ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

02/05/2026 | Press release | Distributed by Public on 02/06/2026 05:54

Il ritorno del nucleare in Asia centrale:Kazakistan e Uzbekistan a confronto

Nel corso degli ultimi due anni, in Asia centrale, si è (ri)cominciato a parlare in modo insistito di energia nucleare. Sia il Kazakistan che l'Uzbekistan hanno infatti considerato l'apertura di centrali nucleari sui rispettivi territori, pur essendo state in passato repubbliche fortemente penalizzate dall'utilizzo del nucleare, essendo usate quasi alla stregua di laboratori, o finanche testing grounds. Questo vale soprattutto per il Kazakistan. Sebbene poco conosciuto al di fuori del paese, il "Polgyon" del Kazakistan è stato uno dei teatri più importanti della Guerra Fredda, ospitando centinaia di test nucleari in quattro decenni di attività, mentre l'Unione Sovietica si affrettava a costruire l'arma più potente del mondo[1]. Situato a circa 120 chilometri dalla città nord-orientale di Semipalatinsk - oggi nota come Semey - il Poligono fu teatro del suo ultimo test nucleare il 19 ottobre 1989, dopo mesi di proteste a livello nazionale guidate dal movimento di base Nevada-Semipalatinsk, così chiamato in solidarietà con una parallela campagna antinucleare negli Stati Uniti[2]. Va anche ricordato, inoltre, che il paese è il primo produttore mondiale di uranio, ma non ha più centrali attive dal 1999[3].

La decisione, pur controversa come vedremo, è dovuta primariamente ai seguenti fattori:

  • crescita della domanda energetica,
  • necessità di ridurre dipendenza da gas e carbone,
  • pressioni per la decarbonizzazione,
  • blackout ricorrenti negli ultimi anni.

Questo focus intende presentare, seppur brevemente e in modo introduttivo, il ritorno al nucleare di Kazakistan e Uzbekistan dal punto di vista comparativo. Questo perché le due repubbliche sono spesso appaiate e unite indistintamente come esempio di come la regione si stia aprendo al nucleare per far fronte alle sfide imposte dalla transizione energetica. Pur essendo questo un taglio analitico sicuramente valido e di aiuto per capire le dinamiche regionali, è tuttavia opportuno sottolineare come Kazakistan e Uzbekistan, al di là di un generale consenso sulla fattibilità e necessità di guardare al nucleare, presentano significative ed importanti differenze nei loro approcci. L'obiettivo di questo scritto vuole dunque essere un esercizio in granularità, gettando luce sulle differenze - piuttosto che sulle somiglianze - tra gli approcci dei due paesi.

Kazakistan

Nel 2024 il paese ha tenuto un referendum nazionale, con il 71% di voti favorevoli alla costruzione della prima centrale nucleare moderna. Nel 2025 si è tenuta una gara internazionale per selezionare il consorzio che costruirà l'impianto, che sarà situato nelle vicinanze del lago Balkhash, nell'est del paese, nei pressi del distretto di Zhambyl nella regione di Almaty. Tale gara, che ha visto in competizione anche aziende cinesi e francesi, ha visto come vincitrice la russa Rosatom, con la quale il governo punta a una strategia nucleare fino al 2050 per garantire sicurezza energetica e stabilità. Per quanto riguarda l'aspetto tecnologico, il Kazakistan considera reattori di grande taglia, in particolare tre reattori russi VVER-640. Da ultimo, queste le tre principali caratteristiche del "modello kazako":

  • Forte attenzione al consenso pubblico (con criticità che saranno spiegate successivamente in questa scheda);
  • Processo strumentalmente trasparente e multilaterale;
  • Obiettivo: sovranità energetica, riducendo vulnerabilità geopolitiche.

Mentre l'attenzione al consenso pubblico si può capire attraverso la "ferita sociale e mnemonica" ancora aperta di Semipalatinsk, l'idea di processo trasparente e multilaterale è in realtà più complessa. Alcune voci, infatti, hanno contestato questa trasparenza e presunta multilateralità, sottolineando come di fatto l'accordo con Rosatom fosse sin dall'inizio la scelta privilegiata del governo kazako in virtù di dinamiche, ma anche e soprattutto di pressioni, geopolitiche.

Uzbekistan

L'Uzbekistan ha già avviato la costruzione della sua prima centrale nel 2025, senza referendum pubblico. Contrariamente al Kazakistan, il progetto è stato affidato direttamente a Rosatom, sulla base di un accordo intergovernativo del 2018[4]. Dal punto di vita tecnico, il primo impianto sarà basato nella regione di Jizzakh, con un SMR (Small Modular Reactor) Ritm-200N, derivato da tecnologia navale russa, mai usata prima su terraferma. Inoltre, parallelamente, nel 2025 il paese ha firmato un accordo per costruire anche due grandi reattori VVER-1000, con possibile espansione a quattro unità[5]. Dal punto di vista tecnologico, in virtù dell'accordo bilaterale governativo del 2018, l'Uzbekistan presenta una forte dipendenza da Rosatom per quanto riguarda:

  • Progettazione;
  • Costruzione;
  • Gestione;
  • Ciclo del combustibile;
  • Decommissioning.

Contrariamente al modello kazako, la strategia uzbeka presenta dunque le seguenti caratteristiche:

  • Approccio centralizzato e rapido;
  • Nessuna consultazione popolare;
  • Forte integrazione con la Russia;
  • Obiettivo: coprire deficit energetici immediati e sostenere l'industrializzazione.

Come si può constatare, le differenze sono significative, sia dal punto di vista della base giuridica, che del processo organizzativo, che delle motivazioni e obiettivi nel breve, medio, e lungo termine. Quali sono invece le differenze in termini di rischi tecnologici? Va detto fin da subito che i rischi maggiori sono quelli corsi dall'Uzbekistan, anche se il Kazakistan non è immune da essi. Il Kazakistan, infatti, non opera una centrale nucleare dal 1999, e ricostruire competenze e infrastrutture richiede tempo e può generare errori di implementazione. A ciò si deve aggiungere il fattore di integrazione nella rete energetica del paese. La rete kazaka è vasta ma disomogenea. Inoltre, l'integrazione di un grande reattore richiede investimenti paralleli in trasmissione e stabilizzazione. Vi sono poi anche rischi meno "visibili" ma che possono arrecare costi egualmente alti come i rischi politici. Come è stato accennato nell'introduzione, il paese è estremamente sensibile al tema sicurezza per via dei test sovietici. Qualsiasi incidente, anche minore, avrebbe un impatto politico enorme.

Per quanto riguarda l'Uzbekistan, come detto, i rischi sono maggiori. La prima categoria di rischio è quella tecnologica. Come accennato sopra, la tecnologia Smr non è stata ancora testata su terraferma. Il reattore Ritm-200N deriva infatti da modelli navali usati su rompighiaccio russi, e non è mai stato implementato a terra su larga scala. Questo comporta:

  • Incertezza sulle prestazioni reali;
  • Mancanza di dati operativi a lungo termine;
  • Difficoltà nella certificazione internazionale.

La seconda categoria di rischio è quella della dipendenza da Rosatom. Come anticipato, Rosatom gestisce progettazione, costruzione, combustibile e smaltimento. Questo crea un single point of failure: se il fornitore ha problemi tecnici o politici, l'intero ciclo è vulnerabile. Non è un caso, infatti, che alcune analisi critiche parlino di "rischi nascosti", pressioni geopolitiche, e scarsa trasparenza nei contratti[6].

La terza categoria di rischio, infine, è quella di integrazione, come nel caso kazako, ma con aspetti differenti. I reattori VVER-1000 infatti sono sicuramente una tecnologia matura ma con rischi di integrazione. Essi richiedono infatti infrastrutture complesse, necessitano di personale altamente formato, ed aumentano la dipendenza dal combustibile russo.

Da ultimo, una categoria di rischio che accomuna i due paesi è quella sismica. Entrambi i paesi sono infatti locati in aree sismiche, e i siti stessi identificati per la costruzione delle centrali nucleari non sono immuni da rischi geologici e tellurici. È per questo che qualche mese fa, in quello che può essere considerato un esempio lampante di cooperazione bilaterale all'interno del sistema centrasiatico in ambito climatico, infrastrutturale, ed energetico, l'Uzbekistan e il Kazakistan hanno studiato in modo congiunto la sicurezza sismica dei potenziali siti per progetti di centrali nucleari. In questa riunione di studio, l'Uzbekistan era rappresentato dai dirigenti e dagli esperti di Uzatom, della Direzione per la costruzione di centrali nucleari, del Ministero della Difesa, del Ministero della Salute, del Ministero delle Situazioni di Emergenza, del Ministero della Protezione Ambientale e dei Cambiamenti Climatici, della filiale di Tashkent dell'Università Nazionale di Ricerca Nucleare MEPhI, nonché dagli istituti di progettazione ingegneristica UzGASHKLITI e Uzliti. La delegazione kazaka era invece rappresentata dai dirigenti e dagli esperti del Ministero dell'Ecologia e delle Risorse Naturali, dell'Agenzia per l'Energia Atomica, del Ministero della Difesa, del Ministero delle Situazioni di Emergenza e di diverse altre agenzie governative. Le parti hanno esaminato gli aspetti chiave della cooperazione in materia di energia nucleare, concentrandosi su sicurezza, stabilità sismica e questioni ambientali. Si è parlato anche della creazione di un sistema congiunto per il monitoraggio della situazione ambientale e delle radiazioni, volto a rafforzare la cooperazione nel campo della sicurezza nucleare e dello scambio di dati tra i due paesi[7], anche se per il momento questo tipo di cooperazione è più un'aspirazione, seppur lodevole, che non una realtà consolidata.

Un ulteriore elemento di comparazione è quello della reazione della società civile di fronte all'intenzione dei due paesi di intraprendere (e, nel caso del Kazakistan, ri-intraprendere) la strada del nucleare. Come detto sopra, una distinzione marcata tra Kazakistan ed Uzbekistan è stata proprio quella del coinvolgimento della popolazione civile nel processo decisionale di adottare la tecnologia nucleare nel paniere energetico del paese. Tuttavia, nonostante sia un dato di fatto che vi siano state consultazioni e che il referendum in Kazakistan abbia registrato più del 70% di voti favorevoli[8], è da registrare come vi siano state voci che hanno sottolineato lo svolgimento poco trasparente e inclusivo di questo esercizio democratico. Per esempio, pochi giorni prima del referendum, la polizia ha arrestato circa quaranta attivisti in tutto il Paese, che avevano espresso le loro critiche alla centrale nucleare progettata. Alcuni di loro ora devono affrontare accuse penali, mentre altri sono stati condannati a due mesi di detenzione per presunta "organizzazione di disordini di massa". Gli osservatori stessi hanno anche registrato una serie di gravi violazioni procedurali, come ad esempio la pratica del ballot-box stuffing, vale a dire l'inserzione di schede di voto precompilate, o di schede multiple, nelle apposite scatole referendarie[9].

Anche l'esito della scelta del partner, Rosatom, è sembrata scontata nonostante l'insistenza del governo kazako sulla necessità e desiderabilità di un consorzio. Come è stato infatti notato, adattare diversi sistemi tecnici in un unico progetto è estremamente difficile e viola i requisiti normativi. Una centrale nucleare è una combinazione di reattori, sistemi di raffreddamento, sicurezza e controllo, progettati, certificati e autorizzati come un unico sistema integrato. Fondamentalmente, Rosatom era anche pronta a fornire combustibile alla futura centrale nucleare. Si tratta di una proposta allettante, data la quota dominante della Russia, pari al 41%, nel mercato dell'arricchimento dell'uranio. Tuttavia, ciò significava anche che la Russia non avrebbe necessariamente acquistato combustibile in Kazakistan[10].

Per quanto riguarda l'Uzbekistan, le decisioni sono state prese direttamente dal governo, senza consultazione popolare formale. Il pubblico, semplicemente, non è stato parte attiva del processo, anche se si parla di possibili forme di "public input" in futuro[11]. Tuttavia, molti cittadini, soprattutto nelle regioni più colpite dai blackout, vedono il nucleare come una soluzione pragmatica. La narrativa dominante è: "Meglio rischiare un po' che restare senza energia".[12] In altre parole l'Uzbekistan, al netto delle criticità e delle profonde problematiche legate al referendum in Kazakistan, ha scelto un approccio strettamente top-down: meno contestazioni, ma anche meno legittimazione pubblica. Le preoccupazioni esistono, ma non hanno avuto spazio politico per emergere.

In conclusione, si può affermare come sia il Kazakistan che l'Uzbekistan stiano perseguendo la strada del nucleare per ragioni strettamente legate al discorso della sicurezza energetica. Tuttavia, le loro motivazioni e strategie divergono su più fronti. Da un lato, il Kazakistan sembrerebbe star perseguendo una strategia votata al medio e lungo termine, con una parvenza di inclusività e dialogo con la società civile, volta ad affermare la propria sovranità energetica nonostante il ruolo preponderante che giocherà Rosatom. Dall'altro, l'Uzbekistan intraprende lo sviluppo del nucleare per soddisfare esigenze soprattutto nel medio termine, attraverso una strategia meramente top-down basata su accordi bilaterali di quasi una decade fa. In termini di tecnologia anche i rischi sono differenti, e la coscienza collettiva, unita a una forte memoria storica, sembra giocare un ruolo molto più importante in Kazakistan che non in Uzbekistan.

Tuttavia, vi sono anche sinergie importanti, come i primi studi di transferable skills per quel che riguarda l'approccio alla sismicità del territorio, che lasciano ben sperare per una maggiore cooperazione - pur regolata dalla tecnologia e dall'infrastruttura russa - tra i due stati della regione. Il futuro del nucleare in Asia centrale sembra ormai segnato, avente una traiettoria definita e pianificata. Resta da vedere come i rispettivi governi di Kazakistan e Uzbekistan gestiranno gli umori della società civile, la dipendenza da Mosca, l'impatto ambientale e idrico, lo smaltimento delle scorie, e in generale le sempre più pressanti e complesse dinamiche della transizione energetica.

[1] Paolo Sorbello and Oliver Fisk, "Kazakhstan Marks 36 Years Since the Last Nuclear Test at the Polygon", Vlast, 20 ottobre 2025.

[2] Sull'argomento, si veda l'eccellente ricerca di T. Kassenova, Atomic Steppe: How Kazakhstan Gave Up the Bomb, Stanford University Press, 2022.

[3] "Kazakhstan Moves Forward with Nuclear Energy Plans for 2025", The Astana Times, 27 febbraio 2025.

[4] D. Tukhsinov, "Uzbekistan's nuclear deal: Why Rosatom was chosen without a tender", Kun.uz, 25 marzo 2025.

[5] A. Seilkhanov, "Uzbekistan plans to construct high-capacity nuclear power plant", Qazinform, 23 giugno 2025.

[6] A. Ilkhamov, "Uzbekistan's nuclear gamble and its hidden risks: As the ruling regime revives its nuclear plans, questions remain whether they truly serve national interests", Central Asia Due Diligence, 11 settembre 2025.

[7] "Uzbekistan and Kazakhstan review seismic safety of nuclear plant project sites", The Tashkent Times, 20 agosto 2025.

[8] Secondo la commissione elettorale kazaka, su 12,28 milioni di aventi diritto al voto, 7,82 milioni hanno partecipato al referendum, con un tasso di affluenza alle urne del 63,66%. Tra coloro che hanno votato, 5,56 milioni di persone (71,12%) hanno sostenuto la proposta per la centrale nucleare. Si veda A. Satubaldina, "Kazakhstan's Official Referendum Results Out: 71% Back Nuclear Power Plant Proposal", The Astana Times, 8 ottobre 2024.

[9] D. Mazorenko, Nazerke Kurmangazinova, Olga Loginova, Beiimbet Moldagali, Almas Kaisar, Victoria Natachiyeva, 'Less Active, More Disappointed: The Nuclear Referendum Disheartens Kazakhstan's Opposition', Vlast, 10 ottobre 2024.

[10] Vlast.kz, 'Was the proposal of a nuclear consortium in Kazakhstan just a sham?', Global Voices, 5 luglio 2025.

[11] Editors, 'Uzbekistan, Kazakhstan expanding nuclear energy programs', Eurasianet, 30 settembre 2025.

[12] Conversazioni tra l'autore ed esperti locali a Tashkent, agosto 2025.

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