

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